Incontriamo il celebre mezzosoprano Fiorenza Cossotto nel suggestivo scenario della Rocca di Bertinoro, piccolo paese abbarbicato sulle colline forlivesi, chiamato “la terrazza di Romagna” per il magnifico scenario panoramico che offre ai suoi visitatori. Il luogo è da undici anni sede del JCE Festival, una rassegna di stimolanti appuntamenti musicali estivi di natura profondamente eclettica, brillante occasione d’incontro tra i più diversi generi e le più disparate culture artistiche: tale compenetrazione culturale dà vita ad un risultato omogeneo e ricco nel quale, accanto alla presenza di musica sinfonica, jazz, etnica e popolare, non può affatto mancare l’opera lirica. Da molti anni infatti la Scuola Musicale “Dante Alighieri” di Bertinoro organizza importanti “Corsi Estivi di Alto Perfezionamento”, tra i quali appunto quello di «Tecnica ed espressione vocale», tenuto dalla Sig.ra Cossotto. L’artista ci accoglie con grande cordialità in un meraviglioso pomeriggio di agosto e, dopo aver ascoltato attentamente le mie indicazioni su OperaClick, accetta volentieri di rispondere a qualche domanda…
Prima di tutto vorrei che ci parlasse un po’ della sua attività qui a Bertinoro, in cosa consiste e se ne è soddisfatta…
“Certo che ne sono soddisfatta! (ride) Altrimenti non sarei più tornata, vengo qui da ormai quattro o cinque anni…In generale non mi concentro molto sull’insegnamento, perché, come lei può ben immaginare, cantando ancora ho sempre bisogno di tempo per allenarmi e per studiare nuove cose. Tuttavia ogni tanto organizzo volentieri qualche corso… con la mia esperienza credo di aver sempre qualcosa di nuovo da insegnare alle ragazze e ai ragazzi che desiderano apprendere l’arte del canto. Poi finisco sempre per appassionarmi talmente tanto da sentirmi una di loro! Ed infatti lo ripeto sempre agli studenti: «Guardate ragazzi, io sono una di voi»; ritengo che questo possa metterli subito a loro agio e farli sentire come a casa propria: voglio che mi considerino una collega, non solo una maestra. Ciò consente loro di cantare con maggiore disinvoltura e con meno preoccupazioni...”
Tra i nostri lettori ci sono sicuramente molti ragazzi alle prime armi nello studio del canto, ed alle prese con varie esperienze di apprendimento. Secondo lei cos’è che un’insegnante deve saper trasmettere ai propri allievi?
“Mah, sa… prima di tutto bisogna saper arrivare al cuore di questi ragazzi, bisogna saper cogliere i loro pensieri ed i loro tormenti. Penso che solo chi ha provato l’esperienza del palcoscenico possa conoscere veramente le difficoltà di questa professione, e solo chi le ha sperimentate sulla propria pelle può permettersi di insegnare ad altri come affrontarle, come imparare ad «arrangiarsi» (e con la voce rimarca il termine).”
Quindi apprendere l’arte del canto non significa solo acquisire una tecnica?
“Vede… a parer mio la tecnica è proprio questo: un continuo «sapersi arrangiare», «sapersi aggiustare»... Pronunciare una consonate in un modo piuttosto che in un altro, una vocale scura piuttosto che chiara… sono tutti strumenti che un cantante deve scoprire su sé stesso, al fine di apprendere al meglio ciò che lo aiuta e ciò che lo danneggia.”
Ritiene che al giorno d’oggi l’interesse da parte delle nuove generazioni verso la professione di cantante sia la stessa di un tempo? E verso l’ascolto dell’opera in generale?
“Durante la mia carriera, frequentando teatri importanti e meno importanti, ho sempre incontrato persone che amavano la musica in maniera profonda e che venivano all’opera con grande entusiasmo: giovani e meno giovani, senza distinzione d’età. Oggi come oggi penso che molti ragazzi siano in cerca di cultura… Una cultura che possa costituire un’alternativa valida al mondo effimero in cui sono immersi. La musica può effettivamente trasmette loro delle emozioni autentiche, l’opera poi in modo particolare, poiché comprende in sé diverse forme di espressione artistica: il testo poetico, l’arte scenica, la storia del costume... Un’insieme estremamente ricco di fronte al quale non è possibile rimanere indifferenti. La gioventù è senza dubbio molto curiosa, ma soprattutto sente un vero e proprio “bisogno di conoscere”, una necessità che va oltre alle proposte culturali della quotidianità. Sono convinta si tratti di una gioventù intelligente.”
Un’ultima domanda sul rapporto tra presente e passato. Deve sapere che spesso noi melomani d’oggi veniamo accusati di essere degli inguaribili “insoddisfatti”, in quanto visceralmente affezionati alle grandi interpretazione del passato e troppo spesso abituati a fare improduttivi paragoni con la situazione contemporanea. Un esempio tratto dalla sua carriera: nel 1962, poco più che ventenne, interpretò il ruolo di Urbano ne “Gli Ugonotti” di Meyerbeer al Teatro alla Scala, sotto la direzione di Gianandrea Gavazzeni, con un cast a dir poco “stellare”: Franco Corelli, Joan Sutherland, Giulietta Simionato, Nicolaj Ghiaurov…
“Eh, sì… proprio “stallare”, può ben dirlo! Ed io ne ero la “mascotte”: la più piccola, quasi una bambina… avevo i boccoli…”
Secondo lei, oggi come oggi, è ancora pensabile un’operazione artistica di simili proporzioni, tesa a coinvolgere un così cospicuo numero di voci di grande levatura?
“Penso che le belle voci non manchino, ma che siano più disperse rispetto ad un tempo. Occorre cercarle “con il lanternino” in giro per il mondo. Vede… il meraviglioso cast di quello spettacolo gravitava tutt’intorno alla Scala: chi prima e chi dopo, tutti avevano cantato sul palcoscenico della Scala… La Scala li aveva resi famosi. All’epoca un direttore d’orchestra era molto più facilitato nel reperimento dei suoi cantanti. Oggi invece deve preoccuparsi di girare l’Europa, andare in America, in Oriente…solo così può sperare di comporre un cast di alto livello... Inoltre non posso negare che se le voci “generose” a quei tempi erano tantissime, oggi la scuola si è un po’ spenta, non so bene per quale motivo.”
Ed il verificarsi oggi di una simile opportunità per una giovane cantante, come lo era lei allora, le pare ancora possibile?
“Non saprei, sa… sono quei momenti magici che dicono capitino una volta o due nella carriera. Io ero lì come allieva dell’Accademia della Scala, e mi dissero che avrei dovuto cantare quella parte perché possedevo le qualità per farlo. Evidentemente riponevano molta fiducia in me, io non tanto. Fino ad allora avevo interpretato molti “paggetti”, molti ruoli minori di quel genere, ma quello era decisamente diverso. Lo ricordo bene, perché provavo un certo panico all’ingresso in scena: il primo recitativo cominciava con la frase “Salute, o cavalier! Il ciel vi dia…” e subito facevo un Do… una scaletta, un Do, e poi la scala discendente. Insomma… io non avevo mai fatto così tanti Do fino a quel momento! Ben presto mi resi conto che la parte, pur minore rispetto a quelle dei miei colleghi, in realtà non era per niente facile! Ma per fortuna anche in quell’occasione seppi arrangiarmi. Il segreto è sempre lo stesso…”
Addentriamoci più approfonditamente nella sua carriera. Lei ha interpretato un’infinità di ruoli operistici, vestendo i panni dei più svariati protagonisti. Dire da Cherubino alla Principessa di Bouillon sarebbe ancora troppo riduttivo…
“Mi sono spinta ancora più indietro nel settecento, ho cantato molta musica barocca… ed ancora più avanti nel novecento, ad esempio Malipiero ed altra musica moderna...”
Proprio in virtù di questa estrema duttilità artistica che l’ha contraddistinta, a parer suo, cosa permette ad una voce di piegarsi con tanta naturalezza all’interpretazione di ruoli così differenti tra loro, senza incorrere in grossi rischi?
“Sicuramente l’elemento fondamentale è lo studio. Però non esiste studio, o maestro che possa ovviare al problema di una voce “per natura” non resistente, non robusta… una voce che per esempio dopo una sola recita si stanca è già svantaggiata in partenza. In questo la natura gioca un ruolo determinante. Poi viene l’applicazione, continua e duratura, tesa all’alleggerimento di certe frasi ed alla conquista di soluzioni che permettano al cantante di ottenere i medesimi risultati con minore fatica. Uno studio costante e ben ponderato consente infatti di acquisire un certo dominio di sé stessi, una certa capacità di sapersi dosare, di saper misurare le proprie risorse secondo esigenze personali che variano da interprete ad interprete.”
In questa molteplicità di personaggi ce n’è uno che le è rimasto nel cuore in modo particolare?
“Sarei oltremodo ingrata se ne scegliessi uno. Per esempio, ritengo l’Azucena del Trovatore un personaggio “michelangiolesco”, di una bellezza incredibile… soprattutto per l’incisività dei recitativi. Ma non posso certo dimenticare l’Amneris del quarto atto di Aida, né la Leonora della Favorita, né la Santuzza di Cavalleria Rusticana… Sono tutti ruoli che mi hanno dato tanto… Sono le grandi parti che hanno riempito il mio cuore di soddisfazione e con le quali ho conseguito i migliori successi... Come potrei preferire questo a quello? La verità è che i capolavori sono tutti tali.”
Un rimpianto? Magari un ruolo che avrebbe voluto cantare e che non ha mai interpretato?
“Ah! Sapesse qual è il mio più grande rimpianto!... (sorride e sembra molto divertita) E’ una cosa ridicola, lo ammetto…Eppure per anni ho sognato di cantare Madama Butterfly. Ero talmente stanca di interpretare personaggi truci, disperati, arrabbiati, che imprecavano contro i sacerdoti o facevano cose del genere… desideravo immedesimarmi in un ruolo più femminile… e Cio-Cio-San era il massimo della delicatezza. A volte mi consolavo dicendomi: «non riuscirei assolutamente a farlo… ogni volta che l’ascolto ad un certo punto mi metto a piangere, è sempre successo… come potrei cantare e piangere contemporaneamente?». In ogni modo non posso negarlo… Butterfly è il mio più grande rimpianto, e forse per lo stesso motivo anche Mimì. Certo è vero, in tante altre occasioni ho avuto modo di affrontare personaggi dal carattere marcatamente femminile, pensiamo alla Favorita o a Cavalleria Rusticana… Tra l’altro spesso la femminilità viene espressa attraverso un maggior rilievo dato dal compositore al registro acuto, e per questo risulta notevolmente difficile da rendere.”
Sig.ra Cossotto, lei come definirebbe il suo rapporto con i colleghi?
“Ho avuto tantissimi colleghi che mi hanno voluto bene, e che ancora oggi me ne vogliono. Quelli che mi hanno amato di più possedevano grandi qualità. Mi amavano e mi stimavano, senza sentire nessuna gelosia nei miei confronti. Io stessa, d’altra parte, ho sempre provato profonda ammirazione per tutti i grandi interpreti, e da loro ho cercato ogni volta di imparare e di capire. Tutti, nessuno escluso… perché tutti avevano qualcosa da insegnarmi. Questa è la verità.”
E i direttori invece?
“Ci sono stati direttori che più di altri sono rimasti nel mio cuore… Soprattutto quelli che all’inizio della carriera mi hanno insegnato le cose pratiche “di base” che mi hanno poi permesso di affrontare con successo la professione: senz’altro Votto e Gavazzeni, e ancora prima il Maestro Serafin. Ero quasi una bambina quando lo conobbi. Debuttai con lui la Norma, avevo poco più di vent’anni… La dovetti cantare per colpa di una bugia che avevo detto…Mi chiesero se conoscevo la parte di Adalgisa, ed imprudentemente dissi di sì…Non era assolutamente vero: conoscevo solo l’arioso d’ingresso e poco altro. Mi dissero che dovevo partire subito, perché a Bologna il cast era incompleto ed era necessaria la mia presenza. Studiai i recitativi in treno, da Milano a Bologna, e quando fui davanti a Serafin dovetti chiedergli di lasciarmi un po’ di giorni per ripassare lo spartito perché… “era da molto tempo che non lo aprivo”… (ride) Fu molto gentile, mi disse: «Si, si… ripassalo pure.» Così ebbi due giorni per imparare la parte… Serafin mi volle molto bene… mi chiamava la «biondona», per via dei miei i capelli nerissimi. E’ stato veramente dolce con me.”
Oggi, tra gli aspetti più discussi negli spettacoli contemporanei, un primo posto spetta di frequente alla regia. Che ruolo ha secondo Fiorenza Cossotto la regia in un allestimento operistico? E’ uno stimolo necessario per un cantante?
“Proprio perché è un aspetto così discusso, non mi trovo molto a mio agio nel parlarne… Citiamo ad esempio i grandi: Strehler, De Lullo…Mi lasciavano fare, si preoccupavano di far emergere la mia personalità. Quando Strehler diresse Cavalleria Rusticana mi disse: «Fai tu…Fai tu…» E mentre mi muovevo in scena aggiungeva: «Questo gesto non farlo qui, lo sprechi! Fallo dopo.» Mi dava consigli, ma in fondo conservava le mie movenze, il mio istinto. Penso che la loro grandezza stesse proprio in questo… Capisce cosa intendo? Diversamente si rischia di produrre uno standard, un’arte scenica meccanica ed automatica, che non valorizza le potenzialità espressive di ogni singolo interprete, omologando il tutto a qualcosa di freddo e sterile. Per fortuna nel corso della mia carriera ho avuto occasione di lavorare con persone che mi hanno sempre capita… e corretta… ma al momento giusto, senza mai trascurare la mia personalità.”
Siamo giunti alla conclusione di questa piacevolissima chiacchierata, si è fatto tardi e so che deve prepararsi per il concerto degli allievi che avrà luogo questa sera, quindi non le ruberò altro tempo. Colgo l’occasione per ringraziarla di cuore da parte tutto lo staff di OperaClick e di tutti i nostri lettori, e porgendole i nostri più cari auguri per il futuro, le rivolgo quest’ultima domanda: sappiamo che Fiorenza Cossotto oggi è tutt’altro che inattiva, c’è chi parla addirittura di una seconda carriera…
(scoppia a ridere di gusto) “Addirittura… Mi fa piacere!... Forse allora significa che non morirò mai…”
Come ritiene dovrebbe essere la parte conclusiva della parabola artistica di un grande interprete, il progressivo allontanarsi dalle scene e il ritiro?
“Chi lo sa… credo sia una questione d’istinto personale... Se fossi direttore artistico di un teatro, non vorrei mai che un grande interprete abbandonasse il mio palcoscenico! Nemmeno se avesse solo dieci note da dirmi! Perché anche quando la voce viene meno, rimane l’esperienza, la scuola…Questo è un patrimonio di inestimabile valore dal quale i giovani dovrebbero attingere: sarebbe opportuno allestire spettacoli in cui nuove generazioni di cantanti potessero apprendere e maturare, raggruppandosi attorno alla figura di una grande personalità centrale. Stare vicino ad un interprete d’alto livello è sempre e comunque istruttivo… Basta osservarne gli occhi, il movimento delle mani, del corpo, il modo di respirare… gli stessi sbagli e il relativo modo di reinserirsi dopo l’errore! Sono tutte preziose esperienze di palcoscenico di cui un giovane oggi dovrebbe imparare a fare tesoro. D’altra parte spesso è più interessante l’incisività nell’interpretazione di un recitativo, che l’esecuzione perfetta di un acuto, non trova? In America questo l’hanno capito: l’arte delle grandi personalità interpretative viene valorizzata fino all’ultimo. Ricordo gli ultimi anni della mia presenza a New York… volli debuttare il ruolo di Mrs. Quickly in una produzione del Metropolitan in cui il protagonista era Giuseppe Taddei. In Italia non cantava già più, o quasi… eppure, pur non essendo vocalmente perfetto, la sua interpretazione ebbe un successo strepitoso. Fu celebrato come una divinità, come un vero e proprio monumento vivente. Taddei si esprimeva in modo straordinario, sapeva muoversi meravigliosamente, reagiva ai miei gesti con grande sapienza scenica… Trovo che simili esperienze abbiano un valore educativo impagabile. Non sfruttarle sarebbe come prendere un’opera d’arte e buttarla nel cestino.”
Filippo Tadolini