E' scomparso Maurizio Pollini

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Amonasro86
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Re: E' scomparso Maurizio Pollini

Messaggio da Amonasro86 » 29 mar 2024 11:50

ZetaZeta ha scritto:
29 mar 2024 08:45
Avercene di suoni polverosi come quelli di ABM, che io preferisco anche a Pollini, ma senza fare classifiche.
Non capisco perché per parlare bene di un musicista bisogna diminuire gli altri.
Quoto in pieno.



D959
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Re: E' scomparso Maurizio Pollini

Messaggio da D959 » 29 mar 2024 17:18

ZetaZeta ha scritto:
29 mar 2024 08:45
Avercene di suoni polverosi come quelli di ABM, che io preferisco anche a Pollini, ma senza fare classifiche.
Non capisco perché per parlare bene di un musicista bisogna diminuire gli altri.
Concordo pienamente e mi spiace aver dato adito a fraintendimenti. Riportavo il giudizio sentito una volta su radio3, che era un po' l'affresco di un periodo storico.
Tutti amiamo ABM, così come amiamo Pollini e a entrambi riconosciamo i loro meriti, che sono dovuti, per qualità diversissime.
Poi ognuno ha le proprie predilezioni. Come diceva Sciascia, non si possono amare profondamente Stendhal e Proust contemporaneamente.

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mascherpa
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Re: E' scomparso Maurizio Pollini

Messaggio da mascherpa » 09 apr 2024 13:24

Le registrazioni "ufficiali" sono sicuramente molto importanti per farsi un'idea dei pezzi che non si conoscono, ma consegnano inevitabilmente un quadro ingessato degli esecutori, specie se "grandi". Meglio andava un tempo con le registrazioni "dal vivo" (peraltro pressoché inesistenti nel caso di Pollini), ma da decenni è invalsa la moda di mettere in vendita dei collage di due o tre sere, o piú sbrigativamente di "correggere", il mattino dopo, qualche naturalissima sbavatura: con il brillante risultato di trasmettere alla posterità mummie imbellettate.

Considero una fortuna, quindi, i miei non pochi ascolti "veri" di Pollini, sin da un tardo pomeriggio dell'autunno 1957 al vecchio Teatro Lirico di Milano. Non avevo ancora dodici anni e il pianista non ancora sedici. Non ricordo nulla del programma di quel concerto, al quale entrai dicendo a una maschera che la mia insegnante di piano m'aveva detto di chiedere semplicemente di lasciarmi entrare... Ero stato un anno prima alla Scala, la sera che Cantelli vi diresse per l'ultima volta, e poi qualche volta alla "Sala Puccini" del Conservatorio (quella grande, detta poi la Verdi, era ancora in ricostruzione) e credevo che entrare in un teatro senza biglietto fosse cosa impossibile, da arresto immediato.
All'estremità sinistra del piano piú alto, dove m'avevano detto d'andare e di non muovermi, c'era polvere dappertutto; una dozzina di metri sotto, un lungo pianoforte con su scritto Steinway a caratteri cubitali. In mezzo al palcoscenico, quando spensero le luci, dominava un gran paralume verde che isolava la tastiera, e comparve un ragazzino magro che si mise a sonare (anni dopo, amici mi dissero che a Zoagli, dove la sua famiglia villeggiava d'estate, era chiamato "lo smilzo"). Mi colpí che dal vivo il pianoforte avesse (parlo di quella sera, ma non fu la sola) una gamma dinamica molto piú stretta che da un disco. Doveva essere un mercoledí: a scuola c'erano i "doppi turni" portati dal boom demografico del dopoguerra e ogni due settimane capitava, appunto di mercoledí, che ci fossero poche ore tra l'uscita di pomeriggio, d'autunno già col buio, e l'entrata il mattino dopo. Quella sera si dovevano anche leggere, ed essere in grado di riassumere se interrogati il giorno dopo, circa settecento versi d'un canto dell'Iliade, mi sembra il quinto: la scuola media inferiore era allora, e restò per ancora qualche anno, quella famigerata del Bottai, che abbinava un'indubbia selezione individuale alla "selezione di classe", suo scopo dichiarato.

Probabilmente, il ragazzino smilzo sonò anche qualcosa di Chopin. La volta dopo che andai a lezione di piano appresi che era allievo d'un certo Vidusso e che lo si capiva dal modo "modernissimo" di sonare. Ovviamente, a teatro non ero riuscito a vedere la mia insegnante, alla fine ero scappato via di corsa per i settecento versi da leggere, e temetti che mi sgridasse perché non ero andato al concerto come m'aveva raccomandato.

Poco piú di due anni dopo, quand'ero in Quinta ginnasio, scoppiò come una bomba la notizia che un Italiano aveva vinto il concorso pianistico di Varsavia: "il piú importante del mondo", scrissero molti giornali, anche se qualcuno timidamente osservò che quello di Ginevra, vinto da Benedetti Michelangeli ventun anni prima, aveva laureato pianisti rivelatisi di non minore calibro. Le cronistorie ripetono che negli anni successivi il "pianista laureato" fece pochissimi concerti, perché s'era ritirato a studiare. Nel '64 entrai al Politecnico, che a quel tempo qualcuno chiamava ancora "l'asilo Brioschi", e per anni non misi piede né alla Scala, né al Conservatorio. Ripresi, con una certa regolarità, cinque anni dopo. Il successivo ricordo sicuro che ho di Pollini risale alla primavera del '70, poco prima dei Mondiali nel Messico: l'Imperatore alla Scala con Abbado, un sabato pomeriggio. Seguiva l'Eroica ed ebbi l'impressione che il direttore fosse molto piú "maturo" del pianista (cosa ovvia, anzi banale: gli era maggiore di otto anni e mezzo). Qualcuno de' piú superciliosi disse con ironia inquinata da sarcasmo che del famosissimo concerto Pollini aveva dato "un'interpretazione molto personale".

A inizio estate del '72 stavo finendo il servizio militare a Terni e un sabato sera (in barba al regolamento che vietava di pernottare fuori presidio se non si era in licenza, e nonostante un consistente ritardo del treno) riuscii fortunosamente a sedermi in un posto di galleria della Scala proprio mentre Pollini si sedeva per dare inizio al Secondo di Bartók, ancora con l'Abbado sul podio. Seguí non la création, che era stata un paio di giorni avanti, ma una replica di Como una ola de fuerza y luz: i critici addentro le segrete cose avevano spiegato che non era "un triplo concerto per pianoforte, soprano, nastro magnetico e orchestra", ma onestamente tale mi sembrò. L'Abbado garantí che qualche "grido di dolore", invero dei piú scomposti, non l'aveva costretto a sospendere l'esecuzione (il caso contrario piú recente m'avvenne pochi mesi fa a Madrid nel bel mezzo d'un Rigoletto, quando scattò un fastidiosissimo allarme che non manifestava nessun'intenzione di smettere: ammirai il perfetto aplomb del direttore, che, fermato il tutto, si voltò e chiese semplicemente, con voce non forte ma chiara: «¿Se puede parar?»).

Quell'ottobre, il giorno 9, cominciai a lavorare, e pochi giorni dopo ci fu l'altra grande "bomba" che coinvolse Pollini: la "non-serata" alla Società del Quartetto, della quale ho scritto un paio di settimane fa. Sonò poi sotto un tendone da circo, forse provocatoriamente, le ultime tre sonate di Beethoven, e come bis gli Addii; quando, alla fine, gli fu chiesto della faccenda al Quartetto, si rifiutò di commentare e disse soltanto: «La Società del Quartetto ha pochissima importanza»: ovazioni piú che dopo le musiche (che, come spesso avviene, ne avrebbero meritate di piú). Il tendone faceva "tendenza": vi sentii anche Mario Delli Ponti nei Quadri, presente l'anziano Riccardo Bacchelli con l'inseparabile papillon.

Ormai s'era "entrati nella storia": un concerto, alla Scala, con l'integrale di Schönberg (era il '74, anno del centenario della nascita) seguita dall'Opus 106, con il primo movimento al metronomo di Beethoven (138 minime al minuto). Dài e dài, la gente aveva imparato che si riesce a stare zitti per un'ora anche se la musica suona diversa da quel che ci si aspettava. Giorni fa, Dino Villatico ha ricordato che a Roma qualcuno era stato disturbato nella sua Weltanschauung, anni prima, dalla velocità di quel primo movimento e aveva concluso, per la tranquillità generale, che evidentemente Beethoven non sapeva la matematica. (Anche Mozart, come tutti sanno, non s'era accorto degli errori di stampa all'inizio del sesto quartetto dedicato a Haydn: per fortuna glielo fece notare un acquirente che pretendeva una copia corretta.) Allora, per le sonate di Beethoven andavano a ruba i dischi di Backhaus e Kempff, che per ragioni "storiche", o forse tutte loro, eseguivano quel movimento a poco piú di metà del tempo indicato dall'autore, facendone un monumento anziché una seconda "apoteosi della danza". Ma già negli anni Trenta Artur Schnabel, che gli Americani definirono "l'uomo che inventò Beethoven", aveva registrato comm'il faut quell'Allegro: fulmineo ma con tutti i ritornelli previsti (come faceva appunto Pollini). L'equilibrio generale della composizione ne trae grande vantaggio: infatti era ovvio che Beethoven sapesse contare benissimo fino a centotrentotto moltiplicato quattro (il movimento è basato sulle crome). Negli anni Trenta non si correggevano nemmeno le registrazioni "in istudio" e quel disco di Schnabel resta bahnbrechend nonostante le non poche note false, in cui era facile incorrere se si vuol "cantare" come si deve a quella velocità (oggi sono tutti tecnicamente piú bravi, ma pochi sono disposti a rischiare).

Travolgenti, anche piú di come le riascoltai da lui trent'anni dopo a Salisburgo, le Variazioni Diabelli nel gennaio del '76 alla Scala: la stessa sensazione d'esplosione dell'attimo che vent'anni dopo riuscí a farmi provare con l'ultimo tempo del sullodato Opus 106 durante l'integrale beethoveniana a Milano.

Sempre degli anni Settanta ricordo un sabato sera al Conservatorio in cui s'uní al Quartetto italiano per un Opus 34 di Brahms mozzafiato, e anche una Fantasia in fa minore, per i concerti GLS della Scala, che fece esclamare nel ridotto: "Questo è Schönberg, non è Chopin!". Eppure, Chopin non mancava di dire che il suo antecedente immediato era Bach, e la sua tavolozza, se non la si edulcora, è altrettanto ricca di cosiddette "dissonanze" che, portate dalla logica del contrappunto, contribuiscono fortemente alla sua emotività.

In quegli anni, la Scala aveva un pianoforte piuttosto infelice, che una volta fu additato al pubblico ludibrio, invero poco elegantemente, da un pianista polacco divenuto poi un mito per molti; a me, invece, rimane antipaticissimo proprio per quel braccio teso (verso il basso, per fortuna) ad accusare lo strumento di non avergli consentito d'esprimersi "come avrebbe potuto". Un mercoledí, al Turno A d'abbonamento alla stagione sinfonica anche Pollini apparve deludente, mi pare nel Concerto di Schumann. Lo ripeté una quarta volta il sabato, perché c'era "Musica nel nostro tempo", a cui ero del pari abbonato, e tutto fu diverso. Seppi poi dall'accordatore che dopo la prima sera aveva fatto portare in teatro uno dei suoi pianoforti.

Non era vero che Pollini non sapesse e volesse, quando necessario, essere "viscerale": chi ha sentito da lui l'inizio dello sviluppo del primo movimento di D 960 una volta verso la fine degli anni Ottanta, non lo potrà dimenticare vita natural durante.

Nel '95-'96 arrivò l'integrale delle Sonate di Beethoven: ristretta, con una punta di civetteria, alle trenta del canone czernyano. Culminò, a mio parere, nel concerto con gli Opera 90, 101 e 106: una serata di quelle che s'annunciano memorabilissime sin dalle prime note, e chiusa trionfalmente dalla Fuga che ho già ricordato: un'esperienza d'ascolto che non fu assurdo considerare irripetibile. E, dopo essermi perso il suo primo "progetto", risalente credo al '94, cominciai a sentirlo a Salisburgo. I suoi concerti di maggior richiamo avevano luogo, ovviamente, nella sala grande, quella che chiamo il Grosso Fespilòsso. Una volta Gérard Mortier ebbe l'idea, affascinante e istruttiva, d'invitare lui e Brendel con lo stesso programma a otto giorni di distanza, gli Opera 109, 110 e 111: nessuno dei due aveva da temere... Qui mi limiterò a ricordare una serata dell'agosto '99 al Mozarteum, durante il suo secondo "progetto", in cui, dividendo il podio con molti altri artisti, fece eseguire il Quintetto per fiati di Schönberg e i sei Quartetti brevi di Sciarrino, e di Mozart eseguí il Quintetto in mi bemolle (che l'autore considerava la propria migliore composizione fino a quel momento, e s'era già nel 1785) e il Quartetto in sol minore: una di quelle sere d'agosto in cui a Salisburgo può mettersi improvvisamente a diluviare come in nessun altro posto al mondo: ma dopo le tre ore e piú di quel concerto, nessuno se ne accorse...

Un paio d'anni dopo, nella serie Kontrapunkte voluta da Claudio Abbado quando portava a Salisburgo per Pasqua il Berliner Philharmonisches Orchester, un pomeriggio, ancora al Mozarteum, con la neve fuori e i soliti ventisei gradi in sala: Pollini comparve come "accompagnatore", prima del flauto nell'Opus 107 e poi di Philip Langridge e Angelika Kirchschlager in una larga silloge di canzoni popolari armonizzate, con meritato guadagno, da Beethoven: un'ora e mezza e passa di motivetti demenziali, ma in quell'esecuzione divenuti sbalorditivi, perché sotto vi compariva tutta la fantasia armonica della "terza maniera" e il pianoforte sembrava sospingere i cantanti verso terre ignote.

Un altro suo amplissimo "progetto", credo l'ultimo, si concretò finalmente alla Scala: nel 2009, grazie alla "reggenza Barenboim".

A fianco di tutto questo, ritornavano spesso la Deuxième Sonate di Boulez, che talvolta (non sempre, a dire il vero) eseguiva a memoria, e alcuni Klavierstücke di Stockhausen, affrontati con un vigore atletico tutto diverso dalla compassatezza di Aloys Kontarsky nella stessa musica (uno la sonava in maniche di camicia, l'altro in frac). E ...sofferte onde serene, il pezzo per pianoforte e suoni di pianoforte elettronicamente rielaborati che Nono preparò per lui e fu ripreso piú volte nei primi anni di questo secolo, dopo la création avvenuta alla fine degli anni Settanta in un pomeriggio di "Musica nel nostro tempo". Di Masse di Giacomo Manzoni ricordo una sola tornata milanese, per quattro sere, ma arrivò quasi súbito il disco.

S'impongono a questo punto due riflessioni: Pollini non ha mai rilasciato, che io sappia, una registrazione dei Préludes - Deuxième livre che affiancasse quella, tra le piú convincenti, del Prémier livre (favolosa un'esecuzione di questo alla Scala negli anni Novanta, culminata in una miracolosa Cathédrale engloutie e senza cedimenti nella tesissima Danse de Puck che la seguí; ma dopo questa un castrone applaudí con fragore, súbito imitato da molti suoi pari: ero stato certo che avrei finalmente capito se i Minstrels fossero «uomini paradossali» o «avanzi di baccanale», o magari «gnomi fenomenali», invece fu inevitabile che quegli ultimi minuti fossero sbrigati via). Dal vivo, a partire dal 2002, l'ho sentito sonare il Deuxième livre, in modo contrastante: una volta con quello che mi parve un eccesso di pedale, poi con grande asciuttezza, e infine con una virtus in medio che mi fece sperare, invano, in un CD. (Ricordo che quella degli Études dello stesso autore fu una delle sue registrazioni di minore successo.) Anche questo sfata la dicería del Pollini ipertecnico, preoccupato solo di confermare la propria impeccabilità strumentale: a me diede talvolta l'impressione, quand'era intorno ai sessant'anni, d'essere alla ricerca d'un suono ideale che tendeva a sfuggirgli, e non ho capito perché non s'è mai scostato dallo Steinway, con il quale raggiunse però una sera verso la fine del 2013 a Bologna nell'Imperatore, una varietà timbrica e una grandiosità d'eloquio insuperabili: ottimamente supportato da Haitink, che aveva sostituito Abbado morente, ma anche al prezzo, si può dire, di qualche piccolo guaio. In séguito, lo sentii ancora a Berlino, ai primi di giugno del 2016, e a Salisburgo. Gli ultimi anni no.

Tra i suoi autori piú frequenti, non ho nominato lo Schumann dei pezzi giovanili: non esito a dire che ne preferisco altre esecuzioni. In Mozart m'ha lasciato stupefatto e ammiratissimo, una sera con Pierre Boulez, l'approccio "nirvanico" a KV 595: ma sul podio c'era, appunto, quegli che considero uno dei maggiori direttori mozartiani in cui mi sia imbattuto (ascoltate la Gran partita e ne sarete convinti anche voi). Benissimo, e ci mancherebbe altro, nel primo libro della Tastiera ben temperata; ma, a mio gusto, senza il mistero dell'invenzione.

Ignoro perché non sonasse in pubblico, per lo meno dopo il raggiungimento della celebrità, né Scarlatti, né Haydn, né i Quadri, e molto me ne dolgo. Altri si dolgono che evitasse Rachmaninov e Skrjabin.
Ultima modifica di mascherpa il 21 apr 2024 19:40, modificato 4 volte in totale.
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Amfortas_Genova
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Re: E' scomparso Maurizio Pollini

Messaggio da Amfortas_Genova » 09 apr 2024 20:29

mascherpa ha scritto:
09 apr 2024 13:24
Gran bel diario, grazie
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