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Zelmira
di Gioachino Rossini

(a cura di D. Ciccone)

La recensione di OperaClick

 




cover del CD
edizione Opera d'Oro




















cover del CD
edizione Erato






















cover del CD
edizione Opera Rara
























 


 

Sommario:

Guida all'ascolto

La Trama

Atto primo

Atto secondo

Discografia

 

 

Zelmira

di Gioachino Rossini

libretto di Andrea Leone Tottola, tratto da “Zelmire” del commediografo francese settecentesco Pierre-Laurent Dormont de Belloy

Prima rappresentazione:
Napoli, Teatro S.Carlo, 16 febbraio 1822

 

Personaggi e interpreti della prima rappresentazione:
 

Ruolo vocalità interprete
Polidoro, re di Lesbo basso Antonio Ambrosi
Zelmira, sua figlia soprano Isabella Colbran
Ilo, principe di Troia tenore Giovanni David
Antenore, aspirante al trono di Mitilene tenore Andrea Nozzari
Emma, ancella di Zelmira contralto Anna Maria Cecconi
Leucippo basso Michele Benedetti
Eacide tenore Gaetano Chizzola
Gran Sacerdote di Giove basso Massimo Orlandini
Sacerdoti di Giove, popolo di Lesbo, guerrieri di Mitilene, seguaci di Ilo, un figlio di Zelmira in tenera età    


 

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Guida all'ascolto

(di Domenico Ciccone)

Per i tempi di lavoro che aveva Gioachino Rossini, un anno fra un'opera nuova e l'altra era una vera enormità, e tanto passò tra Matilde di Shabran e Zelmira, ultima opera che il maestro diede a Napoli, città che aveva visto i suoi maggiori trionfi.

L’impresario Domenico Barbaja, inoltre, aveva già programmato un tour a Vienna subito dopo le recite napoletane, per cui il compositore avrebbe dovuto avere tutta la tranquillità necessaria per scrivere musica completamente originale, senza l’assillo di scadenze che lo avrebbero potuto costringere all’utilizzo di centoni.

Stando così le cose, Rossini poté continuare in tranquillità con Zelmira la sua opera di parca evoluzione nei modelli musicali, costruzione di un "ponte" tra classicismo e protoromanticismo che aveva visto una brusca accelerazione e una successiva altrettanto brusca frenata con Ermione.

I famosi “accenti nascosti” di Rossini trovano nell’ultima opera napoletana la loro più compiuta accezione, nello sfolgorante virtuosismo canoro, ai limiti dell’ineseguibilità, come base per modelli sonori di indubbia novità.

Come già in Ermione e Maometto II, la sinfonia sparisce a favore di un preludio di grande vigore strumentale con interventi del coro; la protagonista non si presenta al pubblico con un’aria, ma con una semplice scena insieme a Emma; il re spodestato Polidoro canta un’aria di dolore la cui fattura precede chiaramente molte melodie donizettiane e finanche verdiane, e la stessa osservazione si può fare per il finale primo.

Nondimeno la struttura delle parti vocali è spinta fino agli estremi limiti delle possibilità dei rispettivi destinatari, i già mitici Isabella Colbran, Andrea Nozzari, Giovanni David; la futura signora Rossini aveva all’epoca appena 38 anni, ma era in carriera da quando ne aveva 16, e l’evidente usura del registro acuto veniva compensata da una scrittura tutta in zona centrale, raramente spinta oltre il la naturale e solo in fase di coloratura rapida, ma da risolversi con un declamato ampio e agilità di forza sotto un tessuto strumentale molto ricco.

Antenore deve affrontare un canto di sbalzo esteso per quasi tre ottave, dal sol diesis basso al do acuto, e Ilo impervi salti di decima fino al re naturale tenuto, entrambi con la “consueta” trama di fittissima agilità.

Rossini si trovò inoltre a musicare un libretto alquanto scadente di Andrea Leone Tottola, tratto dalla "Zelmire" del commediografo francese settecentesco Pierre-Laurent Dormont de Belloy, ennesima rassicurante pièce di argomento classico che tanto piaceva ai pubblici dell’epoca.

Il successo della prima napoletana al Teatro San Carlo, il 16 febbraio del 1822, fu incontrastato grazie alle qualità della scrittura musicale, come del resto a Parigi e Vienna; dopo la prima parigina Stendhal ebbe a scrivere “Mai si vide un intreccio più sconclusionato e un tiranno più balordo”, proprio in riferimento al lavoro di Tottola: basti pensare al fatto che tutta l’azione si basa sostanzialmente sul fatto che Zelmira e Ilo non riescano a parlarsi chiaro, lungo un duetto di enorme durata a metà del primo atto.

Le repliche successive videro crescere pubblico ed entusiasmo, tanto che alla recita del 6 marzo fu presente e acclamante anche re Ferdinando I.

E fu proprio dopo la suddetta recita che Gioachino Rossini e Isabella Colbran partirono in segreto per Castenaso Bolognese dove si unirono in matrimonio il 16 marzo (e Barbaja, antico amante della primadonna, non la prese benissimo).

Come che sia, lo spettacolo doveva continuare, e il 13 aprile dello stesso anno Zelmira approdò a Vienna, con rinnovato successo.

Il librettista Giuseppe Carpani così si espresse dopo aver sentito l’opera: "Ben lungi dall'essere esausta la Rossiniana miniera, il suo proprietario vi aprì una vena fino ad ora intatta, e ne scavò tant'oro da comporne non una ma quattro opere, e fornire cogli avanzi di che giovarsi ne' dotti loro lavori a que' frà suoi emuli che ne risentisser bisogno".

Per le recite viennesi Rossini compose anche una nuova scena e aria per il personaggio di Emma, che nella capitale asburgica era il famoso contralto Fanny Eckerlin, fra l’altro su parole dello stesso Carpani. “Eccolo. A voi l’affido…Ciel pietoso, ciel clemente” sarebbe poi entrata stabilmente nello spartito dell’opera, scena lunga e impegnativa con accompagnamento dell’arpa solista e interventi del coro.

Quattro anni dopo l’opera fu rappresentata a Parigi, e nel frattempo parecchie cose erano cambiate. Regnante come primadonna Giuditta Pasta, quest’ultima fu destinataria di un nuovo finale, anche se sempre lieto: Rossini compose una nuova aria "Da te spero o ciel clemente", di atmosfera elegiaca e sognante, alla quale fece seguire una sezione in allegro molto "Dell’innocenza o Dei, vindici ognor voi siete" con interventi di Polidoro, Antenore e Leucippo, basata sulla musica scritta per la cabaletta di Ermione "Se a me nemiche o stelle".

Dopo queste aggiunte, si ripristina il vecchio finale fino al rondò "Riedi al soglio", tagliato nella sezione centrale e seguìto dalla cabaletta "Deh circondatemi".

Fatto sta che l’Ilo della situazione era il non meno famoso Gianbattista Rubini, e Rossini fece diventare la cabaletta una sorta di terzetto con interventi di Polidoro e Ilo, per l’occasione spinto in fase di coloratura fino al mi bemolle sovracuto.

Questo è il finale che si può ascoltare nelle recite in corso a Pesaro per il XXX Rossini Opera Festival, anche se il resto dell’opera si rifà allo spartito napoletano con l’aggiunta dell’aria viennese di Emma.

Infatti la "versione Parigi" prevederebbe tagli nella parte di Antenore, la quale venendo a mancare Nozzari, si rivelò troppo difficile per il tenore delle recite parigine, Marco Bordogni.

Vennero così espunti parecchi recitativi, l’intera cabaletta “Sorte! Secondami! Quest’alma ardita”, ed effettuati ulteriori aggiustamenti di scrittura per evitare le note più basse.

 

 

La trama

(di Danilo Boaretto)

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Antefatto

 
 

Isola di Lesbo -  Polidoro regna in tranquillità con la figlia Zelmira e suo marito, il troiano Ilo. Azorre, signore di Militene, approfittando dell’assenza di Ilo partito per difendere Troia, approfitta per invadere Lesbo e tentare di uccidere il sovrano. Tuttavia il progetto di Azorre fallisce: inizialmente Zelmira nasconde il padre fra le tombe dei re di Lesbo; in seconda battuta, fingendosi nemica di Polidoro, segnala, quale finto nascondiglio, il tempio di Cerere. Quindi Azzorre ordina la distruzione del tempio di Cerere, trovandovi lui stesso la morte ad opera di una congiura organizzata da Antenore - con la complicità di Leucippo -, aspirante ai troni di Mitilene e Lesbo.

 

Atto I

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Nel corso del primo atto, tutto sembra accanirsi contro Zelmira. I guerrieri di Mitilene piangono la sorte di Azorre. Leucippo proclama Antenore successore di Polidoro e studia il modo per fargli conquistare anche il trono di Lesbo. Per la realizzazione del piano di Leucippo, Zelmira e il figlio appaiono come un ostacolo da eliminare: ragion per cui Antenore e lo stesso Leucippo la accusano della morte di Polidoro e di Azorre. Purtroppo per Zelmira, la versione del complotto viene creduta da tutti, compresa Emma, la sua confidente.  A questo punto Zelmira, per riacquistare almeno la fiducia di Emma, le rivela il reale nascondiglio del padre. Nel frattempo Ilo torna a Lesbo e Zelmira non ha il coraggio di raccontargli le accuse che pendono sul suo capo;  rivelazione che invece viene fatta a Ilo dalla coppia Antenore e Leucippo. Zelmira decide di mettere al sicuro la vita del figlio, affidandolo alle cure di Emma. Antenore viene incoronato re di Lesbo, mentre Leucippo tenta di pugnalare Ilo; Zelmira, interviene con l’intendo di difendere Ilo, ma si ritrova con il pugnale in mano: accusata di aver tentato di uccidere – dopo il padre e Azorre – anche il marito Ilo, viene portata in carcere.

 

Atto II

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Zelmira scrive una lettera a Ilo, spiegandogli come sono andate realmente le cose e rivelandogli , come Polidoro sia ancora in vita. Purtroppo per Zelmira la lettera viene letta da Leucippo, il quale propone ad Antenore di liberare Zelmira per spiarne le mosse. Nel frattempo, Ilo è fra le tombe dei re di Lesbo a piangere pensando a Zelmira ed al suo sfortunato amore, quando gli si presenta davanti Polidoro rivelandogli tutta la verità su Zelmira e la sua innocenza. Non appena appreso da Polidoro la realtà dei fatti, Ilo si precipita a liberare la moglie. Zelmira si confida con Emma, spiata da Antenore e Leucippo, i quali le fanno credere che Polidoro sia stato salvato da Ilo, e la spingono a rivelare il nascondiglio del padre. Tramite questo espediente Polidoro viene catturato e Zelmira, in preda alla disperazione, si offre in sacrificio al suo posto. Fortunatamente Emma, appreso il pericolo che incombe su Zelmira e Polidoro, si affretta a cercare Ilo riuscendo a farlo intervenire giusto in tempo per salvare i due innocenti.

L’opera si conclude con la carcerazione di Antenore e Leucippo mentre Zelmira può riabbracciare felice suo padre Polidoro e il valoroso marito Ilo.

 

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Discografia

(di Domenico Ciccone)

Personaggi:

Zelmira - Ilo - Antenore - Polidoro - Emma, Leucippo, Eacide, Gran Sacerdote.

 

1)

OPERA D’ORO 2006 2 CD

ODO 1455

Registrazione dal vivo Napoli - 10 aprile 1965

 

Zelmira………….Virginia Zeani

Ilo……………….Nicola Tagger

Antenore………..Gastone Limarilli

Polidoro…………Paolo Washington

Emma……………Anna Maria Rota

Leucippo…………Guido Mazzini

Eacide……………Giuseppe Moretti

Gran Sacerdote…..Enrico Campi

 

Orchestra e Coro del Teatro di San Carlo

Maestro del Coro Michele Lauro

Direttore Carlo Franci

 

Recite a loro modo storiche quelle di “Zelmira” al San Carlo di Napoli nell’aprile 1965, non solo perché si riprendeva un titolo rossiniano mai più rappresentato da oltre un secolo, ma anche perché lo si faceva nello stesso teatro nel quale aveva visto la luce.

Un Rossini spesso “verdizzato”, come accadeva per le riesumazioni compiute in quegli anni per le composizioni serie del pesarese, sia quanto a concertazione che a stile vocale. La cosa però non disturba più di tanto, in quest’opera, data la peculiarità delle relazioni tra i personaggi (come detto nello speciale, gli amorosi sono soprano e tenore, un basso è padre nobile in disgrazia, un baritenore è l’usurpatore della situazione).

Paolo Washington può così trovare accenti più consoni a un Boccanegra, ma non impropri, nell’aria di Polidoro al primo atto, fra l’altro con una voce notevole per timbro ed estensione. Allo stesso modo Gastone Limarilli canta “Odo le tue querele" con dizione scolpita e accento rovente, sicuramente più consoni a un Don Alvaro ma almeno con buona sicurezza, e dà senso drammatico a tutti i recitativi, anche se semplifica di molto le agilità che la lettera dello spartito richiede.

Nicola Tagger non sfigurerebbe oggi come tenore rossiniano, stante l’estensione e la buona tecnica di coloratura: taglia i re sopracuti nella cabaletta, ma non si sottrae alle esigenze di altri passi di bravura (nelle fioriture del duetto con Zelmira al primo atto, ad esempio, o negli acuti del duetto con Polidoro al secondo atto).

Non sfigurerebbe nemmeno Anna Maria Rota, dalla voce calda e pastosa, autenticamente contraltile, che strappa l’applauso più entusiastico del pubblico al termine dell’aria “Ciel pietoso, ciel clemente”, fortunatamente recuperata da Carlo Franci, eseguita con un legato ammirevole e coloratura molto precisa.

Virginia Zeani era un scelta quasi obbligata per il titolo eponimo, non fosse altro che per avere destato grande impressione, qualche anno prima, nel recupero del rossiniano “Otello” alla Rai di Roma (ruolo che avrebbe poi ripreso negli anni a venire anche a Berlino e a New York).

La cantante italo-rumena è una Zelmira appassionata e vibrante, decisamente tendente verso il romanticismo donizettiano e preverdiano, ma non per questo poco attendibile nel ruolo. La voce è luminosissima, e la tecnica perfetta le consente di rendere molto bene il campionario di trilli, mordenti e agilità di forza che la parte richiede.

Carlo Franci dirige con buona scelta di tempi e riesce anche a trovare una certa raffinatezza stilistica negli accompagnamenti, anche grazie all’ottima forma dell’orchestra. Male invece il coro.

Edizione ovviamente tagliata, nei da capo dei vari brani e in molti recitativi, oltre che nell’intera cabaletta della prima aria di Antenore, ma non al punto da compromettere la godibilità dell’esecuzione.

 

 

2)

ERATO 1989, 2 CD

GDD 45419

 

Zelmira………….Cecilia Gasdia

Ilo……………….William Matteuzzi

Antenore………..Chris Merritt

Polidoro…………José Garcia

Emma……………Bernarda Fink

Leucippo…………Boaz Senator

Eacide……………Vernon Midgley

Gran Sacerdote…Leslie Fyson

 

The Ambrosian Singers
maestro del coro John McCarthy

I Solisti Veneti – direttore Claudio Scimone

 

Il 1989 fu un anno fervido: ad aprile il Teatro dell’Opera di Roma presentò un’edizione di Zelmira con i più famosi interpreti rossiniani del momento, della quale è rimasta traccia in registrazioni private che girano fra gli appassionati per vari canali, e pochi mesi dopo uscì l’edizione ufficiale dell’opera, a cura della Erato, che dei cantanti dell’edizione romana recuperava Zelmira e Antenore.

Chris Merritt era nel pieno della sua carriera rossiniana e delle sue possibilità, e canta il ruolo con una facilità nel canto di sbalzo e una potenza vocale che ancora oggi hanno dell’incredibile. Basti solo ascoltare l’aria “Mentre qual fiera ingorda” e successiva cabaletta, o l’inizio del finale primo “Si figli miei, di Lesbo” per capire i termini della questione: un gran peccato la successiva, precocissima usura vocale, ma questo disco rimane la pietra di paragone per tutti gli eventuali interpreti del ruolo.

Cecilia Gasdia sfoggia una musicalità eccellente, coloratura esattissima e spiccata sensibilità interpretativa: perfetto in questo senso l’attacco e lo svolgimento del duetto con Emma “Perché mi guardi”, ed elettrizzante la resa della cabaletta di “Riedi al soglio”. Qualche piccolo problema emerge relativamente alla dizione, a volte troppo sacrificata all’altare del virtuosismo.

William Matteuzzi mette fin troppo in mostra il registro sovracuto per il quale andava famoso all’epoca, ma anche lui supera di slancio tutte le difficoltà dell’ardua parte; dizione chiarissima e fraseggio languido e appassionato caratterizzano al meglio la sua esecuzione di “Terra amica ove respira”.

José Garcia è un altro dei tanti misteri mai risolti sul come certi cantanti approdino a registrazioni discografiche in ruoli di primo piano. Brutta la voce, legnosa l’emissione, raffazzonata la coloratura, insomma un autentico disastro.

Bernarda Fink se la cava più che bene quando deve rimanere in zona centro grave, ma appena la tessitura sale moderatamente le cose peggiorano non di poco; l’aria del secondo atto la trova in estrema difficoltà nell’alta tessitura e nelle agilità fittissime (e si sarebbe ben potuta risparmiare un’inutile quanto brutta cadenza al si acuto nel finale).

L’orchestra di Claudio Scimone ha una brillantezza di suono e un’amalgama delle sezioni certo superiori a quelle dell’edizione del San Carlo, oltre alla bravura tecnica delle impegnate parti solistiche, ma il direttore veneto confonde troppo spesso l’espressività con la velocità, arrivando in alcuni punti a sfiorare il grottesco. L’accompagnamento al duetto “In estasi di gioia”, per esempio, sarebbe improprio perfino per “Il maestro di cappella” di Cimarosa, nel pigolìo degli strumenti a fiato e degli archi, figuriamoci per il Rossini serio.

Censurabile inoltre che tolleri o addirittura richieda ai cantanti puntature sovracute per ogni dove. Passino quelle che chiudono le cavatine dei tenori, molto meno quella tiratissima alla fine del concertato primo atto (fra l’altro neanche si capisce bene chi la esegua, fra i due tenori e il soprano), ma i mi naturali di Matteuzzi alla fine dei duetti con Zelmira e Polidoro sono una vera offesa al buon gusto.

Molto bene, viceversa, gli Ambrosian Singers, vera garanzia di qualità.

 

 

3)

OPERA RARA 2004 3 CD

ORC 27

Registrazione dal vivo Edimburgo, agosto 2003

 

Zelmira………….Elizabeth Futral

Ilo……………….Antonino Siragusa

Antenore………Bruce Ford

Polidoro…………Marco Vinco

Emma……………Manuela Custer

Leucippo…………Mirco Palazzi

Eacide……………Ashley Carling

Gran Sacerdote…..Mathias Hausmann

 

Scottish Chamber Orchestra & Chorus

Direttore - Maurizio Benini

 

Registrazione dal vivo di una serie di recite in forma di concerto effettuate al Festival di Edimburgo, questa edizione a mio parere propone la migliore direzione non solo di tutta la discografia, ma dell’intera storia esecutiva dell’opera.

Alla guida della notevole Scottish Chamber Orchestra Maurizio Benini coglie in pieno la struttura musicale di ponte tra classicismo e romanticismo:l’orchestra è leggera ma mai esangue, e a tratti si accende di turgore strumentale per rientrare subito nell’alveo della classicità.

Il preludio con gli interventi del coro in questo senso è perfettamente realizzato, il finale primo è sontuoso ma non roboante, la grande scena del secondo atto con coro “Ecco la perfida” incalzante e maestosa.

Elizabeth Futral sulla carta era una scelta azzardata, essendo soprano lirico-leggero, ma a conti fatti si rivela una Zelmira attendibile. Il registro centrale appare sufficientemente robusto da sostenere quasi tutta la scrittura, soprattutto senza essere coperta dall’orchestra (ottimo, va anche detto, il lavoro dei tecnici del suono di Opera Rara nel bilanciamento dei piani sonori). Molto precisa nelle agilità, interprete volenterosa, il suo timbro inoltre si accoppia benissimo con quello di Manuela Custer, così da rendere al meglio tutti i passi dove soprano e contralto devono esprimere il loro rapporto di fedeltà e amicizia.

La quale Custer, sotto il tappeto sonoro creato da Benini, canta un “Ciel pietoso, ciel clemente” da antologia per partecipazione emotiva e accento dolente, e si disimpegna benissimo tanto nel terzetto che nel duetto del primo atto. Peccato che in alcuni punti la voce risulti un po' “soffiata”, come se passasse dell’aria nell’emissione..

Bruce Ford tornava al ruolo dopo le recite pesaresi del 1995, e una certa fatica si sente soprattutto negli acuti, risolti quasi sempre di gola e in alcuni casi al limite della tenuta. Di contro l’interprete è diventato molto raffinato, il fraseggio ora insinuante ora protervo, tale da dare un minimo di credibilità a quello che dovrebbe essere pur sempre un tiranno: sentire come attacca “Che vidi! Amici! oh eccesso!” dando i necessari colori a rendere la falsità della costernazione per la morte di Azorre.

Non si potrebbe pensare un Ilo più aderente alla scrittura della parte di Antonino Siragusa; la voce è chiara ma non filiforme, le agilità sono sgranate di forza a tutte le altezze senza il minimo cedimento, gli accenti e il fraseggio perfetti. Cito fra i tanti esempi possibili la frase “Era il dolce mio pensier” nella sua cavatina, con l’impervia cadenza al re sopracuto e successiva discesa, affrontate spavaldamente la prima, morbidamente la seconda per dare diverso senso drammatico.

Unico piccolo appunto, la tendenza a chiudere alla lettera E i sopracuti, per dare più sonorità.

Marco Vinco canta bene e con molta musicalità, con l’unica “pecca” di avere un timbro troppo giovanile per la parte del vecchio re Polidoro. Mirco Palazzi è un Leucippo di lusso, che anche senza arie o pezzi protagonistici fa valere il suo canto.

Coro molto bravo e registrazione tecnicamente riuscitissima.

 

 
 

 

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