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(di Fabio Bardelli)
"... un'opera perfettamente calata nel contesto europeo del suo tempo, confermando il ruolo che Puccini ormai da tempo ricopriva nella cultura italiana, di leader abilmente aperto a recepire le istanze più aggiornate e ad inserirle nel proprio linguaggio teatrale". (Roberto Iovino)
Alla fine di ciascun atto della Fanciulla del West, ogni volta che Arturo Toscanini posò la bacchetta, al Metropolitan di New York la sera del 10 dicembre 1910, seguirono applausi lunghissimi e successo clamoroso: complessivamente quarantasette chiamate, suddivise fra i vari artefici della rappresentazione. I protagonisti della "prima assoluta" della nuova opera di Giacomo Puccini erano quanto di meglio offrisse la scena lirica esattamente cento anni fa: Enrico Caruso, Emmy Destinn, Pasquale Amato e Toscanini. La nuova opera del compositore lucchese era attesissima e fu molto ben pubblicizzata dai giornali locali, finendo per diventare un autentico evento, e forse un trionfo annunciato, per la città e per gli Stati Uniti.
La trama e i personaggi della Fanciulla non avevano fatto subito breccia nella mente di Puccini, quando assisté all'omonima piéce teatrale di David Belasco (autore anche del soggetto di Madama Butterfly), nel 1907; egli si risolse a musicarla dopo ripensamenti ed incertezze, attratto sì dall'ambientazione romanzata e pittoresca ai tempi della "febbre dell'oro" e dal microcosmo umano che avrebbe potuto rappresentare, ma anche dall'idea solida del classico "triangolo amoroso", trattato stavolta con colori particolarmente forti, in cui Minnie rappresenta certamente qualcosa di più complesso e di diverso rispetto alle eroine pucciniane che finora avevano visto la luce, in particolare Mimì e Cio-Cio-San.
I numerosi personaggi che appaiono e agiscono, soprattutto nell'atto della "Polka", rappresentano uno spaccato di varie miserie umane che Puccini non si lascia certo sfuggire, e la cui descrizione psicologica è vivida e curata, facendoli quasi assurgere al ruolo di "coro" fatto però da tante singole individualità: il cantastorie, i poveri minatori che in una situazione di vita estremamente dura spasimano per Minnie, come pure tutti gli altri, vengono inseriti dal compositore in un contesto di estrema efficacia teatrale non meno che musicale, anche con autentiche citazioni di materiale folklorico, melodie del West e balli nordamericani. Il musicista, dotato di grande fiuto, realizzò quasi subito che dalla Fanciulla sarebbe venuto fuori qualcosa di speciale, se in una lettera a Giulio Ricordi dell'estate 1907 scriveva: "La Girl promette di diventare una seconda Boheme, ma più forte, più ardita e più ampia. Ho l'idea d'uno scenario grandioso una spianata nella grande foresta californiama cogli alberi colossali, ma occorrono 8 o 10 cavalli-comparse...". Da autentico uomo di teatro si preoccupava già della realizzazione scenica prima di avere scritto la musica. La gestazione del libretto non fu molto lineare, in quanto la primitiva stesura di Carlo Zangarini pare non abbia soddisfatto il musicista e l'editore, per cui al librettista bolognese venne affiancato Guelfo Civinini, discussa figura di letterato labronico di ascendenze pistoiesi, che fu certamente tenuto "in riga" da Puccini stesso, il quale partecipò attivamente almeno all'ideazione di alcune scene.
La critica locale, dopo la prima rappresentazione newyorchese, rimase in parte perplessa: al di là delle lodi di maniera dovute soprattutto all'ambientazione americana (che fu ovviamente molto apprezzata), forse non riuscì a cogliere del tutto gli elementi di "nuovo" nella poetica pucciniana, da cui deriva tuttora una certa minore considerazione di cui laFanciulla gode presso il pubblico. È innegabile che dal punto di vista teatrale l'opera funzioni assai bene, con scene di massa, momenti di lirismo intenso, capovolgimenti di situazioni, con il finale del II atto che riserva sempre in teatro applausi assai calorosi. Il libretto nel suo complesso è teatralmente funzionale, e colpisce la perfetta corrispondenza della musica con l'azione teatrale, ma allo stesso tempo è letterariamente abbastanza pedestre e non presenta particolari pregi stilistici alla Giacosa-Illica, per cui sfugge talora agli ascoltatori il rapporto, assolutamente precipuo, non già fra "parola" e "musica", ma fra "musica" e "azione scenica".
Si dice comunemente che laFanciulla non sia opera per le voci ma per l'orchestra, ed è vero solo in parte. La partitura orchestrale è studiatissima, calibrata, variegata e sottile, e delinea un Puccini grande conoscitore della musica europea del suo periodo: non le sono certo estranee le orchestrazioni e i linguaggi avanzati dal punto di vista armonico di Strauss e di Debussy. Si è anche scritto che le voci sono trattate come fossero strumenti dell'orchestra, in realtà Puccini le usa in maniera estremamente funzionale alle "novità" della Fanciulla, cioè ad una scrittura soprattutto "per scene" e con "ariosi" anzichè per pezzi chiusi. Tanto che, almeno sulla carta, non vi è nell'opera nessuna aria che si conclude con lo spazio in orchestra per strappare un applauso a scena aperta, anche se il pubblico si scatena normalmente dopo l'aria del tenore nel terzo atto, costringendo spesso il direttore ad interrompere il fluire orchestrale che dovrebbe in realtà proseguire. La linea vocale è spesso frastagliata, frammentaria, vi si trovano a fatica i grandi archi melodici ammaliatori che avevano caratterizzato finora la scrittura pucciniana. Mosco Carner parla non senza ragione di "stanca invenzione melodica", riscattata però, si potrebbe aggiungere, da una straordinaria inventiva e cura orchestrale.
Minnie è un personaggio variegato e complesso: in lei si ritrova l'innamorata, la "maestrina" che legge la Bibbia ai minatori, la sognatrice, la ragazza civettuola, l'ardimentosa che maneggia la pistola e bara al gioco ma dice le sue preghiere serali, a tratti virago, a tratti donna seducente e sedotta. La sua vocalità va del pari, procedendo in varie direzioni a seconda delle esigenze musicali e drammaturgiche. Dal soprano Puccini esige molto, e non solo in fatto di tessitura: deve essere scenicamente convincente, alle prese con un personaggio frastagliato e con alcune caratteristiche abbastanza lontane dal nostro modo di vedere di oggi, se non addirittura poco credibili, che l'interprete intelligente deve aiutarci ad accettare. Alla protagonista il compositore richiede gran peso vocale, oltre che per "passare" un'orchestra molto densa, anche per incisività di accenti e per tessitura assai improba (Puccini si è sicuramente ricordato di alcune eroine straussiane che già avevano preso forma), ma senza tralasciare gli abbandoni lirici ed il fervore romantico. Invece dal punto di vista vocale le parti diJohnson e soprattutto quella di Rance rientrano nell'ambito più naturale di una tessitura prevalentemente caratterizzata da espressività spinta, riservando al tenore le frasi amorose e le rare espansioni liriche tanto care al pubblico che soprattutto questo si aspetta da Puccini. Per il resto è canto di conversazione, qualche oasi nostalgica, scene che sempre si susseguono, con le voci dei cantanti perfettamente fuse e calibrate ora con le raffinatezze dell'orchestra ora con il suo ribollire.
Il tema della "redenzione" ed il finale lieto, con il bene trionfante sul male e i due innamorati che si allontanano e che avranno sicuramente una vita lunga e feconda, lascia sempre un po' interdetti e viene quasi a rompere il realismo di un'opera trattata fino allora con mano assai felice. È quello che Mosco Carner ha definito "... l'idealistico motivo wagneriano inserito nel realismo brutale di un western". O, perché no, una happy end vagamente posticcia, forse anche un inconsapevole tributo offerto alla futura industria cinematografica statunitense.
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L'edizione "del centenario" della Fanciulla del West che va in scena quest'anno a Torre del Lago è la decima in “casa di Puccini”: si iniziò nel 1949 al Teatro Eden di Viareggio, nell’ambito delle manifestazioni per il 25° anniversario della morte del Maestro, per proseguire a Torre del Lago con nomi sempre più importanti sia nei ruoli titolari sia alla direzione e alla regia.
A seguire la cronologia delle edizioni di Fanciulla del West dal 1949 al 2010:
1949
25° anniversario della morte di Puccini
Al Teatro Eden di Viareggio
Maria Caniglia, Galliano Masini, Paolo Silveri
Dir. Gabriele Santini
Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Roma
1956
Elisabetta Barbato, Antonio Annaloro, Piero Guelfi
Dir. Argeo Quadri
1960
Gigliola Frazzoni, Giuseppe Savio, Andrea Mongello
Dir. Ottavio Ziino
1962
Antonietta Stella, Giuseppe Di Stefano, Anselmo Colzani
Dir. Oliviero De Fabritiis
Regia Enrico Frigerio
1972
Gianna Galli, Giuseppe Giacomini, Anselmo Colzani
Dir. Giuseppe Morelli
Regia Beppe de Tommasi
1979
Olivia Stapp, Silvano Carroli, Giuseppe Giacomini/ Nicola Martinucci
Dir. Gian Luigi Gelmetti
Regia Renzo Giacchieri
1980
Olivia Stapp, Silvano Carroli, Gianfranco Cecchele
Dir. Francesco Prestia
Regia Renzo Giacchieri
1986
Mary Jane Johnson, Alain Fondary, Giorgio Casellato Lamberti, Nicola Martinucci, Angelo Marchiandi, Giancarlo Tosi, Armando Ariostini
Dir. Gian Luigi Gelmetti
Regia Angelo Corti su progettazione di Mauro Bolognini
1995
Barbara Daniels, Katleen McCalla, Antonio Salvadori, Lando Bartolini
Dir. Christian Badea, Jason Acs
Regia Roberto Faenza
2005
Daniela Dessì, Lucio Gallo, Fabio Armiliato, Massimo La Guardia, Andrea Patucelli
Dir. Alberto Veronesi
Regia Ivan Stefanutti
Scene e costumi Nall
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