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KÁT’A KABANOVÁ

Opera in tre atti

di  LEOŠ JANÁČEK

su libretto proprio

dal dramma L’uragano di Aleksandr N. Ostrovskij

nella traduzione in cčco di Vincenc Cervinka


Prima rappresentazione: Brno, Teatro Nazionale, 23 novembre 1921


La recensione di OperaClick

 

 


IL SOGGETTO

a cura di Emilio Sala

dal programma di sala del Teatro alla Scala

Atto primo

Un giardino pubblico.

Il chimico e meccanico professor Kudrjáš contempla la bellezza del fiume Volga, ma il suo entusiasmo non č condiviso da Gláša, domestica dei Kabanov. I due vengono interrotti dall’arrivo del ricco mercante Dikoj che inveisce contro il nipote Boris, accusato di pigrizia. Kudrjáš chiede a Boris come fa a sopportare delle simili aggressioni e quest’ultimo gli risponde che deve obbedire allo zio perché cosě impone il testamento della nonna, altrimenti sarebbe diseredato insieme alla sorella. Poi confida a Kudrjáš di essere innamorato di una donna sposata che sta giusto arrivando con tutta la famiglia: il mercante Tichon, sua madre Kabanicha, sua moglie Kát’a e la figlia adottiva Varvara. Tichon ascolta i rimproveri di sua madre, una vedova autoritaria, che lo accusa di non amarla piů dopo che si č sposato con Kát’a. Secondo Kabanicha, egli dovrebbe partire subito per il mercato di Kazan’. Kát’a cerca di rassicurare la suocera, ma ne riceve solo l’intimazione di non immischiarsi in cose che non la riguardano. Prima di allontanarsi, Kabanicha ripete al figlio i suoi rimproveri. Quest’ultimo riceve anche quelli di Varvara che lo accusa di non aver difeso abbastanza la moglie.


Una camera in casa dei Kabanov.

Intenta a cucire, Kát’a confessa a Varvara le sue nostalgie e il suo desiderio di evasione; le racconta dei suoi sogni di adolescente e della sua appassionata religiositŕ; poi la rievocazione si trasforma in angoscia quando ammette di essere ossessionata da strani pensieri. Sogna una voce appassionata che la seduce e l’induce a seguirla. Kát’a č sconvolta ma Varvara la incoraggia a lasciarsi andare a quei pensieri. Entra Tichon in partenza per Kazan’ e la moglie lo trattiene con un’esagerata sollecitudine, implorandolo di non partire o di portarla con sé. Di fronte al rifiuto del marito, chiede almeno che egli la costringa a un ferreo giuramento: durante la sua assenza, ella non dovrŕ rivolgere la parola ad alcun estraneo. Ma Tichon non se la sente di esigere un simile sacrificio. Sopraggiunge anche Kabanicha che mortifica la nuora ordinandole di non ricambiare lo sguardo dei giovanotti. La moglie sempre piů turbata dice addio al marito e la terribile madre impone al figlio di inginocchiarsi davanti a lei.

Atto secondo

Un’altra stanza in casa dei Kabanov.

Le tre donne di casa Kabanov sono intente a cucire. La suocera rimprovera la nuora: perché non fa come le altre mogli e ostenta il suo dispiacere per l’assenza del marito? Uscita la vecchia, Varvara espone a Kát’a un piano: ella ha sottratto a Kabanicha la chiave del cancello del giardino, sostituendola con un’altra. Quindi gliela consegna ed esce per una passeggiata: se incontrerŕ Boris, gli dirŕ di venire in giardino quella sera stessa. Kát’a non osa prendere la chiave, ma quando sente arrivare Kabanicha seguita da Dikoj, ubriaco, la afferra e la nasconde.

Di notte. Il giardino dei Kabanov.

Presso il cancello del giardino arriva Kudrjáš che attende Varvara intonando una canzone. Sopraggiunge anche Boris che lo informa di essere stato convocato per un appuntamento galante. Capendo come stanno le cose, Kudrjáš lo mette in guardia del pericolo in cui potrebbe trovarsi Kát’a. Ma ecco avvicinarsi Varvara che si annuncia con una canzone alla quale Kudrjáš risponde secondo gli accordi. Poi i due giovani si allontanano nel giardino. Boris rimane solo e trepidante, ma ben presto arriva Kát’a che gli confessa il suo amore. Tornano Kudrjáš e Varvara che propongono all’altra coppia di appartarsi mentre loro sorvegliano la situazione. Durante il tempo che resta, Kudrjáš e Varvara cantano allegramente, mentre Boris e Kát’a sembrano travolti da un profondo conflitto interiore e da un senso di tragedia.

Atto terzo

Un padiglione in rovina nei pressi del fiume Volga

Due settimane dopo, durante un temporale. Kudrjáš e l’amico Kuligin trovano riparo nell’edificio. Arriva anche altra gente tra cui Dikoj che rifiuta le spiegazioni scientifiche dei temporali e dei parafulmini fornite da Kudrjáš: per lui le tempeste sono punizioni mandate da Dio. Poi smette di piovere e arriva Varvara che cerca Boris: Tichon č tornato e Kát’a non riesce a dominare il suo turbamento; ella teme che possa tradirsi. Ma ecco che entra appunto Kát’a sconvolta mentre la tempesta ricomincia il suo corso. Tutti si rendono conto del suo stato d’animo quasi delirante. Alla fine, non potendone piů, Kát’a confessa al marito la sua colpa mentre infuria la bufera. Tichon č stordito e muto. Kabanicha, trionfante: «Figlio, te lo dovevi aspettare!». Kát’a fugge via come una pazza in mezzo alla tempesta.


Un luogo solitario sull’argine del fiume Volga.
Č il crepuscolo. Tichon e Gláša stanno cercando Kát’a. Anche se la colpa di quest’ultima č terribile, il marito dice di amare ancora sua moglie. Kabanicha, invece, ha sostenuto che la nuora andrebbe sepolta viva. Mentre continua la ricerca, entrano Kudrjáš e Varvara che decidono di scappare a Mosca per sfuggire dalle persecuzioni di Kabanicha. Irrompe allora Kát’a, decisa a trovare Boris per vederlo un’ultima volta, persa nella notte come una sonnambula. Finalmente appare Boris in partenza per la Siberia; dopo un lungo abbraccio silenzioso, i due si scambiano le ultime parole. Nel momento del congedo, Kát’a raccomanda a Boris di fare la caritŕ a ogni mendicante che incontra. L’oscuritŕ č totale. Rimasta sola, Kát’a incrocia le braccia e si getta nel fiume. Il rumore del tuffo č udito da coloro che erano intenti alla ricerca. Tichon si precipita, ma Kabanicha lo trattiene. Allora, per la prima volta, il figlio si ribella e accusa la madre di essere la vera responsabile della morte di Kát’a. Ma č troppo tardi. Dikoj depone il corpo dell’annegata appena recuperato dai flutti. Con la solita terribile freddezza, Kabanicha ringrazia tutti i presenti per il loro aiuto e la loro partecipazione.


KÁT’A KABANOVÁ

L’OPERA IN BREVE

a cura di Emilio Sala

dal programma di sala del Teatro alla Scala

Non ci si stupisce che Janáček abbia ribattezzato il dramma di Ostrovskij, da cui trasse l’opera che qui si presenta, col nome della sua protagonista: Kát’a Kabanová. Il titolo originale di tale dramma, L’uragano, tentň per altro il compositore che in data 6 marzo 1921 scriveva a Kamila Stösslová di non sapere come chiamarla, la sua nuova opera, se L’uragano o Katěrina: «L’argomento contro L’uragano č che esiste giŕ un’opera con lo stesso nome; l’argomento contro Katěrina č che io scrivo solo opere “femminili”: Jenůfa, Katěrina». Alla fine prevalse l’ultima opzione anche in ragione di una precisa scelta drammaturgica: assai piů di quanto non accada in Ostrovskij, nella Kát’a Kabanová tutta la vicenda passa attraverso la sua protagonista. Anche l’uragano del terzo atto appare in Janáček piů psicologico che meteorologico, e si capisce perché il titolo di Ostrovskij abbia tentato il compositore fino all’ultimo: in russo Groza vale anche come “terrore”. Č un po’ ciň che accade con Evgenij Onegin di Čajkovskij che, se si dovesse intitolarlo per il peso drammaturgico delle dramatis personae, non ci sarebbero davvero dubbi: andrebbe ribattezzato Tat’jana. D’altronde l’opera di Čajkovskij e quella di Janáček intrattengono fra loro rapporti tutt’altro che superficiali. Quest’ultimo si č chiaramente ispirato per i tipi vocali (e non solo vocali) di Kát’a e Varvara alla coppia Tat’jana e Ol’ga di Evgenij Onegin. E lo stesso preludio tutto incentrato sulla protagonista femminile, sul suo carattere e sul suo destino, risulta drammaturgicamente simile nelle due opere. A ben vedere, infatti, Janáček si muove nell’introduzione strumentale che precede l’opera dentro le inquietudini e l’ipersensibilitŕ di Kát’a. Dopo un lento movimento discendente intonato dai violoncelli con sordina (un motivo che va associato alla minaccia dell’uragano o del destino), si fa subito strada una scansione di otto note battute dai timpani su un fondo cupo di tube e tromboni. Si tratta di un motivo che di solito si associa alla “vecchia Russia” ma che č stato significativamente ricondotto anche alle otto sillabe del nome Ka-tě-ri-na Ka-ba-no-vá. Quasi che la protagonista fosse una vittima predestinata dei pregiudizi di una ottusa e atavica tradizione. Comunque sia, questo motivo sarŕ uno dei piů pervasivi, con la sua cinquantina di occorrenze.

Il lavorěo tematico č d’altra parte uno degli aspetti piů appariscenti della costruzione musicale e drammaturgica di Kát’a Kabanová: tutta la partitura č attraversata da una rete di motivi in continua trasformazione. Solo per il personaggio metamorfico e quasi inafferrabile di Kát’a si possono contare 13 o 14 motivi caratterizzanti. Un altro procedimento tipico di Janáček, e di Kát’a Kabanová in particolare, č la famosa “melodia parlata” che il compositore ricalca sulle inflessioni e intonazioni della lingua cčca e che vale, si badi bene, tanto per la scrittura vocale quanto per quella orchestrale. Come scrisse Carl Dahlhaus nel suo saggio sul Realismo musicale, tale procedimento parte «da una melodia operistica basata sulle cadenze della lingua parlata» per propagarsi poi in «tutta la struttura formale» (contagiando il livello ritmico, armonico, contrappuntistico ecc.). Il risultato, per citare ancora Dahlhaus, č una sorta di «straniamento tangibilmente connesso a quella obiettivitŕ nella rappresentazione musicale dei processi interiori da sempre ammirata nella musica di Janáček». Ma il “realismo” janáčekiano si carica anche, spesso, di connotazioni simboliste, come dicevamo a proposito dell’uragano finale

Due esempi, per concludere. Il primo č il vocalizzo senza parole e in lontananza del coro del terzo atto che col suo profilo ondulatorio-incantatorio rinvia, come dice il libretto, al simbolico «sospiro del Volga» nelle cui profonditŕ Kát’a troverŕ una via d’uscita al suo tormento. Il secondo riguarda l’impiego, davvero singolare nella partitura dell’opera, della viola d’amore, raro e desueto strumento che Janáček conobbe leggendo il trattato di strumentazione di Berlioz e soprattutto frequentando a Brno, come ha ipotizzato John Tyrrell, il violista Rudolf Reissig. Col suo suono flebile e fioco, la viola d’amore sembra farsi portatrice di un significato nascosto, schiacciato dal peso dell’orchestra e dunque quasi inudibile. Non a caso questo strumento “anomalo” č stato spesso dimenticato e rimpiazzato da una normale viola. Ma a torto, crediamo. Nella sua storica incisione del 1977 per la Decca, Charles Mackerras l’ha ripristinato e difeso, arrivando a consigliare, in nome della volontŕ d’autore, l’utilizzo del microfono nelle esecuzioni dal vivo di Kát’a Kabanová. Benché (o forse perché), sul filo del silenzio, la voce simbolica e misteriosa della viola d’amore ci sembra una componente irrinunciabile di Kát’a Kabanová.


LEOŠ JANÁČEK

CRONOLOGIA DELLA VITA E DELLE OPERE

a cura di Lidia Bramani


dal programma di sala del Teatro alla Scala

1854  Nasce il 3 luglio a Hukvaldy, presso Příbor, in Moravia, dove il padre Jíři (1815-1866) si era trasferito nel 1848 con la moglie Amálie Grulichová, in seguito all’assegnazione di una cattedra nella scuola del villaggio. Anche il nonno, come il padre, era stato insegnante e musicista, nonché uomo di approfondita cultura generale.

1865  Č ammesso nel coro della chiesa del convento agostiniano di Brno, dove riceve un’importante formazione musicale di base. Particolare, positiva influenza esercitň su di lui l’insegnante di composizione Pavel Křízkovsky´.

1866  Si iscrive all’Istituto tecnico tedesco di Brno.

1869  Frequenta il “Magistero Slavo” di Brno per avviarsi, come nella tradizione di famiglia, all’attivitŕ didattica.

1872  Si diploma conseguendo ottima valutazione soprattutto nelle discipline storiche, in musica e in geografia.  Nello stesso Istituto, comincia il periodo di due anni di insegnamento gratuito, sorta di apprendistato per un piů stabile impiego come docente. Nel frattempo, sostituisce Křízkovsky´ alla guida del coro del monastero della Vecchia Brno e diventa maestro del “Coro dell’unione degli artigiani Svatopluk”, di ispirazione patriottica, che amplierŕ molto, sotto la sua guida, il repertorio e le finalitŕ artistiche.

1874  Iscrittosi alla Scuola per organisti di Praga, concentra i primi due anni di corso in uno, componendo lavori di apprendistato, brani religiosi e organistici.

1876  Tornato a Brno, riprende l’attivitŕ di insegnante al Magistero.

1877  Viene pubblicato per la prima volta un suo lavoro, il Graduale per coro misto dall’offertorio Exaudi Deus. In ottobre, lascia la Societŕ corale “Svatopluk” perché giŕ impegnato, dalla fine del 1876, come maestro della “Beseda brnenská”. Esegue, accorpando elementi del coro del convento, della Beseda e di allievi dell’Istituto Magistrale, il Requiem di Mozart.

Scrive la Suite per archi che risente dell’influenza dell’amico Dvořak, con il quale visita la Boemia.

1878  Compone Idyla per archi.

In questi anni, oltre a leggere testi di estetica, filosofia e psicologia musicale, studia approfonditamente l’opera del fisico e fisiologo Helmholtz.

1879  Dirige, alla Fondazione Beseda, la Missa solemnis di Beethoven.

 

Si iscrive al Conservatorio di Lipsia, dove segue le lezioni di storia della musica e analisi di Paul Oscar e quelle di composizione di Leo Grill.

1880  In primavera, torna a Brno e frequenta il Conservatorio di Vienna con Franz Krenn per completare il corso di composizione interrotto a Lipsia. In questo periodo nascono una Sonata per violino e un Quartetto d’archi, entrambi perduti. In maggio, ottiene la cattedra presso l’Istituto Magistrale.

1881  Il 13 luglio sposa l’allieva di pianoforte, non ancora sedicenne, Zdeňka Schulzová.

In dicembre, diventa direttore della nuova Scuola per organisti di Brno, alla quale rimarrŕ legato per quarant’anni rendendola un importante centro musicale dalle ampie prospettive didattiche e culturali.

1882  Il 15 agosto nasce la figlia Olga.

1885  Dopo quattro anni di scarsa attivitŕ compositiva, scrive Kačena divoká (L’anitra selvatica) per coro misto e con finalitŕ anche scolastiche, e i quattro cori per voci maschili Čtveřice mužsky´ch sboru dedicati a Dvořák.

1887  Compone l’opera Šárka su testo di Julius Zeyer ispirato alla mitologia cčca. Rimarrŕ ineseguita fino al 1925.

1888  Alla Scuola musicale della Beseda, oltre a istituire classi di canto, violino e pianoforte, fonda un’orchestra permanente. Sia sul piano didattico che interpretativo rinnova i repertori inserendo regolarmente opere di Dvořák, Brahms, Smetana, Čajkovskij, Saint-Saëns e Liszt.

Insieme al collega e amico František Bartoš, raccoglie e cataloga i canti popolari delle regioni dei lachi e dei valacchi. Approfondisce sempre piů l’indagine sulla curvatura melodica del linguaggio parlato, associandone l’analisi all’elaborazione di una nuova teoria armonica basata sulla libertŕ delle successioni accordali. Scrive anche numerosi articoli su questi argomenti.

1890  Muore il figlio Vladimír, di soli due anni.

Pubblica, con Bartoš, le prime raccolte di canti popolari moravi (con le quali parteciperŕ, l’anno successivo, alla Mostra Nazionale di Praga) e compone le folcloristiche Lašské tance per orchestra.

1891  L’immersione nello studio delle autentiche origini dei canti popolari moravi, cčchi e sloveni, influisce sui lavori di questo periodo che ne assorbono e ne stilizzano, senza riferimenti o citazioni testuali ma in modo assolutamente personale, i principi espressivi, come avviene nella Suite op. 3 per grande orchestra, nel balletto folcloristico Rákos Rákoczy e nell’opera Počátek románu (L’inizio di un romanzo).

Janáček trova un modo singolarissimo di modellare la scrittura musicale sulle dinamiche dei processi psichici, scavando quindi nel profondo della forza comunicativa e culturale popolare e rifiutandone qualsiasi mistificante astrazione.

1894  Comincia a lavorare all’opera Jenůfa, che terminerŕ solo nel 1903. Come in altri lavori destinati al teatro, un ipersensibile realismo psicologico e ambientale dilata, sul piano espressivo, le connessioni tra parola parlata e parola cantata, con particolare attenzione per le inflessioni della prosa. Continua intanto la sua intensa attivitŕ presso l’Istituto Magistrale e la Scuola per organisti di Brno, nonché la sua severa e filologicamente attendibile ricerca nel campo della musica folcloristica, anche in vista della Mostra etnografica di Praga.

1896  Compie viaggi in Russia e in Polonia.

1897  Gli idiomi folcloristici hanno ormai influito sulle radici profonde del suo stile e della sua concezione estetica, come si puň notare nella cantata Amarus per soli, coro misto e orchestra.

1901  Pubblica la raccolta di piů di duemila canti moravi.

1903  Inizia la stesura dell’opera Osud (Destino), che lo occuperŕ fino al 1905 e non verrŕ mai rappresentata durante la sua vita. Il 26 febbraio, dopo una lunga agonia, si spegne, a soli ventun anni, la figlia Olga.

1904  Viene allestita a Brno, con grande successo, Jenůfa.

Nel suo cinquantesimo anno di etŕ, Janáček si dimette dall’Istituto Magistrale. Mantiene invece l’incarico presso la Scuola organistica.

1905  Compone la Sonata per pianoforte

Z ulice, 1.X.1905 (Dalla strada, 1-X-1905), della quale ci sono rimasti solo due tempi. Diventa presidente del Comitato di lavoro per il canto popolare cčco in Moravia e Slesia.

1908  Il Club degli Amici dell’arte di Brno pubblica, a proprie spese, la versione per canto e pianoforte di Jenůfa.

Spinto da una forte carica satirica nei confronti della conformista borghesia cčca, comincia a scrivere l’opera Vy´let pana Broučka do mešíce (Viaggio del signor Brouček sulla luna). Il libretto nasce come libero adattamento di un racconto di Svatopluk Čech. Il pensiero utopistico che da Paracelso a Bacone, fino a Comenio, aveva trovato nella Boemia la propria “Cittŕ del Sole”, scaturisce dalla musica di Janáček senza mediazioni, identificandosi con la faticosa volontŕ di riscatto di una cultura che rifiuta il suo ruolo “periferico” rispetto a una presunta centralitŕ occidentale.

Conclude il ciclo di 15 piccoli pezzi per pianoforte, di carattere didattico, Po zarostlém chodnícku (Sul sentiero di rovi).

1909  Dopo Kantor Halfar, del 1906, e Maryčka Magdónova, del 1906-07, scrive Sedmdesát tisíc (I settantamila). Ha ormai raggiunto un’assoluta maturitŕ espressiva nel perfetto equilibrio tra l’impegno ideologico dei testi e la loro traduzione musicale in termini di originalitŕ stilistica e dominio dei propri mezzi tecnici. Benché quasi sconosciuto fuori dalla Moravia, gode di grande stima in patria.

1910  Mentre č occupato nella stesura dell’opera Vy´let pana Broučka do měsíce, scrive soprattutto lavori cameristici, come Pohádka (Fiaba) per violoncello e pianoforte.

1911  Č di quest’anno la cantata Na soláni Čarták (Sulla vetta) per coro maschile e orchestra.

1912  Compone i quattro pezzi per pianoforte V mlhách (Nella nebbia) e la ballata per orchestra Šumařovo dite (La bambina del suonatore).

Dopo il precedente volume O skladbě souzvukův a jejich spojův (La combinazione degli accordi e le loro risoluzioni), del 1897, riprende e approfondisce le riflessioni sull’acustica, sulla psicologia, sulla fisiologia e sull’estetica musicale nel saggio Uplná nauka o harmonii (Trattato completo di armonia).

1916  Termina Vlčí stopa (L’orma del lupo), Hradčanské písničky (Canzonette di Hradčany) e Kaspar Rucky per coro femminile, destinati a una formazione vocale da lui fondata durante la guerra.

Con qualche ritocco da parte del direttore d’orchestra Karel Kovařovič (che l’aveva a lungo disdegnata), viene rappresentata, a Praga, Jenůfa. Accolta entusiasticamente, verrŕ ripresa a Vienna, a Berlino e in molte altre cittŕ tedesche nella traduzione dello scrittore Max Brod, suo futuro biografo.

1917  Aggiunge una seconda parte, Vy´let pana Broučka do XV století (Viaggio del signor Brouček nel XV secolo), ai Viaggi del signor Brouček.

L’impegno sociale e il nuovo amore per la giovane Kamila Stösslová imprimono uno straordinario impulso creativo all’ultrasessantenne compositore, che si appresta a vivere una vera e propria primavera artistica e umana.

1918  Nella rapsodia orchestrale Taras Bul’ba, ispirata al racconto di Gogol’, la tensione etica e la passione per la cultura russa sostengono un linguaggio teso, efficace e assolutamente non assimilabile ai modelli occidentali.

1919  Compone la cantata Zápisník zmizelého (Il diario di uno scomparso). Č nominato direttore del Conservatorio di Brno, diventato tale in seguito alla fusione della Scuola per organisti e della Scuola di musica Beseda.

1920  Nasce, vero e proprio omaggio all’idea di una nazione cčca libera, il poema sinfonico Balada blanická.

Janáček sceglie, soprattutto nella maturitŕ, una via soggettiva attraverso la quale concretizzare artisticamente i suoi intenti morali e politici. Anche nelle composizioni strumentali si avverte l’attitudine alla comunicazione di un contenuto extramusicale che plasma della sua profonda carica emotiva e ideale gli elementi piů specificamente strutturali.

1923  Incorpora, nel Quartetto n. 1 per archi, parte di un Trio con pianoforte composto nel 1808-09, mantenendone il sottotitolo ispirato a La sonata a Kreutzer di Tolstoj. Comincia la Sinfonia in quattro tempi Dunaj (Il Danubio), che rimarrŕ incompleta.

1925  Un anno dopo il suo settantesimo compleanno, riceve il dottorato dall’Universitŕ Masary´k di Brno.

Dopo Kát’a Kabanová, del 1921, e Příhody lišky Bystroušky (Le avventure della volpe Bystrouška, cioč “astuta”), del 1923, compone un’altra opera: Več Makropulos (L’affare Makropulos). Tutte vengono immediatamente rappresentate a Brno e, subito dopo, a Praga. Anche Šárka, dimenticata dal 1887, viene ripresa a Brno. Scrive il Concertino per pianoforte e ensemble cameristico. A Venezia, un calorosissimo pubblico applaude l’esecuzione del Quartetto n. 1 per archi.

1926  Compone la Sinfonietta per grande orchestra su commissione del Sokol Festival e dedicata alle Forze Armate Cecoslovacche. Si reca una settimana in Inghilterra, dove viene accolto trionfalmente. Scrive il Capriccio per la mano sinistra e ensemble cameristico e la Glagolská mše (Messa glagolitica), ispirata a un simbolico panteismo religioso.

1927  Mentre i suoi lavori vengono eseguiti in tutto il mondo dai piů grandi interpreti, č nominato membro dell’Accademia Prussiana delle Arti di Berlino.

1928  Insieme a un frammento del Concerto per violino e al Quartetto n. 2 per archi – intitolato, con esplicita allusione amorosa, Listy´ důvěrné (Lettere intime) – nasce l’opera Z mrtvého domu (Da una casa di morti), ancora attraversata da un brivido di intensa e dolorosa protesta sociale.

Muore a Ostrava, il 12 agosto.


 

 

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