ACCESSO ABBONATI


"Studenti, udite!"

I giovani tenori di oggi: perche' DEVONO ascoltare Gigli? Quali cose in lui si DEVONO studiare? Quali cose si DEVONO imitare ed emulare?

La recensione di OperaClick

 

 


“Amici miei, soldati, e voi del par diletti a me! “…Non so con precisione se avevo sei o sette anni…forse anche meno, ma ricordo benissimo la sensazione che ebbi allora all’ascolto di quella frase, perché è la stessa che provo ancora adesso: un grande sorriso sulle labbra e una straordinaria sensazione di “BELLO”.

La voce di Beniamino Gigli ha il potere di farmi scaturire da sempre quel “sorriso sulle labbra” e un sorriso dentro, nell’anima, come un raggio di sole che illumina una giornata scura. 

Quei vecchi dischi di vinile del BALLO IN MASCHERA e dell’ANDREA CHENIER, registrati alla fine degli anni 40, sono stati consumati dall’ascolto di quel bambino, accompagnati dalla sapiente guida di Papà Roberto che spiegava e illustrava con la passione di una vita di ammirazione e di studio, l’arte del canto attraverso la voce del grande Beniamino.

E’ lì che è nata la mia passione. Quella passione che dà senso a tutta una vita, perché ti nasce dentro come un fuoco e diventa voglia di capire, di studiare, di ricercare, di impegnarsi per poi trasformarsi in lavoro e, con un po’ di fortuna, in carriera e quindi in arte.

La passione per l’arte del canto è stato il motore della mia carriera. 

L’esempio di Beniamino Gigli la “pietra di paragone” in quella straordinaria trasformazione, direi quasi “alchemica”, che è l’educazione della voce nel canto.

A questo punto mi viene spontaneo citare la famosa aria della GERMANIA di Franchetti (cavallo di battaglia di Enrico Caruso ma mai cantata dal nostro Beniamino): “Studenti, udite !” perché vorrei portare a conoscenza di tutti gli studenti di canto la mia esperienza personale per testimoniare quanto sia importante per i giovani neofiti dell’arte vocale non solo l’ascolto e l’attento studio dell’arte di Beniamino Gigli ma quanto sia fondamentale per la propria formazione artistica capirne il grande valore rispetto alla tradizione e come questa tradizione abbia purtroppo oggi subito talmente gravi mutamenti da impedirne il naturale processo di trasmissione.

Mi sono state poste spesso alcune domande da appassionati e studiosi della nostra arte e credo che questo mini questionario, che fa anche da sottotitolo al capitolo da me redatto, possa servire da guida a questa mia esposizione.


- Perché i giovani tenori devono ascoltare Beniamino Gigli ? 

Intanto perchè l’ascolto è una delle risorse più importanti per lo studioso. Diffidate sempre da quegli insegnanti che dicono di non ascoltare (e ce ne sono purtroppo tanti…). E’ attraverso l’ascolto che si forma il giudizio, lo spirito critico, il confronto, la conoscenza: tutte basi fondamentali per lo studio. Non ascoltare sarebbe come dire a uno studente di arte figurativa di non guardare i capolavori dei grandi pittori della storia dell’arte durante il proprio percorso educativo. La tecnica si impara anche attraverso la conoscenza storica del nostro passato, proprio per capire come questa tecnica si sia tramandata ed evoluta da maestro a maestro, quasi come un invisibile testimone passato di mano in mano attraverso i secoli. 

Questa è la Tradizione. 

Anche lo studente di canto in fondo è come un pittore che distribuisce sulla sua tela colori e sfumature, che inventa atmosfere usando tinte forti o tenui a pastello, a volte dure e a volte delicate, vellutate e con tonalità differenti con l’intento di creare armonie ed emozioni uniche. 

L’ascolto è la base dello studio. Saper ascoltare è il mezzo per ottenere risultati. 

Forse molti confondono l’ascoltare con il concetto di “ascoltare per imitare”, con le negative potenziali possibili conseguenze che questo condizionamento istintivo può portare: quando una cosa piace la si vorrebbe imitare e quindi copiare. Io ho sempre trovato grande giovamento nell’ascoltare le cose belle e anche il naturale condizionamento che ho subito, cedendo al fascino che è proprio delle cose belle,  è stato però sempre filtrato dalla mia capacità di giudizio che si è formata sempre di più nel tempo e che mi ha consentito di “rubare” solo le cose che ovviamente mi piacevano, ma soprattutto che si potevano adattare al mio fisico e alla mia voce. Anche il nostro Beniamino, quando era un giovane tenore promettente ma con tanta voglia di imparare, andò a New York per ascoltare il grande Enrico Caruso allora i dischi erano appena nati!!! Sicuramente Gigli fu affascinato dal grande tenore partenopeo, dalla sua tecnica e dalla sua rivoluzionaria personalità vocale e la sua evoluzione nello studio del canto fu sicuramente influenzata da quell’ascolto: la lacrima nella voce, il canto a fior di labbra e la tipica “cavata” carusiana che diventerà poi l’inconfondibile “cavata” gigliana tanto che gli appassionati individuarono subito in Beniamino Gigli l’erede del grande Caruso.

Ecco cosa deve quindi produrre un ascolto costruttivo: conoscenza, confronto, ispirazione, sintesi e applicazione soggettiva.

Per tornare al nostro tema: Ascoltare Beniamino Gigli è prima di tutto un piacere, poi una fonte inestimabile di conoscenza perché il suo canto è depositario del segreto dell’arte vocale e della sua Tradizione.

 Beniamino Gigli non è stato definito a caso “IL TENORE”. La sua voce inconfondibile, di qualità straordinaria, era sostenuta da una perfetta tecnica in cui la respirazione, la muscolatura vocale, il meccanismo di aggiustamento delle corde vocali e dei risonatori era talmente fluido e coordinato da far sembrare tutto assolutamente naturale. Proprio come il canto dovrebbe sempre essere: semplice e naturale.
Citando una frase di E. Herbert-Caesari, che a Gigli dedicò una serie di volumi sul canto, “La voce di Gigli e la sua emissione vocale sono insieme il simbolo vivente dell’unica e sola Tradizione, l’unica e sola Scuola Italiana- unica e sola perché completamente naturale”.

La tecnica di registrazione audio, che fortunatamente era già abbastanza sviluppata intorno alla prima metà del 900, ha permesso oggi di avere una documentazione discografica della voce di Beniamino Gigli molto ricca e dettagliata, soprattutto anche per poterne seguire lo sviluppo durante gli anni.

Gigli diceva, che per cantare bene occorrerebbero due vite: una per imparare e l’altra per cantare…..sembra un paradosso, detto da lui che era veramente un fenomeno. 

In Gigli tutto era canto. Persino quando parlava la sua voce era melodica e seguiva un susseguirsi di inflessioni musicali: parlava sempre sul fiato proprio nello stesso modo come quando cantava, in un’unità così straordinaria da farlo definire da molti studiosi di tutti i tempi una vera e propria prodigiosa “macchina da suono”.

Attraverso l’ascolto delle registrazioni di Gigli si può ammirare il suo studio costante. Nei primi anni di carriera i suoni del registro di passaggio erano più controllati e raccolti per poi diventare con la maturità più aperti e generosi, ma senza mai perdere in rotondità, in qualità di armonici e sempre ben appoggiati in maschera. Questo suggerisce l’idea che i suoni di passaggio nella voce di tenore non devono essere mai lasciati troppo aperti soprattutto all’inizio dello studio e della carriera, perché un suono aperto, magari anche affascinante può trasformarsi molto presto in un terribile nemico per la qualità  e la durata di una voce. Abbiamo avuto illustri esempi di quanto possa accadere quando si esagera in questa pratica e purtroppo credo che lo scadimento della qualità dell’insegnamento di oggi sia da imputare anche ad una certa moda per la cosiddetta “tecnica naturale istintiva” che alcuni interpreti, dotati di voci particolarmente facili, affascinanti e di grande comunicativa, hanno portato avanti da un determinato periodo storico in poi, quasi in aperto contrasto proprio con la Tradizione.

E’ sempre molto facile usare le scorciatoie per arrivare….e bastano in questo senso pochi cattivi esempi per aprire una strada pericolosa. La consapevolezza tecnica, di cui Gigli è indiscutibile ottimo esempio, porta invece a una capacità espressiva e soprattutto ad una longevità vocale di gran lunga superiore.

Rompere con la Tradizione per gli studiosi e gli interpreti del canto lirico, ha voluto dire da un lato l’instaurare quel certo senso di euforia che porta subito la cosiddetta “libertà dalle regole”, con alcuni vantaggi soprattutto interpretativi anche di facile impatto immediato; ma dall’altro lato ha consentito l’accesso nell’arte del canto di qualsiasi tecnica improvvisata e soprattutto rapida per arrivare magari anche al successo, ma con il risultato di creare indubbiamente una gran confusione. 

Chi ama la tradizione riconosce attraverso di essa, con grande umiltà, l’aristocrazia del pensiero artistico e il suo rispetto. E questi elementi fanno sempre la differenza in tutti i tempi. 

Ho letto innumerevoli testimonianze di Beniamino Gigli e di altri suoi grandissimi interpreti suoi contemporanei, che affermavano a gran voce la loro umiltà e il rispetto di fronte all’Arte.

Quale miglior insegnamento si può trarre quindi dall’ascolto di chi di quest’Arte ha fatto una vera ragione di vita?


- Quali cose in lui si devono studiare?

Beniamino Gigli è stato un vero capo-scuola: chi non vorrebbe cantare come lui ??? Infatti molti tenori delle generazioni successive hanno cercato di assomigliargli e di seguire la scia del suo insegnamento in qualche modo: Ferruccio Tagliavini, Gianni Poggi, Richard Tucker fino a Carlo Bergonzi, solo per citarne alcuni. Lo stesso Mario Del Monaco nutriva una profonda ammirazione per Gigli e, soprattutto nei primi anni di carriera, raccoglieva certi suoni di passaggio “in quel certo modo”  modo che rivelava un attento studio del nostro grande Beniamino. Amava inoltre dire che quando aveva assistito ad un suo concerto si era reso conto cosa volesse dire la differenza “tra un tenore ed un Grande Tenore”.

L’attacco del suono di Gigli era impeccabile: ascoltate la registrazione del suo “Come un bel dì di Maggio” o l’attacco di “O Paradiso” dove la bellezza del suono è sempre accompagnata da una perfetta intonazione e dal sostegno del fiato. Oggi non si parla più di queste cose importanti: l’attacco del suono. 

Chi ben comincia è a metà dell’opera” dice un vecchio adagio e niente nel canto si addice meglio di queste poche parole. Tutti gli studenti solitamente si preoccupano sempre più dell’acuto, di “quel passaggio impegnativo” o di quella nota difficile, ma in realtà la bellezza e la facilità nel canto dipende sempre da come si “attacca” il suono: una nota attaccata bene, sostenuta e ben appoggiata, suggerisce all’interprete quella sensazione di facilità che spiana la strada a un canto disteso e naturale.

Mi piace anche sottolineare una cosa importante che balza subito evidente quando si ascoltano le interpretazioni di Beniamino Gigli: a volte usava all’attacco, o durante il canto, un piccolo singhiozzo che sicuramente, oltre che ad essere un importante elemento espressivo, è stato sempre un importantissimo espediente tecnico. Ascoltatene bene l’uso che il grande tenore ne faceva, soprattutto in frasi importanti e impegnative o prima di salire verso il registro acuto.

Analizzando tutto questo dal punto di vista tecnico, attraverso il piccolo singhiozzo il diaframma ritrova coordinazione con il muscolo vocale e la glottide in questo modo si chiude consentendo al suono di essere proiettato direttamente nei risuonatori delle ossa facciali, dando al suono un “focus” maggiore e una sensazione di facilità di emissione.

Certo non bisogna mai abusare di espedienti come questo….lo stesso Gigli fu accusato di fare un uso un po’ eccessivo di questa pratica (che è sempre stata conosciuta nelle diverse scuole di canto come “colpo di glottide”) e quindi di singhiozzare un poco troppo anche durante il canto più eroico….a me sinceramente il singhiozzo di Gigli non ha mai disturbato, anzi !!! Fa parte di quelle caratteristiche “impronte digitali” che rendono un artista assolutamente inconfondibile. E’ importante quindi conoscere questo suggerimento tecnico ma eventualmente saperlo usare con parsimonia e con una consapevolezza espressiva sempre moderata e guidata attraverso il proprio gusto personale.


- Quali cose in Gigli si devono imitare ed emulare?

Imitare non è mai il termine giusto. Abbiamo già analizzato in precedenza questo aspetto…

Chi imita tende a “scimmiottare” o ad essere pedissequo nel cercare di ripetere un qualcosa che si riduce poi ad essere un sorta di copia mal riuscita dell’originale.

Quando si cerca di capire il perché un artista è stato unico ed è diventato inconfondibile, la risposta si trova quasi sempre nel riconoscerne una o più caratteristiche peculiari. 

Ma le stesse caratteristiche, messe in un contesto vocale differente o in un’altra personalità vocale, al 90% si manifestano apertamente proprio solo come dei difetti.

Se si copia o si imita, si copiano e si imitano solitamente proprio i difetti di un esecutore.

La cosa difficile da copiare e da ripetere è il pensiero che esiste dietro una vocalità…

I grandi maestri del passato dicevano : “Cantare come Caruso vuol dire PENSARE come Caruso”. 

Il pensiero è quindi il motore più importante della vocalità.

L’immaginazione crea sensazioni straordinarie e può guidare l’anima a seguirla in questo percorso, inibendo il corpo ad opporsi in questo processo.

Il canto è semplicità e l’immaginazione aiuta a trovarla dentro di noi attraverso l’uso consapevole del nostro corpo. Se il corpo è libero, la voce risulterà libera di esprimere tutte le sensazioni più sottili e profonde.

La semplicità che il canto di Gigli esprime attraverso la sua facilità di emissione e la sua intensità espressiva è la cosa più importante da osservare e da cercare di emulare.

Un’ultima cosa vorrei sottolineare in questa breve dissertazione: la profondità del pensiero e dell’anima di Beniamino Gigli. 

Egli ci lasciò con una frase importante che si può leggere nell’epitaffio della sua ultima dimora terrena: "UN GIORNO LA MIA VOCE TACERA' PER SEMPRE; CHE RESTERA' ANCORA DI ME SE NON LASCIASSI IL SEGNO DELLA MIA UMANITA' ?"

Questa frase è la testimonianza più alta della personalità e della grandezza di Beniamino Gigli. E’ il sunto di quanto scritto fino ad adesso e dovrebbe essere di esempio e monito per tutti quanti operano per nell’Arte e per l’Arte.

Il nostro dovere di interpreti è di rendere giustizia al talento che ci è stato donato e di poterlo tramandare ai nostri figli affinché essi a loro volta lo trasmettano alle generazioni future.

E’ attraverso il nostro esempio che l’Arte rimane viva.

Se il nostro è un buon esempio, Essa avrà un futuro.

Se il nostro è un cattivo esempio, Essa non potrà sopravvivere.

L’avidità e l’egoismo sono i peggiori nemici dell’Arte. Chi vuol approfittare dell’Arte con il solo scopo di arricchirsi  gonfiando a dismisura il proprio Ego, commette un errore madornale.

C’è oggi una grande corsa alla notorietà o al successo che fa perdere molto spesso di vista la cosa principale: per avere successo bisogna prima imparare ad essere bravi e dimostrarlo nel tempo.

Ed essere “BRAVI” vuol dire essere seri, competenti, studiosi, tenaci e soprattutto umili e rispettosi verso se stessi e soprattutto verso l’Arte e la Tradizione.

 

Oggi non è poi così difficile arrivare al successo in una società mediatica dove potenzialmente si può acquistare tutto, persino la notorietà. 

Il difficile è proprio mantenere nel tempo l’immagine che si è arrivati ad imporre all’attenzione di tutti.

La nostra è una carriera difficilissima che, per fortuna, si giudica nel tempo. Ma per durare nel tempo occorre essere preparatissimi, tenaci ma soprattutto umili: quell’umiltà che nasce dal rispetto. E che deve incutere rispetto.

Quel rispetto che è stato baluardo nell’arte e nel canto del nostro grandissimo Beniamino Gigli, al quale andrà perennemente tutta la mia gratitudine.


 

Fabio Armiliato

 

 

© OperaClick Tutti i diritti riservati. È vietato l'utilizzo anche parziale di qualsiasi pagina di questo sito senza autorizzazione

Autorizzazione del tribunale di Milano n° 696 dell’8 ottobre 2004 - P. Iva: 04237170966