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Beniamino Gigli
(20/3/1890 - 30/11/1957)

A cinquant'anni dalla scomparsa del
"Cantore del popolo"

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"Studenti, udite!"
contributo di Fabio Armiliato

 

La recensione di OperaClick

 

 

 

 

 

Cinquant'anni sono tanti e forse, ormai, di Gigli si è detto tutto.

Ma è doveroso ricordare uno dei più famosi tenori della storia dell'opera: la voce più popolare e amata dopo quella di Caruso.

C'è sempre stato, quando si è parlato di Gigli, un costante riferimento e confronto con il mitico Enrico. Un confronto, però che è giustificato solo per l'enorme popolarità che ambedue raggiunsero visto che di analogie vere e proprie ve ne sono ben poche, almeno per quanto concerne la loro vocalità.

E' vero: Gigli partecipò alla ormai leggendaria battaglia per la successione di Caruso al MET. Ma se parliamo di caratteristiche specificatamente vocali (e perchè no, interpretative), altri "concorrenti", in quel momento sarebbero stati più titolati a ricevere la pesante eredità lasciata da Caruso.

Insieme a lui concorrevano artisti del calibro di Giulio Crimi, Hipòlito Làzaro, Antonio Cortis e, fra gli altri, Giovanni Martinelli.
Il giovane Gigli (allora aveva 28 anni) era un tenore che cantava con la sua voce di splendida bellezza, ma una voce che ancora non aveva acquistato quelle ampie risonanze che, in seguito, avrebbe conseguito.
La voce era già allora, compatta, omogenea, fluida ma mancavano in parte quello spessore e accento che avrebbero "virilizzato" il suo canto. Era una voce di tenore lirico che non aveva alcuna luce baritonale come invece aveva quella Caruso.




Beniamino Gigli in Marta (1927)

G. Puccini-Manon Lescaut: Donna non vidi mai (reg. 1926)


A. Boito-Mefistofele: Giunto sul passo estremo (reg. 1927)


La sua, fin dagli inizi, era una tecnica solidissima e tutta la sua carriera sarà fondata su questo: una costante e precisa ricerca dell'emissione e mantenimento di questa in tutto il suo viaggio artistico.

Ancora oggi, se ascoltiamo le sue incisioni giovanili, sono perfettamente ravvisabili i pregi che lo avrebbero accompagnato nell'arco dell'intera carriera: dizione, intonazione e proprietà di fraseggio sono esattamente le stesse doti che si riscontreranno praticamente immutate alla fine di una carriera intensissima durata per più di quarant'anni.

Il suo repertorio fu vasto e spaziò dai ruoli dei tenori del genere leggero a quelli del tenore lirico-spinto (54 titoli), per non contare tutte le arie da camera, le canzoni popolari, le canzoni napoletane che cantò e i 17 film che interpretò.




Una scena tratta dal film "Ave Maria"

Gigli debuttò il 15 ottobre 1914 a Rovigo e chiuse la sua carriera dopo una serie di concerti di addio il 25 maggio 1955. Basterebbe dare una rapida scorsa alla cronologia della sua carriera per rendersi conto dei ritmi frenetici che questo Artista riusciva a sostenere anche in età non più giovanissima.

Dopo la rottura con il MET nel 1932 Gigli, tornato in Europa, semmai intensificò la sua attività e aggiunse nuovi ruoli che nel tempio della lirica di New York erano appannaggio di altri tenori.

Gigli non fu immune dal desiderio di cimentarsi in opere che potevano non essergli adatte. Ben inteso, non si parla di limiti tecnici o vocali ma di limiti insiti nello stesso colore della voce così morbida, priva di un vero squillo eroico e per il suo fraseggio perfettamente in linea con il suo stesso timbro intriso di colore patetico. 



Beniamino Gigli nel Poliuto

G. Donizetti-Lucia di Lammermoor: Tombe degli avi miei (reg. 1927)

 

A. Ponchielli-La Gioconda: Cielo e mar (reg. 1927, dal vivo)

 

G. Verdi-Rigoletto: Bella figlia dell'amore (reg. 1927 con A. Galli-Curci, L. Homer, G. De Luca)


La critica che oggi gli viene mossa più frequentemente è quella di un certo limite, piuttosto, della sua poetica interpretativa drammaticamente poco differenziata. 

Gigli, è vero, sottolineò la "lacrima della sua voce", esagerò in certi impeti e ripropose spesso lo stesso modulo interpretativo. 
Ma Gigli era anche figlio del suo tempo e, per quanto altri suoi colleghi riuscirono ad andare oltre in certi ruoli, è pur vero che il repertorio di Gigli fu più ampio e fu inarrivabile nelle pagine che, per dirla con le parole di Giacomo Lauri-Volpi, richiedevano "delicatezza, candore, spontaneità".

 

 

In Lucia di Lammermoor (1947)

C. Gounod-Faust: Qual turbamento... Salve dimora (reg. 1931)

R. Leoncavallo-I Pagliacci: No pagliaccio non sono (reg. 1933)

 


Come si diceva, la voce di Gigli era di bellezza incomparabile e la sua poetica aveva la sua ragione d'essere proprio in quella bellezza e nella splendida naturalezza della dizione. 
Gigli fu, insomma, interprete di tipo "strumentale" e la sua fu un'intelligenza artistica innata ma guidata con straordinaria musicalità e capacità.

Non posso dimenticare le parole di un mio zio che lo ascoltò in teatro tante volte ed era solito ripetermi: "Quando cantava il teatro si trasfigurava...".
E io stesso, quando ascolto la sua voce, pur da registrazioni fortunose, riesco a provare quelle sensazioni.

Gigli nella sua biografia "Il romanzo della mia voce" (Ed. Pagano) scrisse: "Nacqui con una voce e quasi null'altro... Dovevo cantare! Che altro avrei potuto fare?".

Già... Che altro?

 


In Mefistofele

F. Cilea-Adriana Lecouvreur: La dolcissima effigie (reg. 1940 con M. Olivero)

 

U. Giordano-Fedora: Amor ti vieta (reg. 1940)

 

G. Puccini-Manon Lescaut: Ah! Non v'avvicinate... No pazzo son (reg. 1940)

 

G.Verdi-Il trovatore: Di quella pira (reg. 1940)

 

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Roberto Chiarelli


 

 

 

 

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