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Rigoletto

Tagliabue insegna
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"E'
la solita storia del pastore…"; al primo momento non ci credevo, ma
continuando l'ascolto ho dovuto arrendermi: era Carlo Tagliabue, il grande
baritono, che stava cantando - in tono e in piena voce - il Lamento di
Federico! Parlo di una registrazione (una lezione di canto), ma il nipote
di Tagliabue mi dice che il suo grande zio si dilettava ogni tanto a
"giocare a fare il tenore"; in particolare ricorda un "Amor
ti vieta" a quasi settant'anni di età…
Questo
dice già qualcosa su un artista che è stato un cantante a tutto tondo,
al di là di ogni etichettatura. Certo, classificarlo tenore è
chiaramente un'esagerazione, ma sicuramente Tagliabue è stato un cantante
eclettico. Tesi forse controcorrente, ma vedremo poi il perché. Andiamo
per ora con ordine.
Carlo
Pietro Tagliabue nasce il 13 gennaio 1898 a Mariano Comense, e ben presto
si trasferisce con la famiglia a Milano, dove il padre aveva trovato
lavoro presso la Pirelli. Lì Carlo si divide tra la passione per la
bicicletta (sognava di diventare ciclista, e a detta degli esperti la
stoffa c'era) e la passione per il canto (anche se dai cori di voci
bianche era sempre emarginato…). Frequenta intanto la Civica Scuola di
Musica di Milano, finché viene chiamato alle armi per la Prima Guerra
Mondiale (ove viene nominato sergente "per meriti di
canto").
Rientrato
dalla Guerra trova lavoro come impiegato, ma alla sera non rinuncia a
cantare, sia nei ritrovi che assoldato per serenate. E in una di queste,
viene sentito dal M° Macchi, critico della Casa Sonzogno, che lo convince
a studiare. Comincia così le lezioni da Leopoldo Gennai e da Guidotti, e
dopo poco più di un anno debutta in una serie di concerti a Chiasso,
Chiesa Valmalenco, e altre località del genere.
Nel
1922 il debutto in teatro; chiamato a sostituire il baritono che aveva
dato forfait, debutta nell'Aida al Gaffurio di Lodi. Va così bene che
viene confermato per ventidue repliche, poi per Loreley. Subito dopo è a
Carpi, Palermo, Firenze, Catania, Bergamo, Genova e Ferrara. Poi parte per
una lunga tournee in SudAmerica (un tour de force di Rigoletti, Pagliacci,
Trovatori, …). Già dall'inizio il repertorio si disegna tra Verdi e
Wagner, dando da subito l'idea di un cantante che - e lo vedremo - per
quanto verdiano a tutti gli effetti (uno degli ultimi, forse) risulta
molto eclettico.
Proprio
gli impegni contrattuali in SudAmerica impediscono a Tagliabue il debutto
alla Scala nel 1928, richiesto da Toscanini per la parte di Valentino nel
Faust (altre due volte Tagliabue dovette dire No a Toscanini, sempre per
impedimenti contrattuali, una volta per Falstaff - la parte di Ford - a
Salisburgo, l'altra per Forza del Destino alla Scala).
Poco
male, perché nella sala del Piermarini Tagliabue entra nel 1930 con la
Loreley. E rimarrà quasi stabilmente alla Scala per 26 stagioni (l'addio
nel 1956, come Germont accanto alla Callas), cantandovi più di quaranta
opere. Intanto, pian piano conquista tutti i palcoscenici d'Italia
(compreso il Regio di Parma). E ancora tournee all'estero: SudAmerica,
Portogallo, Inghilterra. In una di queste tournee sposa la prima ballerina
della compagnia, la bellissima Ginevra Pratolongo: sarà il sostegno e il
conforto di Tagliabue per tanti anni (fino a che Ginevra muore, negli anni
'50, e per Tagliabue sarà un colpo che lo farà dubitare sul prosieguo
della carriera). Nel 1937 è la volta del Metropolitan, ove Tagliabue
tornerà per 3 stagioni.
Nel
Secondo Conflitto Mondiale Tagliabue rientra in Patria, diradando un poco
gli impegni; all'inizio degli anni '50 comincia la "seconda
carriera" di Tagliabue; si ritrovò - non più giovanissimo - con la
voce ancora intatta, e questo gli permise di cantare in definitiva con la
nuova generazione di cantanti (se prima della guerra cantava con Pasero e
la Caniglia, ora canta con la Callas e Di Stefano).
La
Scala comincia a metterlo un po' da parte, ma diviene il beniamino
(assieme alla Tebaldi) del San Carlo, dove tornerà fino al 1958. Nel 1962
dà l'addio alle scene, a Forlì, con Pagliacci accanto a Gianni Poggi.
Ancora per qualche anno terrà sporadici concerti (l'ultimo nel 1968 a
Radio Juventud De Espana, a Madrid).
Ma
l'attività prediletta degli ultimi anni fu l'insegnamento, o meglio i
"consigli ai cantanti". Era infatti - nel suo appartamento di
via Milano a Monza - un via vai di giovani aspiranti cantanti e di
professionisti affermati alla ricerca del segreto del belcanto, del
respiro (la vera perla del canto "tagliabuesco", segreto che gli
ha permesso di cantare per quarantenni senza compromessi e senza
scorciatoie), dei filati, … Nomi come Di Sterno, Guelfi, Sordello, …,
e giovani come Schiavi, testa, Ferrario, Giombi, … erano di casa da
Tagliabue.
Questo
perché Tagliabue è stato uno degli ultimi depositari dei segreti della
vecchia scuola di canto; come ha scritto Lauri Volpi ("Voci
Parallele") "Tagliabue è l'unico superstite di una scuola che
sa come in Rigoletto, in Ballo in maschera, Trovatore, Traviata va
cantato, misurato, respirato musicalmente un brano melodrammatico, secondo
il magistero della grande arte". Altrove Celletti ha scritto
("Grandi Voci"): "Dotato di voce timbrata, calda e pastosa,
Tagliabue è stato (con M. Basiola) uno degli ultimissimi baritoni
italiani in grado di affrontare il repertorio romantico senza temerne le
elevate tessiture e senza lederne le esigenze stilistiche. Ciò in virtù
d'un eccellente metodo di fonazione, al quale vanno anche attribuite la
ricchezza di colori e di sfumature, la morbidezza, la suggestiva mezzavoce
che Tagliabue poteva sfoggiare" (lo stesso Tagliabue in un'intervista
ebbe a dire: "Non è vero che avevo una voce da far tintinnare i
lampadari - dice il maestro - quello era Titta Ruffo ; la mia specialità,
se così posso dire, erano i filati, le mezzevoci, i pianissimi, che poi
era tutta questione di fiato"). Proprio questo gli ha permesso di
diventare un interessante baritono verdiano, raffinato e nel contempo
vigoroso.
Ha
scritto Gualerzi: "è impossibile individuare un altro baritono che,
al pari di Tagliabue, sappia coniugare il dominio del canto legato, il
gusto per la frase tornita e la capacità di colorire mediante un gioco di
piani e di forti, con l'omogeneità della gamma e la facilità negli acuti
- qualità tutte che fanno il cantante verdiano, con inevitabile
riferimento al buon tempo antico". Parimenti, Tagliabue fu
interessante anche come wagneriano.
Un
episodio su tutti: canta Tannahuser a Napoli (esiste il CD di quella
serata), terminata la romanza O tu bell'astro incantator, il maestro Bohm
posa la bacchetta e si mette ad applaudire assieme al pubblico…
Nel
1973 la malattia; per cinque anni Tagliabue è costretto a letto,
circondato dal ricordo e dall'affetto di tanti appassionati (uno su tutti,
la Corale Verdi di Parma che gli consegnò uno stendardo), e soprattutto
dall'amore dei nipoti Carlo e Carlina.
Tagliabue
muore il 5 aprile del 1978.
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