| Ruprecht, un cavaliere baritono | Evgenij Ulanov |
| Renata, amante di Ruprecht soprano | Larisa Gogolevskaja |
| Agrippa di Nettesheim, dottore in filosofia tenore | Vasilij Gorškov |
| Jakob Glock, libraio e Secondo cliente tenore | Jurij Alekseev |
| Mathias Wissman, amico d’università dei Ruprecht, Un servo e Terzo cliente basso | Grigorij Karasev |
| Mefistofele tenore | Evgenij Akimov |
| Johann Faust, dottore in filosofia e medicina basso | Aleksandr Morozov |
| L’inquisitore basso | Aleksej Tanovickij |
| L'indovina e La madre superiora mezzosoprano | Ol’ga Savova |
| La padrona della locanda soprano | Svetlana Volkova |
| L’oste basso | Vjačeslav Luchanin |
| Un medico tenore | Vladimir Živopisčev |
| Primo cliente tenore | Vasilij Gorškov |
| Prima novizia soprano | Tat'jana Kravcova |
| Seconda novizia soprano | Margarita Alaverdjan |
| Prima monaca mezzosoprano | Nadežda Vasil'eva |
| Seconda monaca mezzosoprano | Ljudmila Kanunnikova |
| Terza monaca soprano | Elena Karpeš |
| Quarta monaca soprano | Aleksandra Kovaleva |
| Quinta monaca soprano | Ekaterina Varfolomeeva |
| Sesta monaca soprano | Svetlana Kiseleva |
| Il conte Heinrich mimo | Vanlentin Krejsman |
| Direttore d'orchestra | Valerij Gergiev |
| Regia | David Freeman |
| Scene e costumi | David Roger |
| Maestro preparatore | Natalja Domskaja |
| Luci | Steve Whitson e Vladimir Lukasevič |
| Maestro d'armi | Kirill Černozemov |
| Regia acrobazie | Andrej Bugaev |
| Assistenti alla regia | Irina Košeleva e Arija Bonč-Osmolovskaja |
| Maestro del coro | Claudio Fenoglio |
| Orchestra e Coro del Teatro Regio | |
| Allestimento del Teatro Mariinskij di San Pietroburgo | |
| in coproduzione con Royal Opera House, Covent Garden di Londra | |
“Ognennyi angel” (L’angelo di fuoco) e fra le opere più affascinanti e sfuggenti del novecento nel suo inesplicabile groviglio di razionalità e fanatismo, di legame con la tradizione e di iconoclastia avanguardista.
Sergej Sergeevič Prokof’ev aveva incontrato quasi casualmente il romanzo di Valerij Brjusov rimanendo immediatamente affascinato dall’intreccio di nevrosi psicanalitiche in chiave di romanzo storico che caratterizzava il testo. L’opera pur composta nel 1924 ha faticato a trovare la via del palcoscenico nonostante il precoce interessamento di direttori come Bruno Walter. La problematicità di alcuni snodi drammaturgici – specie il finale con l’orgia delle monache possedute – e l’ambigua scrittura musicale autonoma, tanto rispetto alla tradizione melodrammatica, quanto alle soluzioni dell’avanguardia atonale, gli impedirono di vedere la luce fino al 1955, tre anni dopo la scomparsa dello stesso Prokof’ev avvenuta il 5 marzo del 1953.
Bisogna quindi essere riconoscenti a Valerij Gergiev di aver riportato quest’opera sul palcoscenico del Teatro Regio di Torino, dov’era stata rappresentata un’unica volta, nell’ormai lontano 1964 ed in traduzione italiana.
L’allestimento presentato è quello ormai storico realizzato nel 1993 da David Freeman per la regia e David Roger per scene e costumi. Spettacolo di impianto assai semplice caratterizzato da scenografie estremamente stilizzate e dal sapore vagamente espressionista pur nel rispetto dell’ambientazione cinquecentesca della vicenda.
Il tratto caratteristico della regia è la presenza di numerosi servi muti – affidati ad un gruppo di bravissimi acrobati guidati da Andrej Bugaev - lemuri infernali quasi nudi e dell’incarnato innaturalmente cereo, i quali svolgono un ruolo fondamentale nella costruzione dei rapporti fra i personaggi e fra questi e gli elementi scenici con una funzione non troppo dissimile dai servi di scena del teatro Nō. Sono loro ad agitare gli scheletri che levano il loro sarcastico controcanto agli interventi di Agrippa, loro che rendono possibile una felice soluzione per la complessa scena in cui Mefistofele ingoia il garzone dell’oste, loro che scatenano l’orgia finale nel convento. La regia ha il merito nel seguire in dettaglio la complessa e spesso illogica vicenda.
Lo spettacolo nel complesso può presentare qualche perplessità e forse risulta alquanto invecchiato in certe soluzioni. Va però visto all’interno dello specifico momento storico in cui è nato, testimonianza ormai storicizzata del momento di apertura dei teatri russi all’Occidente e a nuove forme di regia molto diverse di quelle in voga nel periodo sovietico.
Valerij Gergiev si conferma interprete di assoluta originalità in questo repertorio. La sua lettura valorizza principalmente i legami che la partitura mantiene con la grande tradizione del melodramma russo a costo di sacrificare gli aspetti maggiormente avanguardisti che pure questa presenta. Una lettura quindi finalizzata ad esaltare al massimo la bellezza sonora della partitura e che trova naturalmente i momenti più esaltanti nei passi più scopertamente lirici come la grande scena seguente al duello fra Ruprecht ed il Conte Heinrich. Anche nei momenti caratterizzati da scrittura orchestrale più dissonante Gergiev non rinuncia mai alla ricerca della cantabilità orchestrale e del valore estetico del suono. Un approccio sicuramente non convenzionale per una partitura di questo tipo e ovviamente destinato a dividere i giudizi, ma va riconosciuto a Gergiev di dare all’interno di questa scelta stilistica una lettura di una coerenza assoluta.
L’orchestra del Teatro Regio fa il suo meglio per mettere in pratica le scelte direttoriali e suona al meglio delle sue possibilità anche se è innegabile una certa estraneità con questo repertorio; come sempre ammirevole la prova del coro diretto da Claudio Fenoglio.
il soprano Larisa Gogolevskaja affronta con sicurezza l’impervio ruolo di Renata, uno dei più impegnativi di tutto il repertorio novecentesco. La cantante presenta una voce di considerevole volume e ottima proiezione che le permette di svettare con sicurezza sull’imponente massa sonora dell’orchestra, la linea vocale non è sempre ben controllata ma il ruolo concede qualche attenuante al riguardo. L’interprete gioca principalmente sul versante dell’esaltazione al limite della follia – tratto innegabilmente presente nel personaggio – forse a scapito di una maggior femminilità che Renata dovrebbe ugualmente trasmettere; per altro il colore quasi metallico della voce della Gogolevskaja non è naturalmente portato ad esaltare gli aspetti più inconsciamente sensuali del personaggio.
Il lanzichenecco Ruprecht è stato affidato al giovane baritono uzbeko Evgenij Ulanov. Voce non grande – in alcuni momenti tendeva ad essere coperto dall’orchestra – ma linea di canto molto corretta la quale, unita ad una presenza scenica di notevole impatto, contribuiva a creare un personaggio sostanzialmente riuscito.
Notevoli le prove offerte da entrambi i tenori principali. Vasilij Gorškov è un Agrippa di squillo eroico e presenta una voce di ragguardevole volume e proiezione riuscendo a dominare con sicurezza l’autentica tempesta sonora con cui Gergiev accompagna la grande perorazione sulla magia filosofica che chiude il primo atto mentre Evgenij Akimov presta a Mefistofele non solo una bellissima voce di tenore lirico ma un accento mutevole e insinuante perfetto per un diavolo ironico e raziocinante che per molti aspetti sembra anticipare il Woland di Bulgakov.
L’inquisitore di Aleksej Tanovickij si segnala per la bellezza della voce e l’imperiosità dell’accento offrendo un significativo contributo alla splendida riuscita della scena finale; di buona linea di canto ma nell’insieme più anonimo il Faust di Aleksandr Morozov. Fra i numerosi personaggi di contorno – tutti di ottimo livello come da tradizione per il Marinskij – va segnalata almeno Ol’ga Savova che presta ai ruoli dell’Indovina e della Madre Superiore una bellissima voce di mezzosoprano, morbida e pastosa e il gruppo delle monache che realizza al meglio l’impervia scrittura della scena finale.
Il pubblico ha tributato un caloroso successo a tutti gli interpreti e non resta da augurarsi che questa esperienza di scambio con il Marinskij possa ripetersi nei prossimi anni anche in virtù delle sempre più strette relazioni che unisco Torino e San Pietroburgo in molti ambiti della vita culturale.
Giordano Cavagnino