| Macheath | Giampiero Cicino |
| Polly | Claudia Sasso |
| Peachum | Giovanni Di Mare |
| Mrs. Peachum | Elisa Barbero |
| Jenny | Emanuela Grassi |
| Brown | Eugenio Di Lieto |
| Lucy | Silvia Faugno |
| Narratore | Italo Proferisce |
| Matthias | Emanuele Cordaro |
| Jacob e Filch | Luca Tiddia |
| Walter e 3° Guardia | Gheorge Palcu |
| Edel e 2° Guardia | Enrico Biondocci |
| Robert e 1° Guardia | Salvatore Terrazzino |
| Jimmy e 4° Guardia | Riccardo Fioratti |
| Smith | Stefano Cianci |
| Vixen | Bertha Zegu |
| Belle | Claudia Elena Muntean |
| Betty | Sabrina Bessy |
| Molly | Maria Claudia Donato |
| Carmen | Lauren Cifoni |
| Dolly | Alessandra Micheletti |
| Direttore | Nathalie Marin |
| Regia, scene e costumi | David Haughton |
| Coordinamento "Opera Futura" | Giacomo Verde |
| Orchestra della Toscana | |
| Nuovo allestimento del Teatro Goldoni di Livorno | |
| Coproduzione progetto LTL Opera Studio (Teatro Goldoni di Livorno, Teatro del Giglio di Lucca, Teatro Verdi di Pisa) | |
Die Dreigroschenoper è un titolo abbastanza desueto nei cartelloni delle stagioni liriche per cui, prima di raccontare l’andamento della serata del 11 febbraio, merita spendere due parole sulla sua nascita, sul contesto storico in cui i due autori vivevano e sul significato del loro sodalizio.
La frequentazione tra Kurt Weill e Bertolt Brecht nasce a Berlino tra il 1922 e il 1926, in un momento in cui la città vive un grande fermento culturale caratterizzato dall’espressionismo e dalla nascita del cabaret: sicuramente un tentativo di superare, con la cultura del sarcasmo e della satira, quel tragico clima di disillusione che sarebbe sfociato negli orrori del nazionalsocialismo.
Tra i due è subito comunione di idee e di condivisioni artistiche, umane e sociali. Quindi un’unione intensa, anche se pare assai probabile che sia Weill a guadagnarci e che la sua fama sia strettamente legata al teatro di Brecht: parte della critica moderna pensa che il suo oggettivo valore come musicista non sarebbe bastato a fargli raggiungere il successo internazionale se non fosse stato spinto ad assecondare con il suono il dramma brechtiano.
L’Opera da tre soldi, rielaborazione della Beggar’s Opera, ovvero L’Opera del mendicante (una ballad opera del 1728 frutto della collaborazione tra il drammaturgo John Gay e il musicista John Pepush) è uno dei lavori nati da questa unione artistica; la prima rappresentazione fu a Berlino, nel 1928: in scena un mondo di derelitti e di criminali, in cui spariscono tutte le differenze tra i corrotti e i “rispettabili” e che, provocatoriamente, avrebbe dovuto scandalizzare il pubblico borghese per linguaggio e situazioni.
L’opera è un Singspiel, con parti cantate alternate alla recitazione, in cui il fox-trot, lo shimmy, il tango (musica di facile consumo, che proprio in quegli anni entrava a far parte, grazie a musicisti come Gershwin, della musica colta) riescono a caricarsi di una sorta di cattiveria triviale, pur sempre dentro una cornice classicheggiante in cui riconosciamo l’uso delle forme melodrammatiche, come i cori, le ballate e i duetti. Il tutto è straniato ad arte, ovvero questo genere facile si carica di forza provocatoria e l’intento satirico nasce proprio dall’acuto confronto tra l’apparente leggerezza delle canzoni e le depravazioni, i tradimenti e le truffe rappresentate.
La versione scelta da Opera Studio è quella italiana firmata da Giorgio Strehler: forse il maggiore artefice di quella che fu, attorno al 1970, una vera e propria rinascita, se non addirittura una scoperta, del teatro brechtiano in Italia; a David Haughton, già collaboratore di Lindsay Kemp, spetta la cura della regia, scene e costumi mentre la direzione orchestrale è affidata a Nathalie Marin.
Il progetto Opera Studio nasce più di dieci anni fa, l’intento è quello di preparare uno spettacolo lirico con una selezione di giovani artisti; un lavoro completo e della durata di circa tre mesi durante i quali, grazie all’ausilio di docenti di chiara fama sia per la parte musicale, che registica, i ragazzi vengono messi in grado di debuttare.
Ricordiamo che il progetto ha dato vita, nel corso di questi anni, ad alcuni tra gli allestimenti sicuramente più interessanti e suggestivi che ci sia stato dato di vedere sui palcoscenici di Livorno, Lucca e Pisa, i tre teatri di tradizione sostenitori dell’Opera Studio. La novità del 2012 è la presenza dei giovani videomaker di Opera Futura, un’idea nata da Maggio Formazione (e quindi dal Maggio Musicale Fiorentino) il cui intento è lo studio della video art e la sua applicazione all’interno di una produzione lirica.
Questo tipo di collaborazione tra multimedialità e tradizione aveva già dato ottimi frutti in Aufstieg und Fall der Stadt Mahagonny, sempre di Weill-Brecht, presentato da Opera Studio nel 2007. E comunque, come cronista ma soprattutto come spettatore felice, non posso non ricordare alcuni tra i più significativi titoli delle passate edizioni di Opera Studio, dal raffinato, indimenticabile, A midsummer night’s dream di Britten, con la regia di Linsday Kemp, al trasgressivo e sensuale dittico Satyricon di Maderna e Dido and Aeneas di Purcell, all’eccellente, e già citata, Mahagonny; tutti allestimenti fatti con grande attenzione all’economia e che avrebbero meritato una maggior diffusione.
Tornando all’Opera da tre soldi, vista al Teatro Verdi di Pisa dopo il debutto livornese e che sarà in cartellone a Lucca il 24 e 25 febbraio, possiamo dire che sia uno spettacolo decisamente affascinante nella sua apparente sobrietà di mezzi, con il grande spazio del palcoscenico lasciato vuoto sì da mostrarne i muri perimetrali, caratterizzato dall’uso di proiezioni che su semplici siparietti indicano i numeri musicali rappresentati e, spesso, li commentano con didascalie o immagini.
Ottimo l’uso delle luci che da sole riescono a creare gli ambienti o che evocano, con gli stessi cantanti protagonisti in un gioco di “ombre cinesi”, le situazioni narrate. Particolare, e condivisibile, la scelta di spogliare la scena il più possibile da arredi e suppellettili “reali” e, piuttosto, di rappresentarli per mezzo di proiezioni fino a creare vere e proprie “scenografie multimediali”.
Per scelta registica vengono esplicitamente mostrati molti di quei mezzi tecnici di produzione solitamente tenuti nascosti, così che tutto avviene di fronte al pubblico e talvolta sarà uno degli stessi interpreti a manovrare alcune luci.
Personale la direzione di Nathalie Marin la quale, alla guida dell’Orchestra della Toscana e con tempi ponderati e calibrati, esalta questa musica beffarda e ammaliante, riuscendo a far bene emergere, in modo metodico, tutti i richiami musicali della screziata partitura pur condendoli con quel fascino fracassone, schiettamente popolare e colto assieme, che la caratterizza.
Una chitarra elettrica – omaggio ai tempi moderni? – chitarra classica, banjo, bandoneon, celesta, pianoforte e altri strumenti spesso inusuali per la quindicina di musicisti in organico.
Genericamente apprezzabile, soprattutto per l’impegno profuso e la generale disinvoltura scenica, la parte musicale-recitativa; decisamente migliori, da un punto di vista vocale, gli interpreti maschili e tra questi il Macheath di Giampiero Cicino, Giovanni Di Mare come Peachum, Italo Proferisce ovvero Il Narratore e Eugenio Di Lieto nei panni di Brown. Elisa Berbero, interessante voce di mezzosoprano, offre una buona prova come Mrs. Peachum; meno incisiva la Polly di Claudia Sasso e insufficiente Emanuela Grassi come Jenny.
I giovani protagonisti, supportati da un importante progetto, e il loro impegno sono quindi la forza di questo allestimento, ma – sic! – anche il lato debole: L’Opera da tre soldi è comunque un testo importante e di non facile resa a cui servono artisti di grande esperienza – e di grande carisma – per tenere desta l’attenzione del pubblico durante le oltre due ore e mezzo di spettacolo; e se i numeri musicali riescono sempre ad avere un loro fascino, la parte puramente recitativa manca sovente di quella crudeltà cenciosa e perfida da cui avremmo voluto essere, se non feriti, almeno impressionati e mostra, soprattutto nella parte finale, una certa stanchezza.
Resta inteso il bel successo con l’affettuosa accoglienza del pubblico che riempiva, una volta di più durante questa riuscita stagione, il Teatro Verdi.
Marilisa Lazzari