| Il Re | Roberto Tagliavini |
| Amneris | Marianne Cornetti |
| Aida | Oksana Dyka |
| Radames | Jorge De Leon |
| Ramfis | Giacomo Prestia |
| Amonasro | Andrzej Dobber |
| Messaggero | Enzo Peroni |
| Sacerdotessa | Pretty Yende |
| Coreografia | |
| Akhmet | Beatrice Carbone |
| Coppia di selvaggi | Sabrina Brazzo - Gabriele Corrado |
| Direttore | Omer Meir Wellber |
| Regia | Franco Zeffirelli |
| Scene e costumi | Lila De Nobili |
| Coreografia | Vladimir Vasiliev |
| Luci | Marco Filibeck |
| Coro e Orchestra del Teatro alla Scala | |
| M° del coro | Bruno Casoni |
| produzione Teatro alla Scala del 1963 | |
Stupenda l'idea di riprendere Aida nello storico allestimento che Franco Zeffirelli firmò nel lontano 1963 con le meravigliosa scenografia di Lila De Nobili.
E' vero, talune scene sembrano delle figurine Liebig improvvisamente animatesi – ad esempio la I scena del II atto – ma che goduria per l'occhio e l'anima. Di fronte a tanta verità realizzativa è impossibile non lasciarsi rapire dalla fantasia e ritrovarsi catapultati inconsapevolmente nell'affascinante Egitto di Ptah (Fthà nel libretto verdiano), Anubi, Ra e Iside. La scena del trionfo è stupefacente: nonostante l'imponente numero di persone e animali impegnati sul palcoscenico, tutto è preciso e ordinato, tanto da consentire ai nostri occhi di gustare anche quei piccoli momenti di vita quotidiana, quali ad esempio i bambini egizi che vorrebbero liberamente scorrazzare fra le fila del corteo venendo immediatamente ripresi e rimproverati dai genitori. Questo è uno di quegli allestimenti operistici che andrebbero salvaguardati in eterno e trattati al pari dei grandi patrimoni dell'umanità.
Peccato che la ripresa della regia, curata da Marco Gandini, sia risultata davvero poco incisiva: Radames vagava costantemente con fare impacciato, Aida non aveva nulla della nobiltà propria ad una principessa, Amonasro era talmente spaesato da sembrare appena giunto dal mercato ortofrutticolo milanese (tristemente di attualità in questi giorni), mentre Amneris sembrava una Ulrica esagitata; il solo Ramfis, autentica mosca bianca, dava effettivamente l'idea di possedere la solennità e il portamento tipici del Sacerdote verdiano.
Anche le luci di Marco Filibeck non si sono distinte per il valore aggiunto portato a questo storico allestimento, risultando per lo più banali.
Il trentenne direttore israeliano Omer Meir Wellber, come da precedenti esperienze che ci avevano portato a seguirlo in Aida a Padova, Trovatore a Bassano, piuttosto che in Tosca a Palermo, si conferma talentuoso e interessante. La sua direzione tende a tenere costantemente alta la tensione narrativa, i tempi sono scanditi come si confà a Verdi ma al contempo non mancano gli abbandoni lirici e i raffinati pianissimo. A volte qualche intemperanza “giovanile” non ci trova concordi – ad esempio l'accelerando repentino e eccessivo sulle battute conclusive del secondo atto – ma nel complesso sono peccati veniali. Purtroppo, va detto che in più di un'occasione, alle buone intenzioni del direttore non è seguita una parimenti efficace resa esecutiva dell'orchestra.
Per queste ragioni non troviamo giustificata la contestazione che l'ha visto facile bersaglio al suo ingresso in scena per l'inizio del terzo atto; ai dissensi che hanno iniziato a piovere dalle gallerie, si è contrapposto energicamente – a nostro parere, con ragione – un signore seduto in un palco il quale ha iniziato ad additare, gli orchestrali quali veri responsabili di alcuni palesi fuori tempo. Del resto Weelber ha un gesto talmente chiaro che facciamo fatica a comprendere alcune disattenzioni; tra l'altro, dopo averlo sentito dirigere con buoni risultati orchestre di livello – sulla carta – inferiore a quella scaligera ci viene davvero il sospetto che per qualche ragione – forse legata al suo “sponsor” Daniel Barenboim – non sia accettato da tutta l'Orchestra del Teatro alla Scala.
Ad ogni modo la contestazione ha sortito l'effetto di alzare il livello complessivo dell'esecuzione per i restanti due atti e ad intiepidire un pochino il clima gelido nel quale la serata si era dipanata sino a quel momento.
Sul versante vocale il livello degli artisti impegnati è variato dall'insufficiente al buono.
Oksana Dyka ci è sembrata un'Aida di vocalità assolutamente inadeguata oltreché carente di personalità artistica: la voce è priva di spessore, la prima ottava è inudibile mentre, sopra al passaggio, si fa presente ma risultando sempre metallica e senza nessun fascino. Tra l'altro il canto è improntato costantemente al forte. Per un momento, nella scena finale, abbiamo avuto la sgradevole sensazione che nella tomba, per errore, ci fosse finita Nedda.
Dopo le entusiastiche voci – giunte da prove offerte presso altri teatri – che avevano anticipato il debutto scaligero di Jorge De Leon, è scontato che le attese nei confronti di questo giovane tenore emergente fossero elevate. Alla luce dei fatti De Leon ha evidenziato una voce di bel timbro, sicura nell'ascesa all'acuto ma forse ancora un po' debole per un ruolo impegnativo come quello di Radames. Lo scoglio rappresentato dal “Celeste Aida” è stato superato correttamente ma con un qual eccesso di prudenza, mentre i Sib del pesantissimo finale secondo faticavano ad emergere. Naturalmente dobbiamo tenere conto che la tensione del debutto può non avergli consentito di sciogliersi adeguatamente – soprattutto nei primi due atti – ma non riteniamo sia un caso, se le cose migliori le ha fatte sentire nell'ultimo atto, l'unico che richiede a Radames una vocalità lirica anziché eroica.
Marianne Cornetti è risultata vocalmente un'efficace Amneris – soprattutto nell'ultimo atto – ma forse non così straripante come in altre occasioni. Scenicamente invece l'abbiamo trovata eccessiva e sopra le righe.
Giacomo Prestia ha dato a Ramfis tutto ciò che il sacerdote egizio dovrebbe avere: solennità, forza, credibilità, tutto ciò in virtù di una vera voce di basso, tagliata su misura per questa tipologia di ruoli; sicuramente il migliore del cast.
Andrzej Dobber, baritono polacco che da qualche anno sta calcando i più importanti palcoscenici internazionali, dopo un ingresso in scena non particolarmente felice, nel quale ha evidenziato una voce eccessivamente fibrosa e un'intonazione non ineccepibile, si è ripreso cantando meglio il duetto con Aida nel terzo atto. Peccato che la ripresa della regia non l'abbia aiutato sufficientemente ad assumere il portamento che dovrebbe avere – seppur prigioniero – un Re.
Roberto Tagliavini è stato un Re corretto seppure di vocalità troppo chiara e non particolarmente possente.
Diligente ma un po' debole il messaggero di Enzo Peroni.
Buona la prova di Pretty Yende nei ruolo della Sacerdotessa.
Di davvero ottimo livello la prova offerta dal Coro del Teatro alla Scala: su tutto vale la pena sottolineare l'atmosfera quasi surreale che il coro diretto da Bruno Casoni è riuscito a ricreare nella scena seconda del primo atto; sicuramente uno dei momenti più riusciti di tutta la recita.
Al termine applausi per tutti e dissensi chiaramente ancora rivolti al direttore Omer Meir Wellber.
Danilo Boaretto