
| Guillaume Tell | Nicola Alaimo |
| Arnold Melcthal | John Osborn |
| Walter Furst | Marco Spotti |
| Melcthal | Patrick Bolleire |
| Jemmy | Eugénie Warnier |
| Gesler | Christian Van Horn |
| Rodolphe | Vincent Ordonneau |
| Ruodi | Mikeldi Atxalandabaso |
| Leuthold | Roberto Accurso |
| Mathilde | Marina Rebeka |
| Hedwige | Helena Raske |
| Chasseur | Julian Hartman |
| Regia | Pierre Audi |
| Scene | George Tsypin |
| Luci | Jean Kalman |
| Costumi | Andrea Schmidt-Futterer |
| Coreografie | Kim Brandstrup |
| Drammaturgia | Klaus Bertisch |
| Coro della Nederlandse Opera | |
| Eberhard Friedrich, maestro del coro | |
| Nederlands Philharmonisch Orkest | |
| Paolo Carignani, direttore | |
Trionfale successo alla Nederlandse Opera di Amsterdam per il nuovo allestimento del Guillaume Tell di Rossini firmato da Pierre Audi (che dell’Opera Olandese è anche direttore artistico) in coproduzione col Metropolitan di New York.
Nella bella intervista di accompagnamento al programma di sala, Pierre Audi spiega l’idea che ha voluto portare in scena in questo allestimento dell’estremo capolavoro di Rossini che, incredibile a dirsi, è l’unica opera seria del Pesarese ad essere stata rappresentata al Muziektheather negli ultimi venticinque anni.
Pierre Audi spoglia l’opera di ogni connotato folcloristico immediatamente riconoscibile, contestualizzando la vicenda, come al suo solito, in una dimensione senza spazio e senza tempo; le non belle scenografie di George Tsypin (non ricordiamo di aver mai visto in teatro qualcosa di altrettanto brutto) vorrebbero suscitare reminiscenze della Svizzera e dei suoi incontaminati paesaggi, dei suoi laghi e delle sue foreste. Lo scenografo dispone in alto animali appesi a testa in giù, ed una struttura lignea che, una volta rovesciata, diventerà la barca di Guillame Tell. Il tutto dovrebbe simboleggiare il loro riflesso nel lago di Lucerna….
Se comunque il folclore è visto da Audi come elemento unificante di un popolo che si oppone all’oppressore, il tema centrale della sua lettura è il rapporto fra oppresso ed oppressore e il confine, sottilissimo, che separa la resistenza passiva dal collaborazionismo. Tema che riporta immediatamente indietro al governo di Vichy in Francia e al collaborazionismo in Olanda. E non è certo un caso se alcuni momenti evocano ricordi di scene viste nei filmati e nelle fotografie dell’epoca del Terzo Reich, specialmente la scena seconda dell’Atto terzo, quando gli austriaci, tutti vestiti di pelle nera, costringono gli svizzeri a danzare sotto la minaccia delle armi, come le SS facevano durante i rastrellamenti dei ghetti ebraici nei territori occupati.
L’opera è stata presentata nell’originale versione in francese, ma non nella sua integralità; se da un lato abbondanti tagli si sono abbattuti sull’aria di Jemmy Ah, que ton âme se rassure e su diverse scene del primo e quarto atto, è stata resa giustizia alla dimensione corale di questa partitura, ripristinando in pratica tutti i cori e le scene di massa. Ed è stata una fortuna, perché la prova del Coro della Nederlandse Opera, preparato in questa occasione da Eberhardt Friedrich, è stata davvero al di sopra di ogni lode, sia per il magistero tecnico con il quale è stata restituita una parte di lunghezza abnorme, sia per la caratterizzazione scenica alla quale i coristi sono stati chiamati a dare corpo.
Ottima, nel ruolo di Guillaume, la prova di Nicola Alaimo il quale colpisce per la maturità interpretativa con la quale ha caratterizzato questo personaggio davvero complesso e per la bella linea vocale che gli ha permesso di restituire un Sois immobile di grande e comunicativa commozione.
Per quanto riguarda la prova di John Osborn nel ruolo di Arnold, non possiamo che ripetere quanto scrivemmo in occasione delle recite del Tell al Concertgebouw nel dicembre 2009. Grazie ad una voce robusta dal timbro argentino e a una naturale facilità di involo all'acuto, il tenore americano è oggi uno dei pochi cantanti che possa venire a capo senza patteggiamenti di un ruolo monstre come quello di Arnold. Osborn è stato sicuramente il trionfatore della serata chiudendo una pirotecnica esecuzione della cabaletta dell'aria Asile héreditaire, con due magistrali Do acuti che gli sono valsi un vero e proprio trionfo personale.
Ottima Marina Rebeka che convince sia dal punto di vista scenico sia da quello vocale, proponendo una Mathilde insolitamente volitiva, capace di restituire sia la patetica liricità di Sombre forêt, désert triste et sauvage sia disimpegnandosi felicemente nelle colorature di Pour notre amour plus d’espérance.
Buona la prova di Mikeldi Atxalandabaso, nel piccolo ma insidioso ruolo del pescatore Roudi.
Ottima la coinvolgente Hedwige di Helena Custer e molto brava Eugénie Warnier nel ruolo di Jemmy che avremmo voluto ascoltare nell’arietta Ah, que ton âme se rassure.
Una menzione per Leuthold di Roberto Accurso e per il carismatico Melchtal di Patrick Bolleire. Accanto a loro, nel ruolo vilain di Gessler, un affascinante Christian van Horn.
La parte musicale era affidata a Paolo Carignani, direttore di solido mestiere che non si è lasciato certo intimorire da una partitura fra le più immense dell’Ottocento musicale, dimostrando acuto senso del teatro, non perdendo mai di vista le ragioni del canto grazie anche ad una oculata scelta dei tempi.
Buona la prova della Nederlands Philharmonisch Orkest il cui valido contributo si pone come degno coronamento ad uno spettacolo assai riuscito.
Edoardo Saccenti