Dietro la copertina essenziale se non proprio spartana di questo volume di Jean-Jacques Eigeldinger, tradotto da Enrico Maria Polimanti, si nasconde una straordinaria documentazione per così dire "di prima mano" su Chopin, nel racconto e nella testimonianza dei suoi allievi, che ebbero occasione di frequentarlo e di prendere lezione da lui, e della sua cerchia di conoscenti, amici, pianisti, letterati.
Ingratissima sorte quella dei musicisti vissuti prima dell'avvento della registrazione e che per forza di cose non hanno potuto lasciare testimonianze sonore della loro arte, ma il cui ricordo è legato solo a ricordi diretti o indiretti. L'unica memoria per così dire autenticamente "parlante" di Chopin, oltre che vivissima, è la sua unica fotografia certa (almeno così sembra) di lui, d'aspetto molto dimesso, un po' triste e forse malandato per i problemi di salute che di lì a pochi mesi l'avrebbero portato alla tomba, ed anche un po' imbarazzato dalla novità di dover posare davanti all'attrezzatura di un fotografo nel lontanissmo 1849; di lui abbiamo inoltre i calchi del volto e delle mani, oltre naturalmente agli autografi musicali e gli scritti, quindi tutto materiale che "non parla". Si può quindi facilmente capire come sia estremamente importante qualsiasi testimonianza chopiniana colta direttamente e dal vivo dagli allievi del grande musicista, i quali hanno annotato nei loro diari e sui loro spartiti i suggerimenti, le idee, gli spunti e talora su fogli sparsi anche le sue precise parole, e tracce di conversazioni con lui.
La documentazione raccolta da Eigeldinger è straordinariamente ricca: una vera e propria miniera di testi, anche assai brevi, citazioni riferite ad una o all'altra particolarità esecutiva che Chopin richiedeva ai suoi allievi, oppure giudizi e pareri dei musicisti suoi contemporanei che lo conobbero: tutti parametri che ci permettono di sentire vicino, e in modo davvero singolare, questo libro di assoluto rilievo documentaristico.
Per chi volesse soffermarsi sulle particolarità tecniche di alcuni brani, troviamo note scritte di proprio pugno da Chopin, o appunti sulle pagine dello spartito vergati da allievi su come il compositore voleva che fossero suonate le sue musiche.
Per gli ascoltatori comuni riporto queste illuminanti parole di Hector Berlioz: "Chopin è un artista a parte sia come esecutore che come compositore; non somiglia a nessun altro musicista di mia conoscenza. Le sue melodie, tutte impregnate di forme polacche, hanno qualcosa di candidamente selvaggio che affascina e cattura proprio per la sua stranezza; nei suoi studi si trovano combinazioni armoniche di una profondità stupefacente; ha immaginato una sorta di ricamo cromatico, riproposto in parecchie sue composizioni, il cui effetto non si può descrivere tanto è singolare e penetrante. Purtroppo Chopin è l'unico a poter suonare la sua musica, a saperle conferire quell'originalità, quell'imprevedibilità che è una delle sue attrattive principali; la sua esecuzione è intessuta di mille sfumature di tempo di cui lui solo possiede il segreto e per le quali non c'è notazione."
Scorrendo le tantissime testimonianze raccolte si ottiene un impressionante mosaico, quasi un caleidoscopio a più voci, tanto vivace ed emozionante che ci sembra quasi di essere stati tra i fortunati ad aver conosciuto e ascoltato il musicista polacco conversare e suonare nei salotti da lui frequentati.
Elegante la veste editoriale dell'importante volume della Astrolabio, apparato iconografico ricco e suggestivo, ma riprodotto (come pure alcune pagine di spartito) in modo non sempre del tutto intelligibile.
Fabio Bardelli