Riaccese le luci e terminati gli applausi, invero calorosissimi, resta una domanda: perché?
Perché quello che poteva essere un concerto memorabile (un grande direttore, Riccardo Muti, due grandi cantanti Barbara Frittoli e Monica Bacelli, una giovane orchestra, La Cherubini, due pagine di musica bellissima di Porpora e Pergolesi) si risolve, almeno per chi scrive, in una delusione da grande occasione mancata?
Chi vi scrive non ha timore di ammettere di essere un amante delle edizioni non filologiche, avendo riscoperto negli ultimi anni, per citarne solo alcuni, concerti e passioni bachiani nelle registrazioni di Klemperer, di Karajan. Questo per dirvi che ero più che ben disposto ad un ascolto senza pregiudizi di un concerto di musiche del primo settecento eseguite con un organico orchestrale espanso al punto di essere più adatto alla serenata per archi di Čajkovskij che allo Stabat Mater di Pergolesi. L’approccio di Muti alle due pagine in programma (il Salve Regina per mezzosoprano e archi di Porpora e lo Stabat Mater di Pergolesi) è, e non poteva essere altrimenti, assolutamente non filologico. Il problema della non riuscita di questo concerto non è però, a mio avviso, da ascriversi al tipo di lettura proposta (e di questo ne è prova la recente esecuzione dell’Orfeo di Gluck diretta Muti durante l’ultimo Maggio Musicale Fiorentino) ma ad una sorta di incomunicabilità instauratasi, almeno nel momento del concerto, fra direttore e solisti da una parte ed orchestra dall’altra. L’orchestra Cherubini mi è parsa infatti immatura non solo dal punto più strettamente tecnico ma sopratutto da quello musicale, mostrandosi inerte e refrattaria agli stimoli sia del direttore sia dei cantanti.
Nel Salve Regina di Porpora, Monica Bacelli emoziona il pubblico con una linea di canto immacolato ed un fraseggio da vera fuoriclasse, ma niente di questo sembra essere recepito dall’orchestra che accompagna con inerzia tale da rasentare la catatonia. Lo stesso avviene nello Stabat Mater di Pergolesi. Anche qui le cose più belle vengono dal canto di Monica Bacelli e di Barbara Frittoli (quest’ultima forse un poco stanca vocalmente) mentre Muti molto chiede e poco ottiene dall’orchestra per la quale tutto sembra ridursi alle sole note e alle dinamiche prescritte. Forse un approccio cosi rischioso a queste pagine avrebbe richiesto un’orchestra musicalmente più matura e ricettiva, un’orchestra avvezza ad ascoltare i cantanti e a respirare così da creare un rapporto osmotico fra cantanti e coloro che accompagnano. Forse Muti non è riuscito a trasmettere la sua visione dei due brani in programma (brani dei quali ha pur lasciato una testimonianza discografica convincente seppur non rivoluzionaria), oppure si è trattato semplicemente di una serata di no per direttore ed orchestra come a volte accade in teatro.
Edoardo Saccenti