Il programma beethoveniano presentato dal Trio di Milano nella Chiesa di San Pantaleone a Pieve a Elici presentava due composizioni giovanili, quelle nella prima parte del programma, affiancate allo splendido Trio "dell'Arciduca", opera della piena maturità.
Ed è stato sicuramente quest'ultima composizione il clou della serata: una bellissima pagina di grandi dimensioni (dedicata all'Arciduca Rodolfo d'Asburgo, da cui ha preso il nome), che offre nei suoi quattro movimenti un ampio saggio delle possibilità espressive più elevate del maestro di Bonn. L'ascoltatore quasi dimentica, davanti a una composizione del genere, di essere davanti ad un trio cameristico, tanta è la profondità quasi sinfonica del brano. Si resta stupiti davanti alla ricchezza dell'ispirazione, alla bellezza dei temi, non meno che davanti al loro fantasioso sviluppo, al loro dipanarsi e suddividersi nei tre strumenti.
Le composizioni cameristiche in Beethoven non sono sempre brani d'occasione, come poteva essere con i suoi predecessori: acquistano talora una grande importanza a volte addirittura in vista di composizioni per orchestra di più ampio respiro e delle quali possono quasi essere considerati anticipatrici. Inutile sottolineare come le Sonate per pianoforte siano alcune fra le composizioni più profonde concepite da mente umana, a dispetto dell'esiguità dei mezzi richiesti, nelle quali Beethoven si è "confessato" in maniera quasi patologica, come pure i Quartetti per archi, ai quali ha affidato i suoi pensieri più nascosti.
Mentre le pagine presentate nella prima parte del concerto sono più legate ad una dimensione tradizionale, anche se il movimento lento del Trio opera 1 n.1 è particolarmente riuscito e dal sapore quasi mozartiano, il Trio "dell'Arciduca" (composto nel 1811) apre orizzonti nuovi, forse impensabili, ad una espressività che si potrebbe considerare riduttivamente poco adatta a composizioni da camera. In quel periodo Beethoven aveva da poco scritto il Concerto n. 5 per pianoforte e stava già lavorando alla Settima Sinfonia, ma l'impianto a tratti quasi sinfonico del Trio op. 97 non fa certo rimpiangere le possibilità espressive di compagini più numerose.
Il Trio di Milano suona nell'attuale formazione da oltre venti anni e ciò è dimostrato dalla grande intesa fra i tre strumentisti, dalla grande fusione, non meno che dalla comunanza di intenti espressivi. Il loro Beethoven è contrastato, poco salottiero, a tratti quasi ruvido, molto saldo nelle sue strutture quanto capace di commuovere negli squarci lirici. I tre musicisti non ricercano affatto uno sterile filologismo, ma suonano con corposità di suono e con le possibilità espressive che offrono loro gli strumenti per parlare agli ascoltatori di oggi.
Inutile negare che il "motore" del Trio è il pianista Bruno Canino, splendido strumentista che ha fatto tutta la sua carriera al servizio della musica nelle sue più varie accezioni e formazioni, rifuggendo magari da una carriera esclusivamente solistica alla quale avrebbe avuto pieno diritto. Le idee vengono quasi sempre dal pianoforte, che appena può si ritaglia dei piccoli squarci solistici esemplari. Gli altri due ottimi strumentisti lo seguono e si integrano con lui perfettamente, la Sirbu con il suo violinismo fantasioso e Filippini con il suo suono morbido e il nobile fraseggio. Ma non si tratta di un trio "squilibrato", in quanto l'unità di intenti è grande: anche se il pianoforte fa indubbiamente da faro, gli altri due strumentisti sono sempre pronti a raccoglierne le idee, gli stimoli.
La chiesetta di San Pantaleone a Pieve a Elici (subito sopra Viareggio) si trova su un meraviglioso terrazzo naturale da cui si domina il paesaggio circostante, ed era strapiena di un pubblico entusiasta che circondava letteralmente i musicisti, vista la scarsità di spazio, al quale il Trio di Milano ha regalato un bis beethoveniano in risposta al successo al calor bianco ottenuto.
Un bellissimo concerto che fa onore agli organizzatori, e che avrebbe potuto stare tranquillamente nella stagione cameristica di un grande teatro.