La seconda messa in mi minore di Anton Bruckner mancava da Firenze da tempo immemore: l’ultima esecuzione da parte dei complessi fiorentini risale al 1984, quando fu diretta, ad Arezzo, in onore del Presidente Pertini, dall’allora maestro del coro, Roberto Gabbiani. E, ascoltata la prova che il coro del Maggio Musicale Fiorentino, istruito da Piero Monti, ha dato l’altra sera, avremmo atteso volentieri qualche altro anno. Da un po’ di tempo la resa del coro è discontinua, specialmente quando affronta brani fuori dal grande repertorio o che comunque vantano a Firenze una tradizione esecutiva. Alcune crepe erano già apparse nella produzione del Requiem di Fauré, e abbiamo il timore che si stiano allargando fino a divenire delle voragini. Chi scrive, e lo fa davvero con la morte nel cuore, mai ha sentito il coro del Maggio affrontare con così evidente fatica una pagina del grande repertorio corale: è mancata totalmente l’omogeneità delle sezioni, con suoni fissi, duri e aperti, al limite della sgradevolezza specialmente nella sezione dei soprani (l’inizio del Kyrie ed il Sanctus in particolare veramente inascoltabili) e con evidenti problemi di tenuta musicale nelle parti a cappella. Ci chiediamo cosa accadrebbe se il coro dovesse affrontare domani il Deutsche Mottette di Strauss o, Dio non voglia, la Missa Solemnis di Beethoven. Viene spontaneo chiedersi il perché di questa situazione, perché quello che fino a pochi anni fa era forse il miglior coro in Italia, sia adesso solamente un buon coro di un ente lirico. Basta uscire da Firenze per trovare compagini meno blasonate che fanno di più e meglio. Dalle ultime stagioni sono in pratica scomparsi i concerti del coro, sparita la polifonia antica come pure quella moderna e contemporanea: ci si limita al solito repertorio sinfonico corale che il coro padroneggia ma che non lo fanno certamente crescere, ci si accontenta di una aurea mediocrità vivendo di rendita su quanto costruito negli anni passati. Rendita che però non può durare in eterno e che anzi sta venendo dilapidata molto velocemente.
Con questa premessa è quasi inutile parlare della lettura che Zubin Mehta ha dato della Messa di Bruckner. Qualsiasi idea di fraseggio è sparita nel perenne forte restituito dal coro anche se va detto che il direttore ci è sembrato voler sottolineare più gli aspetti moderni della partitura, in particolare le numerose tensioni armoniche, che il debito di questa partitura porta nei confronti dei maestri della polifonia rinascimentale.
Fortunatamente la prima parte del concerto ha visto la prova, davvero bella, degli archi dell’orchestra del Maggio, impegnati nella versione per orchestra dell’Ottetto di Mendelssohn (partitura assente dalla scena fiorentina dal 1974, quando lo stesso Mehta la diresse con l’orchestra Filarmonica di Israele). Di questa fresca pagina del giovane Mendelssohn , Mehta ha dato una lettura serena ed olimpica, ricca di chiaroscuri e, va ammesso, anche con qualche compiacimento virtuosistico.
Edoardo Saccenti