Riccardo Chailly torna a Firenze alla testa della Gewandhaus Orchester Leipzig, di cui è direttore musicale dal 2005, per la prima tappa della tournée europea di questo blasonato e storico complesso. Fondata nel 1743 per iniziativa di sedici commercianti, e indicata nelle note di sala come la più antica orchestra del mondo (anche se a noi risulta che la palma vada alla Staatskapelle Dresden, istituita del 1548 dall’Elettore Moritz di Sassonia), l’orchestra del Gewandhaus vanta un pedigree artisitico formidabile: sul suo podio sono saliti, fra gli altri, Mendelssohn, Nikisch, Furtwangler e Walter ed ha eseguito, vivente l’autore, tutte le sinfonie di Beethoven.
Res severa verum gaudium: con questo motto, fatto suo dall’orchestra nel 1781 ed inciso su un cartiglio che adorna l’organo Schuke della grande della sala sulla Augustusplatz, si può descrivere il carattere di questa orchestra. Grande magistero tecnico che affonda le proprie radici nella solida tradizione delle compagini tedesche e che deve al lavoro e all’impegno quotidiano di generazioni dei kapelmeister, una seria e sempre affidabile disciplina orchestrale. Questo lo si riscontra in special modo nelle file degli archi, compatti ma trasparentissimi e setosi, nei fiati nitidissimi (seppur non esenti da qualche macchia), e negli ottoni dal suono caldo e brunito e soprattutto nella versatilità di affrontare i repertori più diversi.
Il programma proposto da Chailly e dalla sua orchestra impaginava composizioni di Beethoven e Mahler, legate, forse da una curiosa cabala musicale e numerica: in programma, infatti, la beethoveniana ouverture del Coriolano nell’orchestrazione realizzata da Mahler, sette Lieder da Des Knabenwunderhorn ed infine ancora il Beethoven della settima sinfonia.
Chailly sceglie tempi rapidissimi per il Coriolano nella versione Mahler, anche perché forse è l’unico modo per rendere una partitura resa ipertrofica dal raddoppio di tutti i fiati e dai ritocchi nelle parti degli ottoni che sembrano voler avvicinare il mondo sonoro di Beethoven a quello di Bruckner. Anche la lettura della settima sinfonia è caratterizzata da tempi talmente veloci da risultare, a tratti, eccentrica. L’Allegretto è trasformato in una sorta di marcia così frenetica cosicché tutto l’ordito contrappuntistico ne risulta soffocato, mentre il finale, staccato ad un tempo follemente veloce, se da un lato impressiona certamente per il virtuosismo orchestrale, da l’altro lascia l’amaro in bocca per una lettura sostanzialmente priva di scavo. Più interessante ci è sembrato l’approccio allo Scherzo, reso con ricchezza di contrasti e di sottolineature della particolare orchestrazione, in special modo quella dei due trii, che tanto aveva colpito Berlioz.
Splendida, invece la lettura del florilegio di Lieder mahleriani dalla raccolta del Corno magico del fanciullo che vedeva come solista il baritono tedesco Christian Gerharer; voce certamente non doviziosa, un po’ corta in basso e di non grande volume eppure duttilissima e prestata ad un fraseggio da vero fuoriclasse. Direttore, solista ed orchestra hanno condotto il pubblico fiorentino in un indimenticabile viaggio nel mondo poetico e sonoro di Mahler, fatto di piccole gioie, grandi dolori. L’orchestra tedesca si copre davvero di gloria, e Chailly dimostra come questo, più che Beethoven, sia forse il suo territorio d’elezione. Impressionanti, per tensione e scavo analitico sono risultato in particolare Der Tamboursg’sell allucinata e straziante marcia verso il patibolo e Ulricht desolato canto dell’uomo afflitto.
Edoardo Saccenti