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Intervista a Giuseppe Sabbatini

La recensione di OperaClick

 L'intervista












Giuseppe Sabbatini a Mosca con Fiorenza Cedolins































Giuseppe Sabbatini































Giuseppe Sabbatini a Mosca con Teresa Berganza


































Giuseppe Sabbatini






























Giuseppe Sabbatini


 



 


 


Non chiamatelo tenore, non più solo tenore, almeno: questo sembra essere il desiderio più grande di Giuseppe Sabbatini, il musicista romano che dopo vent’anni di carriera come cantante tra i più raffinati e particolari della scena lirica mondiale inizia ora un’avventura come direttore d’orchestra. Ironico e caustico, appassionato e testardo Giuseppe Sabbatini è un personaggio assolutamente singolare, carico di travolgente entusiasmo quando inizia a parlare della sua “nuova” professione: lo incontro durante le recite ad Ascoli Piceno della pucciniana Bohème, un allestimento che per il musicista romano consisteva nel suo debutto assoluto alla guida di un’opera lirica.

 

 

“Le Marche mi portano bene” esordisce Sabbatini “dato che proprio a pochi chilometri da Ascoli, a San Benedetto del Tronto, ho diretto il mio primo concerto ed è quindi giusto che diriga qui la mia prima opera. Mi piace anche ricordare la mia partecipazione allo spettacolo inaugurale del 1994 (la verdiana Traviata a fianco della compianta Giusy Devinu, NdR) che riapriva al pubblico il Teatro Ventidio basso dopo 14 anni di chiusura.”

 

 

Come è nata l’idea di dedicarsi alla direzione?

“In realtà è sempre stato il mio sogno: sono diplomato in contrabbasso e ho iniziato, negli anni ’80, a suonare nell’Orchestra dell’Arena di Verona. Vedevo la mia carriera come quella di un musicista il cui sbocco sarebbe stato, prima o poi, necessariamente la direzione d’orchestra e per questo ho iniziato, praticamente da subito, gli studi di armonia e contrappunto.”

 

 

Ma il salto da contrabbassista a direttore non deve essere stato facile…

“Non lo è stato, ma in effetti devo dire che non è proprio avvenuto: allora mi sono detto che, per poter dirigere, era necessario prima ‘diventare famosi’ e mi sono dedicato al canto. È stato, in effetti, un progetto di vita molto ponderato perché ho cantato per vent’anni, sempre con l’obbiettivo di poter, prima o poi, dirigere un’orchestra…”

 

 

Maestro, detta così sembra facile, ma in realtà Lei è diventato famoso grazie a opere di improba difficoltà come Mitridate, Manon, Puritani e tante altre…

“Allora credo di averle fatte bene… (ride di gusto NdR) Scherzi a parte non sono una persona incline ad autoincensarsi: ho veramente cantato moltissime opere e alcune erano davvero ‘follie’, come quando a Torino cantai un anno La Fille du Régiment e quello dopo I Puritani. Tuttavia non le vivevo come pazzie, ma lo ritenevo il mio dovere di artista e di lavoratore cercando di scavare in ogni opera che cantavo. Lei ha citato il Mitridate, re di Ponto di Mozart, testimoniato anche da una bella incisione Decca dove sono a fianco di due autentici mostri di bravura come Cecilia Bartoli e Natalie Dessay: quando Christophe Rousset mi propose il ruolo rimasi stupito, ma poi mi spiegò che cercava l’impatto di una voce ‘latina’ per il personaggio. Con Rousset ho quindi studiato i recitativi nota per nota e, viste le ottime critiche e il bell’impatto sul pubblico, sono convinto che questo capillare lavoro sui recitativi sia stato utile e sia riuscito a passare negli ascoltatori.”

 

 

In effetti una delle impressioni che danno le sue performance è quella di una grande cura musicale…

“Posso dire di ritenermi una sorta di “epicureo dell’arte”, nel senso che cerco di cogliere al massimo l’attimo che sto vivendo nella maniera più intensa possibile. È un qualcosa che caratterizza il mio carattere e che applico ad ogni livello della mia vita ma soprattutto nel campo lavorativo: seguo un filo molto rigoroso del lavoro e della dedizione e, come lo facevo da cantante, lo faccio ora da direttore.”

 

 

Quindi ha definitivamente appeso “l’ugola” al famigerato chiodo?

“Rispondo che ora sento totalmente dentro di me questo nuovo percorso da direttore che ora tocca la tappa del debutto nell’opera lirica, avendo già diretto parecchia sinfonica.”

 

 

Un debutto alla direzione che avviene con un’opera che Lei ha cantato molto…

“E ho anche suonato: quando ero nell’Orchestra dell’Arena di Verona effettuammo una tournée a Lugano nel 1981 dove, tra le opere proposte, vi era anche Bohème. Ricordo che per me fu una scoperta assolutamente straordinaria perché si trattava del mio primo contatto con il genio di Puccini. Il mio debutto “da cantante” in Bohème avvenne invece nel settembre 1987, dopo la vittoria del Concorso Mattia Battistini, ma in realtà la “gelida manina” era uno dei miei pezzi favoriti nelle audizioni e nei concorsi. Dopo pochi mesi, nel 1988, fui scritturato a Bari, sempre per Bohème e, nel giugno dello stesso anno arrivai addirittura alla Scala, per un cast interamente giovane che andò in scena a giugno nello storico spettacolo di Franco Zeffirelli. Da allora il personaggio di Rodolfo mi ha accompagnato in tante occasioni e in tante recite, tra cui Roma, Tokyo, senza dimenticare la Bohème del centenario a Torino, dove ho festeggiato anche io, e l’incisione in cd seguendo l’edizione critica: una volta presa la strada di un repertorio più ‘specialistico’ mi è stato chiesto meno, ma resta sempre uno dei ruoli che ho amato di più e con cui ho lavorato nelle produzioni più svariate, da quella “popolare” all’edizione critica, appena licenziata quando la cantai. Io ho cantato questo ruolo con lo spirito e il desiderio di rendere al meglio la partitura e di rispettare alla lettera i dettami dei direttori d’orchestra con cui mi sono trovato a collaborare, sempre proficuamente.”

 

 

E ora il direttore è Lei…

“Già! Passando dall’altra parte, però, non ho incontrato molte difficoltà perché mi ha aiutato il rapporto rigoroso che ho sempre avuto con il testo. Tra l’altro in queste recite ad Ascoli Piceno ho deciso, d’accordo con il direttore artistico Claudio Pugliese, di eseguire una versione ridotta della partitura, approntata nel 1954 dal Maestro Mario Parenti.”

 

 

Una scelta curiosa: come mai?

“Essenzialmente per una questione di equilibri sonori: il Teatro Ventidio Basso è un gioiello di architettura e di acustica, ma ha una buca non enorme: se avessimo eseguito la partitura tradizionale una buona fetta di violini avrebbe dovuto essere sacrificata per fare spazio ai fiati più gravi con squilibri acustici piuttosto pronunciati. Nella versione di Parenti, che letteralmente recita “versione ridotta per piccola orchestra”, si tolgono circa un terzo dei fiati, eliminando gli strumenti dal suono più grave e sfoltendo parecchi raddoppi. Detta così può sembrare un’operazione parecchio invasiva, ma all’ascolto la differenza si nota poco: il Maestro Parenti ha fatto un lavoro davvero straordinario perché si suona a parti reali.”

 

 

Soddisfatto, quindi, del risultato di questa Bohème?

“Ho lavorato moltissimo con i cantanti, perché mi sono tenuto in contatto con loro già da prima delle prove ad Ascoli: tra l’altro desidero ringraziare il direttore artistico Pugliese perché ha permesso a questi giovani di potersi pagare il maestro al pianoforte durante le prove vocali che abbiamo cominciato a fare già da alcuni mesi prima delle recite ascolane. Ho voluto lavorare soprattutto sul fraseggio, perché Bohème è un’opera che parla dei giovani di ogni tempo, attualissima e la cui storia potrebbe avvenire anche oggi: per fortuna non si muore più di tisi ma, purtroppo, i giovani possono morire in mille altri modi non dissimili da come muore Mimì. Con i cantanti ho cercato di far emergere il loro vissuto, ho detto loro: “Siate voi stessi!”; non si può essere i cloni dei cantanti del passato ma è necessario far emergere la propria personalità. Pensiamo al Primo Atto: cosa rappresenta? Quattro ragazzi che condividono un alloggio e vivono con tutta l’allegria della loro gioventù: guardi che ad Ascoli durante le prove ho cambiato casa e sono capitato in un appartamento che era appena stato lasciato da tre studenti… non le dico in che condizioni l’ho trovato, ma è quella la bohème!! Quando al II Atto Colline e Schaunard commentano la kermesse amorosa di Musetta e Marcello si deve sentire l’ironia nella loro voce: chi di noi non ha mai preso in giro un amico innamorato e arrabbiato? Oltretutto più l’amico si arrabbia più sale l’ilarità di tutti!... Tutto questo deve passare dal fraseggio degli interpreti.”

 

 

E con l’orchestra?

“Ho cercato di far fruttare le prove che avevamo a disposizione e ho cercato di portare il valore aggiunto dato dalle mie esperienze internazionali. Posso essere sembrato molto esigente, ma questo perché ho il più grande rispetto di tutte le persone che lavorano qui, cui ho chiesto il massimo perché anche io ho dato e do il mio massimo per allestire lo spettacolo con la più estrema cura. Affrontare le prove pensando che in fondo si è in provincia e più di tanto non si può chiedere sarebbe stato come svilire la professionalità e l’entusiasmo di tutti quelli che hanno contribuito alla realizzazione di questa Bohème con ricerca e fatica. Oltretutto questo è quello che io ritengo essere l’aspetto terapeutico della musica, propedeutico anche per la vita, che sostengo da quando insegno contrabbasso: ai miei allievi dico sempre che una scala in do maggiore si può fare in tanti modi diversi, anche se resta sempre una scala in do maggiore, ma va scelto un modo per eseguirla; lo stesso, se ci pensa bene, è per i problemi della vita: noi dobbiamo selezionare e visionare tutte le opzioni che abbiamo a disposizione e poi, con cura, scartarne alcune e selezionarne altre… è un lavoro che richiede fatica, indubbiamente, ma che alla fine paga. Nella realizzazione di questa Bohème tutti, ma proprio tutti, dal direttore artistico Claudio Pugliese al portiere del teatro, sono stati straordinariamente collaborativi e sono felice di questa esperienza!”

 

 

Il complimento più bello che Le è stato fatto durante la realizzazione di quest’opera?

“Quello di mia figlia: ha tre anni e tre mesi ed è voluta restare, una sera, alle prove. Alla fine mi ha detto: “Papà, mi è piaciuta tanto questa canzone ad Ascoli Piceno…”

 

 

Altre opere che vorrebbe dirigere?

“La mia opera preferita, quella che vorrei affrontare, è sempre quella che sto facendo: così era da cantante e così è da direttore!”

 

 

Maestro, allora in bocca al lupo e alle prossime opere!

“Crepi il lupo e un saluto ai lettori di OperaClick!”

 

 

 

Gabriele Cesaretti

 03 gennaio 2010

 

 

 

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