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Intervista a Davide Livermore

La recensione di OperaClick

 L'intervista







































































































In sella ad una Kawasaki 750, devo ammettere, non c’ero mai stato. “C’è sempre una prima volta!” – mi dice Davide Livermore divertito all’uscita della Stazione Porta Nuova di Torino vedendomi leggermente interdetto. Davide Livermore, oggi uno dei registi emergenti nel panorama lirico internazionale, è reduce da Tokyo dove la sua “Gazza ladra” ha volato alto. E giapponese è il casco, un vero casco “manga” nuovo di zecca, che mi appresto ad indossare non senza qualche patema e… viaaaa!! Meta il Teatro Baretti, spazio sperimentale divenuto in pochi anni punto di riferimento di un nuovo modo di fare teatro (è proprio dal Baretti che hanno iniziato il loro cammino i dirompenti e commoventi “Canti dell’Inferno” (vedi recensione) e del Baretti Livermore è direttore artistico.

Appena rimessi i piedi sull’ agognata terraferma…

 

 

… ma questa passione per le “due ruote”… ?

… è una conquista abbastanza recente. Quasi un colpo di fulmine! E’ di gran lunga il mezzo di trasporto che prediligo, mi diverte, mi rilassa. E, non ultimo, mi permette di essere quasi puntuale! Nonostante gli amici affermino che io non sia proprio un pilota provetto (ride)…

 

 

dopo aver realizzato, tiro un evidente sospiro di sollievo… 

Dunque: la “Gazza ladra”! Si favoleggia di una gazza che svolazzava davvero sulla testa di spettatori sbalorditi…

Intanto devo dire che con Santi Centineo, lo scenografo con cui collaboro, abbiamo deciso di credere fino in fondo alla drammaturgia un po’ naif,  a volte anche un po’ inconsistente di quest’opera. In effetti è solo andando al “cuore” della drammaturgia che puoi pensare di darne una lettura “tua”. Questo cuore ti deve appartenere completamente…

 

 

E la scoperta di questo “cuore” come avviene?

Io ci arrivo dalla partitura, dalla musica, sempre! La lezione che ho appreso parte da Monteverdi, dalla “seconda prattica”…

 

 

… l’armonia al servizio della poesia.

Sì, questa sinergia è meravigliosa, è da qui che la drammaturgia dell’opera si sviluppa. Confrontandomi con la partitura non posso pensare “mi piace o non mi piace”! Mi interessa scoprire invece come la musica serve il libretto e che cosa eventualmente porta come valore aggiunto.

 

 

Lei nel 1992 vinse il Concorso As.Li.Co. per la vocalità monteverdiana. Monteverdi ce l’ha proprio nel sangue…

Mi è servito moltissimo studiare profondamente il madrigale, non solo quello “rappresentativo”, ma anche e forse soprattutto il madrigale polifonico, non per questo meno teatrale. Ma vorrei tornare all’analisi della partitura di cui dicevamo: in ogni momento c’è uno sforzato, c’è una scala ascendente o discendente, movimenti interni degli strumentini, abbellimenti, molte cose che possono stimolare movimenti sulla scena, che alludono all’agito.

 

 

La musica dunque propone, illumina…

…e amplifica gli “affetti”. E questo avviene in Monteverdi ma anche in Stockhausen, questo è il teatro musicale. Punto!

 

 

Una provocazione: e i suoi colleghi che non sanno leggere la musica?

Intendiamoci, non è solo un fatto di solfeggio, non è lo studio del “Pozzoli”, ma è ad esempio avere una comprensione profonda di cos’era, per esempio, il re minore per Mozart, o perché in una determinata composizione o in un dato musicista certe tonalità ritornino con coerenza per sottolineare situazioni o stati d’animo.

 

 

Dal tono pacato delle sue affermazioni si intuisce che non c’è nessuna intenzione di far polemica…

La conoscenza approfondita della musica è un’esigenza mia. In nove anni di esperienza registica questa consapevolezza non mi è parsa solo un valore aggiunto. Ma questo, ripeto,  è solo il mio modestissimo parere…

 

 

… che mi trova completamente d’accordo. Conoscere la musica “dall’interno” dovrebbe essere un esercizio sacrosanto per tutti gli addetti ai lavori. Poi ci sono state famose eccezioni… Ma penso che nel XXI° secolo questo atteggiamento sia un po’ anacronistico.

Il clima della conversazione è molto rilassato, disteso, sereno. Davide Livermore ha le idee molto chiare e riesce con apparente semplicità  a condurre la chiacchierata sugli argomenti che lo interessano di più.


Io, Davide Livermore sono un “buon pubblico” per chiunque. Andando a teatro con il grande desiderio di emozionarmi mi sono ritrovato spesse volte in piedi sulla poltrona ad urlare “Bravo!” ad un regista e il direttore artistico che mi tirava la giacchetta dicendomi “Ma è un tuo concorrente!”

A me non interessano le contrapposizioni. Se lo spettacolo è bello fa bene a tutti. Le persone brave, preparate, capaci mi piacciono. E mi piace pensare che i veri talenti operino non solo per servire il proprio ego, ma che coltivino un senso “etico” del teatro, calando il proprio lavoro nella società. Non possiamo permetterci di perdere il treno che ci avvicina alla gente. Un teatro dell’opera di difficile comprensione, cerebrale, con intellettualismi forzati e sterili è proprio quello che io non cerco. Ci deve essere un “primo livello” di intelligibilità che un regista non può assolutamente scavalcare. Poi ci si potrà sbizzarrire fin che si vuole con subcosciente, psicologia, straniamenti vari, ma solo in un secondo momento, sapendo che il messaggio si stratificherà a seconda del vissuto culturale di ogni spettatore.

 

 

Mi pare di capire che c’è un grande rispetto per quella che è una sorta di “ingenuità” del pubblico

Certo. Se la storia è quella di un soprano che ama un tenore ed è insidiata da un baritono è questo che deve arrivare, almeno al primo livello. E ritornando a Gazza ladra credere a questa storia voleva dire immergersi in una atmosfera un po’ naif, semplice, quasi sconcertante, senza il timore di mostrare la gazza, colta sul fatto nell’atto di rubare…

 

 

…e che volava veramente, con tanto di motore ed elica!

Ho dovuto scomodare Dimitri Rossi e il dottor Cecchin della “FlyNow”, un laboratorio di aeromodellismo sito nei dintorni di Venezia, per farmi costruire una vera e propria gazza “telecomandata”. La gazza dal peso di circa un etto e 25 grammi con un’apertura alare di un metro circa era in grado di volare silenziosamente sulla testa della gente. Una serie di straordinari “Oooh…”  accompagnavano volteggi e piroette…

 

 

Un modo diretto e divertente di coinvolgere un pubblico così lontano culturalmente

Sì. Sono molto contento di questa mia prima esperienza giapponese come regista. La distanza a cui accennava però non è solo una distanza geografica. Nello specifico del teatro d’opera il modo di rapportarsi sul palcoscenico, l’interazione psicologica, la fisicità relazionale dei personaggi, sono queste le cose che ti fanno capire di essere veramente in un “altro mondo”! Qui non potevo dar nulla per scontato, non era possibile:  ogni singola attitudine sulla scena doveva essere spiegata e condivisa e questo mi ha aiutato moltissimo ad indagare aspetti che proprio perché da noi sono immediati, quasi istantanei, non avevo ancora così approfondito. Un interscambio molto stimolante. Quando mi sono trovato davanti il cast al completo (quasi interamente giapponese se si escludevano i due protagonisti, Cinzia Forte e Antonino Siragusa) una delle prime domande che ho rivolto loro  è stata “Perché? Perché avete scelto e studiato proprio l’opera italiana?” “Perché è arte pura!”. Mi creda, ripensando a queste parole dette a “otto” fusi orari di distanza mi commuovo ancora!

 

 

Chissà quante persone in Italia, soprattutto quelle che hanno accesso alla “stanza dei bottoni”, la pensano allo stesso modo…

…ma le dirò di più (e qui Davide Livermore parla con passione e trasporto). Sa in che lingua mi esprimevo durante le prove? In inglese? Noo! In giapponese? Men che meno! In ITALIANO! In ITALIANO! Qui si studia l’italiano. Nel mondo ci sono ancora dieci persone che studiano l’italiano e quelle dieci persone che studiano l’italiano cantano l’Opera! Il teatro d’Opera è una delle cose più straordinarie che l’Italia ha donato alla cultura del pianeta…

 

 

…e che proprio in Italia, in questo momento, non sembra esserci una precisa e forte volontà politica atta a sostenere e promuovere la Musica come fatto culturale e in primis come fatto educativo ci lascia tutti un po’ perplessi.

Noi giovani artisti dobbiamo veramente faticare per ottenere condizioni lavorative di un certo tipo.

 

 

…mentre all’estero imparano la nostra lingua! La sensazione diffusa, se si guarda oltre confine, è che la situazione dei teatri lirici italiani appaia un po’ bloccata, un po’ ingessata sia nella scelta del repertorio sia in quella degli allestimenti e dei cantanti.

La cultura si è allontanata tantissimo dalla gente. Fra i miei colleghi ce ne sono alcuni che hanno una concezione per nulla “politica”, per nulla civica del nostro mestiere. L’idea di mettere distanza, creare soggezione, di rimanere in una sorta di limbo iniziatico facendo passare l’opinione che i mestieri del teatro siano più o meno irraggiungibili, in una sorta di concezione vocazionale del mestiere stesso, questo non mi interessa. Non mi sento un “chiamato”. Credo invece a persone che studiano duramente e che mettono la loro passione e la loro intelligenza al servizio degli altri. Vorrei ricordare ad esempio la funzione del teatro “politico” negli anni di lotta per l’Unità d’Italia. Chi era in loggione quando Odabella cantava “Ma noi donne italiche, cinte di ferro il seno, sul fumido terreno, sempre vedrai pugnar”  si sentiva politicamente chiamato in prima persona.

 

 

Questi valori, per Lei, si sono persi e da qui al concetto di “opera-museo” purtroppo il passo è breve…

Bisogna recuperare il crisma della sacralità della nostra arte? Forse basterebbe coglierne l’importanza planetaria. Non svendiamola come si sta tentando di fare a scuola, nei conservatori, per non parlare della televisione… Mi vengono in mente quella sorta di deportazioni coatte di alunni nei teatri per vedere il “bignami” di uno spettacolo perché il pedagogo di turno riteneva quello essere il tempo massimo di attenzione. Lo spettacolo d’Opera deve essere vissuto nella sua interezza e soprattutto quando è fruito con “consapevolezza”, alla sera, mescolati con il pubblico adulto che è il vero pubblico dell’opera. Al mattino questa ritualità si perde e l’operazione culturale va a farsi benedire…

 

 

I ragazzi si devono sentire parte di qualcosa di importante

Mi lasci dire ancora una cosa sugli spettatori in generale: quando escono da teatro dopo una rappresentazione o fanno i supercolti, oppure a un“Ti è piaciuto?” rispondono “Mah, non lo so, ecco, beh… (Livermore si schiarisce la voce, fa l’imbarazzato,  entrando completamente nella parte) non è che ci capisco molto”. Un senso di inadeguatezza pervade lo spettatore medio e questa è la conseguenza di quel tipo di approccio a cui accennavo prima parlando di cultura per “iniziati”. Io voglio che il pubblico mi dica “Mi sono divertito da morire! Mi sono emozionato! Mi sono mortalmente annoiato! Ho pianto!”  Questa è una reazione sana! Altrimenti finiamo davvero nel museo!

 

 

Apprezzo molto e condivido pienamente i concetti che Lei ha espresso riguardo al senso civico. Mi pare di aver capito che sia al primo posto nella scala dei suoi valori. In effetti la “vostra” responsabilità è enorme. Mai come oggi lo spettatore medio è “indifeso”!

E sì! Bisogna contargliela giusta. Dico questo riagganciandomi a ciò che ho espresso sul “primo livello” del messaggio drammaturgico. Poi, ma solo in un secondo tempo, vengono i sottotesti che pure sono importantissimi. Sono quelli che secondo me creano quella vertigine…

 

 

“Sta parlando a me? Sta parlando alla mia amica? In che modo mi sta parlando?” Bisogna essere molto ben preparati per fare questo, bisogna conoscere i ritmi della musica, bisogna “amare” la musica! Io ho avuto l’impressione che a volte alcuni registi alternino teatro di prosa e opera quasi come se fossero la stessa cosa. Invece… non è proprio così…

Conoscere la tecnica di canto non è certo un optional. Sapere come si comporta un corpo quando “fona” ti permette di sfruttarlo al massimo senza spremerlo o costringerlo in atteggiamenti impropri. Questa consapevolezza è per me fondamentale. Ho amici che fanno cinema e televisione che quando vengono dietro le quinte restano basiti. “Non c’è un’Eurovisione così complicata come quello che succede dietro le quinte e sul palco di un teatro d’opera” dicono.

 

 

Tutto deve essere perfettamente in sincrono

Come è vero! Questo oserei dire è un aspetto quasi mistico: una sarta dietro le quinte, o a sinistra o a destra, generalmente a sinistra, da quando Rossini ha scritto La Cenerentola fa sempre il cambio di costume ad Angelina prima del Rondò finale. Anche la sarta si deve muovere a tempo! Come pure gli elettricisti e i macchinisti. C’è un sottobosco di professionalità che si muove su un tempo mistico che è stato previsto dal creatore della partitura, partitura che detta i ritmi non solo ai musicisti, ma che più o meno sempre allo stesso modo pulsa con un tempo biologico segreto che determina lo spettacolo nella sua globalità.

 

 

E’ qualcosa che non si racconta mai, ma ha dell’incredibile! E’ multimedialità ante litteram

…è “maraviglia” allo stato puro! E’ un’esperienza quasi mistica! Ed è per questo che lo spettacolo operistico non morirà mai!


Il tono della conversazione si è animato e Livermore prende fiato un attimo bevendosi un caffè. Voglio ancora stimolarlo su una questione…

 

 

Il Ministero ha chiesto più “rigore” nella scelta del repertorio. Come la vede questa posizione?

La trovo limitante. Perché, ad esempio, non posso mettere in scena un Solomon di Haendel o una Juditha Triumphans di Vivaldi solo perché non sono opere in senso stretto, ma oratori? All’estero questa è ormai prassi. 

 

 

Ma un po’ tutto il teatro Barocco da noi è trascurato…

Verissimo. Ha sentito come Diego Fasolis è riuscito a far suonare l’Orchestra del Teatro Carlo Felice di Genova nel Giulio Cesare della scorsa stagione? Il Barocco in Italia si può e si deve fare…

 

 

E di Cavalli sarà l’opera che Lei allestirà prossimamente al Malibran di Venezia...

Coordinerò il team di regia dello IUAV, ad ottobre. Si tratta de La Virtù de’ strali d’Amore con la direzione di Fabio Biondi. Ma prima, e ci tengo moltissimo, ci sarà uno Studio sulla Gerusalemme liberata con musiche di Andrea Chenna, teatro musicale di ricerca, che partirà proprio da qui, dal Teatro Baretti e dall’Opera Barga . E poi ancora il mio Billy Budd verrà ripreso a Bilbao mentre qui a Torino al Regio farò Idomeneo (dicembre 2009). E poi ancora progetti qui in Italia e in Spagna, ma per ora tutto è top secret.


Questa che si sta avviando alla conclusione più che un’intervista mi è parsa una vera e propria dichiarazione d’amore per quest’arte, l’arte straordinaria che anche noi amiamo così profondamente. Davide Livermore ci è dentro fino al collo! E tra un po’ lo sarò anch’io… Livermore mi ha infatti promesso un fantastico tour “panoramico” lungo il Po naturalmente sulla sua Kawasaki! E’ il pegno da pagare… Sciarpa, casco, pedalini e …si parteeeee!

 

(Urlo per farmi sentire)

 

 

Un’ ultima curiosità. Ma come si pronuncia il suo cognome?

(Livermore, lanciatissimo con la sua moto, si volta per rispondere… facendomi prendere un discreto colpo!) Il mio cognome è inglese! Mio nonno era un fantino a Newmarket nel Suffolk. E anche mio bisnonno, come pure il mio trisnonno.


Beh… tutto sommato meglio le “due ruote” che un puledro al galoppo!

 

Massimo Viazzo

Torino, 20 marzo 2008

 

 

 

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