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Intervista a Diana Damrau

La malía di Diana Damrau

 

La recensione di OperaClick

 L'intervista


 











Diana Damrau
Copyright: Michael Tammaro licenced to EMI Classics

































Diana Damrau
Copyright: Eric Richmond licenced to Virgin Classics































Diana Damrau

Aithra (Die Ägyptische Helena)
Copyright: Ken Howard / Metropolitan Opera House

































Diana Damrau

Zerbinetta (Ariadne auf Naxos)

Copyright: Marty Sohl / Metropolitan Opera House

































Diana Damrau

Rosina (Barbiere di Siviglia)
Copyright: Ken Howard / Metropolitan Opera House

































Diana Damrau
Lucia (Lucia di Lammermoor)
Copyright: Ken Howard / Metropolitan Opera House









































Diana Damrau
Regina della notte (Die Zauberflöte)
Copyright: Ken Howard / Metropolitan Opera House


 


Il soprano tedesco Diana Damrau è una degli artisti più entusiasmanti comparsi all’orizzonte dell’opera lirica negli ultimi anni, non solo per la tecnica immacolata, la perfetta coloratura e la palese musicalità ma, soprattutto, perché è un’artista completa che dà tutto sul palco ed interpreta i suoi personaggi con impegno e amore per la sua arte.

Quando la si ascolta in qualsiasi performance, riesce subito a catturare l’attenzione con la vocalità argentina, l’attenzione alla parola scenica e l’elegante fraseggio. Può essere indifferentemente una minacciosa Regina della Notte, una tenera Gilda, una maestosa Costanza, una coraggiosa Adina, un’emozionante Lucia o una carismatica Zerbinetta. Tutto ciò a riprova della sua capacità d’immedesimarsi nel personaggio che interpreta e il pubblico non può che ammirarla per tale impegno.

Ho avuto l’opportunità d’intervistare la signora Damrau a Londra. Abbiamo parlato della sua carriera, dei suoi ruoli e dei progetti per il futuro. Si è rivelata una simpatica ed elegante signora anche fuori dal palcoscenico ed è stato un piacere parlare con questo giovane soprano tedesco che sta conquistando il pubblico di tutti i teatri più importanti del mondo.

 

 

Com’è stata la sua infanzia? Nella sua famiglia c’erano musicisti?

No, ma avevamo a casa un pianoforte. I miei genitori non andavano spesso all’opera, ma era tradizione che si recassero a teatro nel periodo natalizio per vedere Die Fledermaus o l’operetta. Non contiamo musicisti in famiglia, ma mia madre strimpellava un po’ il pianoforte. Dal momento in cui m’accorsi di che suono meraviglioso potesse uscire da quella magica scatola di legno, fu difficile che riuscisse a staccarmene. Mi piaceva recitare e ballare, ero davvero una bambina curiosa. C’era talento e musicalità nella mia famiglia ma non mi forzarono in alcun modo, non mi spinsero a studiare pianoforte. Volevo imparare a suonare uno strumento e il pianoforte fu solo la prima opzione. Più avanti mi fu utile per la professione. Un cugino di mia madre era un cantante che faceva parte del coro nel Gärtnerplatz Theather di Monaco ed era sposato con una ballerina. Si trasferirono presto in Inghilterra e ogniqualvolta che m’esibisco lì vado a trovare volentieri la signora. Quando venivano a casa nostra era come vivere Natale e tutte le altre feste comandate insieme, compleanni compresi. Si faceva musica e si ballava; cantavano e scherzavano, era un piccolo spettacolo solo per la nostra famiglia. Lui ha ballato nel Peer Gynt alla Bayerische Staatsoper e ci ha dato la musica. Io avevo tre anni, forse quattro, quando l’ascoltai. Danzai attraverso il salotto con quella musica e scopersi la mia voce che cantava Morgen Stimmung, il primo movimento. Cantavo con un evidente vibrato e tutti pensarono: Che è??? Cantavo in tono ma la mia tecnica di respirazione non era quella giusta (ride). Fu divertentissimo!

 

 

Ha ascoltato altri generi musicali? Ha qualche hobby?

Sì, ho ascoltato l’hard rock! Ho praticato anche l’equitazione. I miei mi fecero scegliere tra le lezioni di danza e l’equitazione e io preferii sporcarmi a cavallo ma essere a contatto con la natura. Il balletto era troppo “carino” per me. Ho comunque danzato molto, a quei tempi c’era il boom dell’aerobica e mi sono esibita nello stile di Michael Jackson, che era quello che mi piaceva di più!

Poi vidi il film La Traviata in televisione…da allora ho cantato nei cori delle scuole e su 90 studenti ero la sola ad aver proprio scelto il coro. Qualche volta dovevo cantare in due registri vocali diversi! Questa è stata la mia educazione musicale sino a quando vidi il film con la Stratas e Domingo che fu per me la svolta decisiva. Avevo dodici anni e quel film mi rapì completamente. Mi ricordo che stavo lì seduta a guardare e piangere per tutta l’opera e dissi a me stessa che era la cosa più bella del mondo. Era così completa, avevamo il film non la recita e tutto sembrava più emozionante. C’era questa produzione meravigliosa di Zeffirelli. La recitazione e la storia della Dama delle Camelie: dei tesori, dei gioielli! Inoltre le parole, le musiche…e le voci al top della loro bellezza. Pregai per imparare per poter essere così. Pensai anche che mi sarebbe piaciuto cantare in modo corretto, senza l’uso di microfoni, nella maniera più naturale, usando ogni facoltà del mio corpo per amplificare la voce senza accorgimenti tecnici. Volevo sfruttare solamente lo strumento che il Signore m’aveva dato in dono e capire se potevo farcela.

Quando compii quindici anni cominciai a prendere lezioni di canto. Das Veilchen e Ständchen furono i miei primi Lieder. I miei insegnanti erano Hanna Ludwig e Carmen Hanganu. La signora Hanganu era la moglie del mio insegnante di musica a scuola, un soprano rumeno. Lei e suo marito lasciarono la Romania per le note vicende politiche del tempo e si stabilirono a Günzburg, la mia città, e diventò insegnante di musica nel nostro liceo. Spiegavano ai ragazzi come suonare il piano e davano concerti. Parlai a mia zia Christa e mi consigliò di non cominciare le lezioni di canto prima che il mio fisico cominciasse a cambiare con l’adolescenza. Non puoi allenare il tuo corpo e la tua voce quando sei troppo giovane, puoi farti del male. C’è bisogno di avere un insegnante coscienzioso che non ti spinga a cantare cose troppo pesanti. Ci sono alcuni che ti costringono a cantare a 17 anni le arie della Regina della Notte con tutta la coloratura perché hai le note alte facili e così ti rovinano al voce. Possono compromettere una possibile buona carriera per soddisfare il loro ego nell’ansia di dimostrare che sono buoni insegnanti. La voce è uno strumento delicatissimo e unico e necessita d’attenzione e responsabilità da parte di chi ti segue. Tutti vogliono cominciare con le arie famose del grande repertorio ma bisogna crescere e capire come si fa a cantarle nel modo corretto. Così si può sperare in una carriera lunga e priva d’inconvenienti di salute.

 

 

Pensa che per interpretare certe emozioni bisogna avere anche una certa esperienza di vita?

Assolutamente, bisogna aver vissuto un po’. Penso che l’artista sia come il vino, cresce e si migliora con l’età. La voce stessa deve maturare, nonostante ci siano voci già buone a 17-18 anni, ma ogni artista è unico, e matura in tempi diversi. Non è solo questione di voce, è il carattere, la personalità, la capacità di dominare lo stress: devi avere disciplina perché bisogna lavorare duramente. Se non ne hai, non arrivi dove vorresti. Se non accetti la sfida del confronto con te stesso e i tuoi problemi, non puoi cambiare nel cantare. È un lavoro costante su te stesso, cantare ha notevoli implicazioni psicologiche, ci sono tanti grossi ostacoli da superare. Quando hai una carriera rilevante, anche se non sei costantemente in viaggio, è difficile farsi una famiglia, trovare la persona giusta, specialmente per le donne. Ho parlato a lungo con mia zia Christa e molti altri insegnanti riguardo la questione e ricordo una lunga chiacchierata con una cantante tedesca, ed era molto amareggiata. Mi ha detto la verità. Mi ha parlato di tutte le circostanze spiacevoli che possono accadere, bisogna essere forti e fare le proprie scelte. Bisogna amare molto il proprio lavoro altrimenti può essere una tortura. È difficile ritrovare ogni sera la tua voce, il tuo corpo.

La mia prima insegnante me lo fece notare, quando ebbi un piccolo crollo nervoso durante una lezione, avevo circa vent’anni e avevo problemi col mio ragazzo. Volevo piangere ma non potevo farlo di fronte a lei perché non avrei potuto cantare. Mi disse che si vedeva che non ero felice ma che eravamo come in caserma. Mi spiegò che quando morì suo padre lei aveva dovuto cantare La Vedova Allegra, non c’era modo di rinunciare all’impegno e dovette cantarla. Così mi disse che dovevo comportarmi io: impararla e basta. Qualche volta è come essere schizofrenici: devi separarti dai tuoi problemi personali per poter rendere sul palco. Non è facile, ma è il più bel mestiere del mondo! Amo quello che faccio. Nutre l’anima del pubblico, non è solo divertimento. La sensibilità umana non può vivere senza musica, il suono è la prima cosa che abbiamo, se vai in metropolitana c’è sempre qualcuno che ascolta musica con l’iPod. La musica dà energia, ti fa pensare, ti fa piangere e, circostanza da non sottovalutare, ti porta a contatto con le tue emozioni e la tua anima. Le cose che hai dentro, escono fuori. Questo è ciò che voglio fare, far sentire alle persone qualsiasi cosa debbano provare. La musica è la mia religione!

Nei recital di Lieder adoro il contatto che ho con il pubblico. Quando canto l’opera, non riesco a vedere gli spettatori chiaramente, non riesco ad essere in relazione con tutti loro, ma ne posso percepire l’energia. Nei recital liederistici, porto il pubblico metaforicamente in viaggio, scelgo cosa voglio mostrare e cantare loro e li guido nella storia, vedo le reazioni e li indirizzo. È come un massaggio, qualche volta, non è una cosa fisica ma sento queste persone lì sedute e come reagiscono mentre mi ascoltano cantare.

Per esempio è accaduto a Toulouse : una donna è venuta da me e mi ha detto la ringrazio. Le ho risposto che durante il concerto l’ho vista rilassarsi, proprio come se stesse ricevendo un salutare massaggio. Alcune melodie hanno avuto quest’effetto su di lei.

Per me, l’esperienza più gratificante è la musica sacra, perché contiene di tutto. È un’altra dimensione , specialmente con Mozart. Ho cantato per le celebrazioni dei 1000 anni della Mainz Cathedral lo scorso weekend, cantando Let the Bright Seraphin, Pie Jesu di Fauré, un duetto con un mezzosoprano e un terzetto dalla Messa in do minore di Mozart. In quei momenti, Diana scompare e rimane solo la gioia di vivere e la gioia dell’amore.

 

 

Parlando delle qualità della sua voce, credo che questa capacità di emozionare sia indubbiamente dovuta al fatto che dietro alla voce c’è un’anima.

Grazie! Non credo che cantare sia solo tecnica, come suonare uno strumento. Se vuoi emozionare hai bisogno anche delle parole, ed è perciò che io credo sia l’Arte più completa. C’è il movimento della danza, la musica strumentale ma abbiamo anche il testo che arricchisce di significati ed emozioni che dobbiamo realizzare.

 

 

Quando studia un’aria, un Lied o un’opera, impara prima il testo o la musica?

Lo faccio contemporaneamente. Puoi interpretare le parole in mille modi differenti e nel lied, per esempio, lo stesso testo poetico può essere stato musicato da più compositori. Possiamo apprezzare la ricchezza di una lingua attraverso queste parole. Le parole sono lì a descrivere sensazioni e situazioni. Ai giorni nostri, parlando del tedesco ma anche di altre lingue, possiamo vederle crescere e cambiare. È bellissimo andare  a sondare le basi di ogni lingua e vedere la ricchezza dello spagnolo, francese, inglese, italiano. Amo le connessioni tra parole e musica. Dal mio punto di vista nel lied c’è la forma più alta di collegamento tra parole e musica, la più profonda. Con tutti gli aggettivi che abbiamo a disposizione si può essere davvero precisi nel descrivere le sfumature delle emozioni. Adoro le lingue.

 

 

A proposito di questo potere delle parole, ricordo che ascoltando il CD “Mozart Donna” ho provato grande curiosità nel sentire la sua interpretazione dell’aria di Donna Anna, Non mi dir, un ruolo che ha debuttato quest’anno in Svizzera, tra l’altro. Mi pare di poter dire che lei sia una dei pochi soprano dei nostri giorni a rendere chiaro il dilemma di Anna in quest’aria. È un esempio perfetto di interazione tra parole e musica in uno specifico stato d’animo.

Sì, in concerto o durante la registrazione del disco, senza il palcoscenico e i costumi, estrapolata dalla trama, cerco sempre d’immaginare il momento in cui si colloca l’aria, i motivi che spingono a cantarla, a chi è diretta, cos’è accaduto prima. Certo, non voglio dire che questo è l’unico modo di farlo, è solo il mio modo e funziona bene per me.

Per questo il CD è intitolato Donna, è quello che noi donne proviamo. Mozart è un maestro nell’arte di tratteggiare un ritratto di donna e… ciconosceva molto bene! Ho voluto mostrare queste donne diverse, tutte di età differente.

Ho visto Blonde in modo diverso di quando l’interpretai in teatro, l’ho voluta rendere un po’ più sfrontata. Poi c’è l’aria di Konstanze, che è un esperimento, facendola così veloce. Ho cantato una sola volta Blonde, a Salisburgo, e poi sono passata a Konstanze il mese successivo a Francoforte.

 

 

Crede che affrontare entrambi i ruoli in così breve periodo di tempo l’abbia aiutata a comprenderle meglio?

Beh, i due personaggi non interagiscono molto durante l’opera, né cantano insieme. Mi sono studiata bene la parte a casa per cantare Konstanze e ottenere l’effetto giusto. Alla fine è tutto scritto nello spartito, la Callas ha detto: basta guardare la Musica, è tutto lì!

 

 

Pensa che Konstanze sia più forte di Belmonte? Per lei la musica è molto aggressiva e s’esprime in modo molto moderno.

È vero! Mozart ha scritto la musica in quel senso, dobbiamo scordarci di tutto il circo intorno al Serraglio e l’Oriente, che sono solo pretesti per ambientare l’opera in Turchia.

Nelle opere di Mozart c’è sempre una profonda psicologia e connessione tra i personaggi. Guardi il Così fan Tutte, per esempio, è paradigmatico in questo senso, e vale anche per Le Nozze di Figaro.

 

 

A proposito delle “Nozze di Figaro”, ha cantato Susanna alla Scala nel 2006, era il suo debutto nel ruolo?

Sì.

 

 

Beh non sembrava di certo, vista la grande familiarità che ha dimostrato di avere col personaggio. Penso che lei e Ildebrando D’Arcangelo (Figaro) siate una coppia perfetta per rappresentare la verve dei rapporti tra i due personaggi.

Ovviamente è stato un lavoro di squadra.

 

 

Credo che Susanna sia più intelligente di Figaro…

Beh, sicuramente è più veloce!

 

 

Questa è stata la sua seconda esperienza alla Scala, perché la prima fu nell’Europa riconosciuta di Salieri, per la riapertura del teatro. Questa considerazione mi porta a parlare del suo primo CD Arie di Bravura, in cui interpreta pezzi di Righini, Salieri e Mozart.

È stata una bellissima esperienza cantare due ruoli così distanti tra loro alla Scala. Susanna è di tessitura un po’ più bassa di quella di Europa, che è altissima!

 

 

Ci può dire qualcosa di questa opportunità di cantare Europa in un’occasione così importante come la riapertura della Scala?

È stato un grosso evento, pressoché storico. Travolgente! Ho cercato di allontanare tutte le paure, di concentrarmi e stare calma per creare il ruolo di Europa. Ho studiato molto l’opera, che è stata allestita nel 1778 e da allora ha avuto solo una o due riprese. Non c’era la traduzione del testo, avevo l’intero spartito da studiare, non c’era la trama, così mi sono messa ad analizzare tutte le singole parti, per avere un’idea di come interagissero e capire bene ciò che muove il mio personaggio. Era la prima volta che un evento così importante veniva teletrasmesso, ancora prima che il Met lanciasse il suo programma dell’opera nei cinema. C’erano grandi schermi per le strade, all’aperto, fuori dal teatro e tanta gente ha seguito in diretta in tutte le città italiane. E devo dire che quel giorno mi beccai un’infreddatura! Ho visto il medico il giorno della prima, ero con i nervi a pezzi ma grazie a Dio andò tutto bene!

 

 

Il suo rapporto con Salieri risale al 1998 a Würzburg, quando interpretò Cublai, gran Khan dei Tartari. Poi è venuta la registrazione del CD con le arie di Righini e Mozart. È stata una sorpresa trovare tanti punti in comune tra Salieri e gli altri due compositori?

Si è trattato di un meraviglioso progetto! Quando ho firmato il contratto con la EMI/Virgin, mi chiesero cosa volessi registrare. Pensavo che mi dessero una scaletta di quello che avrei potuto fare meglio ma ebbi l’opportunità di dire la mia e così espressi il desiderio d’interpretare sia Mozart sia Salieri. Ci fu un momento di silenzio e poi mi risposerò “Sì”. Spiegai che avevo già cantato in passato Cublai e che m’apprestavo a cantare Prima la musica, poi le parole e Europa riconosciuta. In qualche modo io e Salieri avevamo un certo feeling e quando diedi un recital alla Scala dopo l’Europa cantai Lieder di Salieri.

Volli quindi andare avanti nell’approfondire la conoscenza della sua musica, e credo che quest’idea mi venne quando vidi il film Amadeus, che ne faceva un ritratto completamente infedele alla realtà. Ho letto di lui e di come sia stato un grande uomo, che grande insegnante sia stato , quanto notevole sia stata la sua influenza sulla musica del tempo e di come fosse davvero in grado di spiegare la grandezza di Mozart. Non mi piace che in molti lo ritraggano come un perdente, non lo è stato! Ebbe un grandissimo talento, molte qualità e fu valente uomo di teatro. In entrambi i lavori, Cublai e Europa , che è come un film d’azione, se ne trova testimonianza. La trama è movimentata, l’avvicendarsi delle scene veloce ed emozionante, Salieri è capace di creare molto bene la tensione. Ci sono molte arie bellissime e di grande difficoltà. Mozart ha scritto in modo più facile, per le voci. Il diapason era abbassato a quei tempi, un’orchestra dei giorni nostri è più alta ed è ancora più difficile raggiungere gli acuti.

Tornando al CD, lo staff ha accettato la mia proposta per Salieri, Righini e Mozart e mi ha detto: ok, scegli il tuo repertorio. Necessitavo di alcuni specialisti e così mi sono rivolta a Claudio Osele e anche Otto Biba a Vienna. Osele possiede molte partiture di Salieri e quando mi ritrovai tra le mani gli originali…fu un’esperienza magnifica. Dei pezzi che mi sembravano migliori ho fatto fotocopie e ho una quantità industriale di spartiti scritti a mano! Erano molto difficili da decifrare, così mi rivolsi a un pianista, per questo. Ho lavorato in squadra con due ottimi pianisti, Junji Mitsuishi e Alessandro Misciasci .

 

 

E poi si è lanciata su Righini…

Sì, Claudio Osele mise la sua musica assieme a tutte le altre di Mozart e Salieri. Mi piaceva che Righini avesse un’affinità con Salieri e Mozart. Avrei potuto scegliere tra altri compositori del tempo ma volevo fortemente che ci fosse un legame tra di loro. Righini aveva un rapporto particolare con Mozart perché uno dei suoi concerti per clarinetto debuttò con Il Natal d’Apollo di Righini. Righini rimpiazzò Salieri a Parigi e Vienna nell’eseguire questo lavoro: era un cantante, direttore e compositore. Amo la sua musica che era di chiara derivazione italiana e scelsi le due arie che compaiono nel CD.

 

 

Quindi non si è trattato solo dell’incisione di un disco, ma anche di un lavoro di ricerca…

Sì, è stato un lavoro molto bello. Ci sono anche due arie con lo stesso testo ma con musiche diverse: Basta, vincesti!. Sono estremamente diverse l’una dall’altra, ma entrambe sono due gioielli!

 

 

Insomma ha riscoperto la musica di Salieri…

Beh, ho visto che Cecilia Bartoli ha inciso un CD della sua musica prima di me e la mia reazione è stata: AHHH! Però sono contenta ugualmente del mio.  Questo è il motivo per cui ho puntato su più compositori e non ho focalizzato la mia attenzione solo su uno. È gratificante esplorare nuovi repertori.

Credo sia davvero importante, anche per gli studenti, non fermarsi alle solite cose. C’è tutto un repertorio che possono trovare che contiene pezzi adatti alle voci di ognuno, che non solo quelle 5-6 arie che TUTTI conoscono. Possono crescere artisticamente con repertori alternativi, oltre che con quelli più noti.

 

 

Parlando di lavori poco rappresentati, sono felice che lei abbia incluso l’aria di Giunia dal Lucio Silla, nel suo disco.

Quest’aria è spessissimo tagliata così ho deciso di proporla.

 

 

Passiamo al CD “Mozart Donna”, con che criterio ha scelto le arie?

Ho voluto presentare tutte queste diverse tipologie di donne. Il primo CD tratta più le arie di coloratura, di bravura. Nell’altro ho cercato di fare un mix di stili. Ho cercato di andare più a fondo nelle pieghe della psicologia personaggi, palesando che una voce può essere argentina per Blonde e differente per Konstanze, che ci sono momenti lirici come Deh vieni non tardar.

In Mozart, ma anche in Strauss, è possibile cantare più di un personaggio di ogni opera. Quello che voglio dimostrare è che posso fare questo o quel ruolo, lo voglio far vivere. La gente dovrebbe prendere il CD e ascoltare senza dover dire: oh no! Un’altra aria veloce oppure un’altra aria piena di sovracuti.

 

 

Credo proprio che lei abbia centrato l’obiettivo di dare una sfumatura personale ad ogni personaggio. Un esempio è l’aria di Servilia, S’altro che lacrime, breve ma piena di suggestioni.

È un magnifico personaggio da interpretare. È l’unica dell’opera che ha il coraggio di ribellarsi a Vitellia e dirle la verità, una grande donna. Non è un soprano piagnucoloso, è una donna forte. Ho voluto includere anche l’aria da La Finta Semplice con l’assolo dell’oboe. È meravigliosa.

 

 

Visto che ha menzionato Strauss, voglio chiederle, come mai secondo lei c’è una relazione nel cantare Mozart e Strauss? Molti soprano focalizzano il loro repertorio in questi compositori e poi cominciano a cantare quello italiano: Elisabeth Schwarzkopf, Renée Fleming, Kiri Te Kanawa, anche lei l’ha fatto…

Io credo che tutta la musica debba essere affrontata con la tecnica del belcanto, dominando la voce in tutto il registro, è un bene avere la coloratura per mantenere la flessibilità e il controllo sulla voce.

Parlando di Strauss e Mozart, con Mozart io credo si raggiunga il top del canto, è la musica più eterea ed impalpabile. Ci si può rispecchiare, guardare dentro, capire quello che funziona e quello che non va. Puoi sentire qualsiasi cosa. Da un certo lato ha più regole, devi cantare a tempo, dimenticarti dei portamenti, cantare il più pulito possibile sfruttando tutte le risorse tecniche, come il salto di due ottave per esempio. Chiunque ti può confermare che qualcosa andrà storto se non canti correttamente ma allora bisogna fare tutto questo, cantare in souplesse perché la voce esca facilmente.

In Strauss si ha una specie d’impulso, la sua musica ha uno sviluppo orizzontale. Ci sono più rubati, puoi giocare con la voce, puoi tenere lunghe arcate, può essere un canto meno rigoroso, più elastico. Entrambi sono compositori per soprano e perciò li amo.

 

 

Lei  ha interpretato molti ruoli di Strauss: Zerbinetta, Nayade, Zdenka, Fiakermilli, Sophie, e ha cantato Aminta in Die Schweigsame Frau.

Ho cantato anche Aithra in Die Agyptische Helena al Met e i Lieder di Strauss. Ho appena finito di cantarli a Monaco con la direzione di Christian Thielemann e la Filarmonica di Monaco, abbiamo fatto almeno cinquanta minuti di Lieder che saranno il tema del mio prossimo CD.

 

 

Cosa la attrae di più delle eroine straussiane, come Zerbinetta, che ruba sempre l’attenzione con Grossmächtige Prinzessin?

Devi sapere come cantare questa musica quando ti esibisci, in particolare questa lunga aria che dura quindici minuti, perché sei sola sul palco e conduci praticamente lo spettacolo. Le opere di Strauss sono capolavori. Strauss e Von Hofmannsthal sono come Mozart e Da Ponte. Hai un approccio filosofico, come ad esempio quando Zerbinetta parla a Ariadne. Non è superficiale, lei vive la sua vita qualsiasi cosa le riserbi. Noi sappiamo che desidera l’amore eterno.

 

 

Lei  pensa che sia sincera nel cambiare atteggiamento verso il Compositore?

Assolutamente, non sta fingendo. Questo momento la sconvolge. Anche se non appare da una prima impressione, le loro anime sono simili. In alcuni allestimenti, come quello di Marelli, al quale io ho partecipato due volte, a Mannheim e a Dresda, il Compositore è sul palcoscenico per tutta la durata dell’opera. Anche Zerbinetta ha un pezzo con il Compositore nel quale lui la costringe a farsi accompagnare durante la versione per pianoforte di Grossmachtige Prinzessin. Lei improvvisa e lui fa lo stesso, improvvisa, facendo quest’aria per Ariadne. Io faccio un po’ la svampita in quel momento perché si può notare il legame tra i due! Strauss scrive che lei è sfacciata ma con classe: Ein Augenblick is wenig, ein Blick is viel, ma io credo che ci sia tanta verità in lei, che gli rivela il suo amore. Certo, si può interpretare anche come una puttana che si prende gioco di lui, ma non credo sia corretto, perché la musica dice il contrario. È bellissimo interpretarla.

 

 

Com'è stato cantare Aithra al Met, considerando che per lei era un debutto nel ruolo?

È stata una grande sfida, l'orchestra sotto è immensa e ho veramente amato il personaggio. È un carattere con molte sfumature psicologiche! Strauss e Hofmannsthal scavano sempre dentro la storia, nella mitologia, è stato lo stesso quando ho cantato il ruolo di Europa. Ho dovuto ritrovare tutte le connessioni nella storia. L'azione è stata trasposta nel presente, cosa che si può fare con i capolavori, perché sono universali, atemporali.

Mi è piaciuto interpretare la maga, avevo addirittura una luce magica e facevo "Abracadabra"! Era una produzione molto complessa, specchiava i personaggi. Poseidone, il marito fedifrago di Aithra, è presente all'inizio ma poi la lascia, però lascia indietro la sua ombra. È stata una grande avventura perché ho dovuto in qualche modo sdoppiarmi e andare avanti, sentendo e osservando gli altri personaggi, per esempio osservando cosa stessero facendo Helena e Maenelaus. Aithra vede le loro liti, agisce nel ruolo del destino e cambia le carte in tavola. In più, trasferisce tutto ciò nella propria vita personale, nella sua relazione con Poseidon. È un ruolo molto complesso, ed ero sul palcoscenico per tutta la durata dell'opera! Si fa un intervallo di venti minuti e poi si ricomincia daccapo a interpretare una donna sconvolta, così, quando l'ho impersonata per la prima volta, mi è quasi venuto un attacco di cuore, perché nell'intervallo mi ero rilassata ma poi -- bum! -- ero di nuovo lì a cantare violentemente, con note altissime e tanti movimenti. Dopo pensavo stessi per svenire.

 

 

Come vede Sophie in Der Rosenkavalier? La DECCA ha recentemente pubblicato il DVD  della sua interpretazione a Baden-Baden, con Renée Fleming e Sophie Koch, ed è spettacolare. Sarebbe interessante conoscere la sua visione di questo personaggio.

Sophie è la tipica figlia di papà, è molto capricciosa, può esplodere molto facilmente e ha il cuore sulle labbra. Ma è giovane, è cresciuta in un convento, deve obbedire e sposarsi per il bene della famiglia, di suo padre. Tutti le dicono che questo è quello che bisogna fare, sposare qualcuno come il Barone Ochs, per cui è impaziente. Si sarebbe arresa come aveva fatto la Marschallin, ma alla fine penso che il suo destino è migliore di quello della Marschallin, perché lei avrà l'uomo che ama, per cui sarà un matrimonio di amore. Inoltre a quei tempi il matrimonio per le donne era una questione di passaggio di status, da ragazzina lei sarebbe diventata una moglie rispettabile. Quando incontra Octavian e se ne innamora, i due decidono di combattere l'uno per l'altra. Hanno un legame molto profondo. Per cui, quando la Marschallin capisce la forza del loro amore, le concede Octavian perché in qualche modo vuole che Sophie non sia costretta a soffrire così com'è stato per lei.

 

 

Qual è stata la sua reazione, nei panni di Sophie, quando alla fine del bellissimo terzetto Hab’ mir’s gelobt, vede Octavian e la Marescialla andarsene?

Beh, quando l’abbiamo fatta a Parigi e Baden-Baden, in quel preciso momento, lo sguardo che mi ha lanciato Renée Fleming mi ha fatta rabbrividire ed è stata una sensazione tristissima.

 

 

Passiamo ora al suo recente repertorio italiano. Intanto mi congratulo con lei per l’ottima interpretazione di Adina nell’Elisir d’amore alla Royal Opera House. È stato davvero un piacere vederla in questo ruolo, che aveva interpretato solo una volta a Francoforte, otto anni fa. Ha notato differenze nell’ interpretazione, a distanza di tanto tempo?

Era un allestimento diverso, più moderno anche se quello di Francoforte era comunque molto grazioso ed è stato bellissimo lavorarci per la prima volta. Da allora sono cambiate molte cose: la mia voce, la mia tecnica si è affinata e sono più sicura sul palcoscenico. Devo dire inoltre che questo ruolo è magnifico ma ci può essere un pericolo, che non ti stimoli troppo oppure che non ci trovi grande corrispondenza personale, dipende dall’allestimento. In questa produzione di Laurent Pelly ho amato molto il lavoro collettivo, il fatto che si possano notare bene i legami tra Nemorino e Adina. Penso che siano cresciuti insieme e che lei sia ancora considerata parte della comunità, nonostante abbia avuto l’opportunità di studiare e leggere mentre gli altri sono rimasti a fare i contadini. Si capisce che è lusingata quando i compaesani le chiedono di spiegare la storia di Tristano e Isotta. Penso che lei e Nemorino abbiano avuto una relazione e che si conoscano bene. Forse Adina lo lascia perché pensa che sia tutto troppo facile!

 

 

Così lei accetta le lusinghe di Belcore per ingelosire Nemorino o è davvero infatuata del soldato?

No, per lei è solo un gioco che diventa  serio tanto che rischia di perdere il controllo nella scena del matrimonio. Fa tutto ciò per ingelosire Nemorino ma, purtroppo, lui non è presente all’inizio della cerimonia. Adina è giovane e temperamentosa, credo che dentro di sé lei ami Nemorino.

Nell’opera lei è il personaggio che si evolve di più. È risanata dal Dottore anche senza elisir. Nella canzonetta Io sono ricco e tu sei bella, Dulcamara è molto abile nell’assegnarle la parte della Gondoliera, specialmente con le parole che canta per Zanetto e Senatore. Un po’ invadente no?

Gioca molto con i sentimenti di Nemorino e, in questo allestimento, ci mette pure un po’ di malizia. Ma quando sono toccati i suoi sentimenti non è molto contenta e si sente esclusa quando Nemorino non le presta attenzione nella scena con le ragazze del villaggio. Sente che lo sta perdendo ed è arrabbiata nel vederlo felice senza di lei. È scioccata e si rende conto di amare Nemorino e decide di lottare per riaverlo. Nell’aria Prendi, per me sei libero ora è lei a offrirle il suo cuore su di un piatto d’argento ed è terrorizzata da un rifiuto.

Quest’opera, oltre alla musica spumeggiante e tutte le parti divertenti, è molto struggente. È Donizetti!

 

 

Parlando di Donizetti, l’anno scorso, nell’ottobre 2008, ha ottenuto un grande successo in un altro ruolo di questo compositore al Metropolitan di New York, ricevendo recensioni entusiastiche. Sto naturalmente parlando di Lucia di Lammermoor. Come si è preparata per questo ruolo così impegnativo?

Sono sempre stata affascinata dalla Lucia, ho visto tre allestimenti diversi a Mannheim, Monaco e Vienna. Ho visto cantare la Gruberova. La scena della pazzia è come morire sul palcoscenico anche se per me la più commovente morte è quella di Gilda. La pazzia di Lucia può essere struggente, sconvolgente, puoi sentire che è a pezzi. Ho fatto il mio lavoro di ricerca parlando con medici che si occupano di questi argomenti, e specialmente di questo tipo di follia, perché per me lei non è pazza dall’inizio. È in pericolo di diventarlo e ha questo comportamento bipolare, che appare già nella prima aria.

Inoltre, suo fratello è un uomo duro e oppressivo e la famiglia è in una situazione delicata dal punto di vista politico. Emozionalmente è molto coinvolta e molto fragile, è ingannata e intrappolata dal fratello che la costringe a sposare un uomo che non ama.

Il ritorno di Edgardo al momento del matrimonio fa sì che qualcosa si rompa nel suo cuore. Nell’allestimento di Mary Zimmerman al Met, molte persone hanno detestato l’idea che ci sia un fotografo che scatta durante il sestetto, ma io la trovo una grande idea. Di solito tutti i personaggi stanno lì impalati, curando la psicologia del loro personaggi e cantando le loro parti, per poi riprendere l’azione. Nell’allestimento di Zimmerman, si sta girando questa specie di foto perfetta di una coppia di sposi e lei deve essere forte anche se si nota che si apparta stremata alla fine del sestetto. Ciò dimostra che è tutta una montatura ma nessuno può fare nulla per evitarla. Poi, quando Edgardo la maledice pensando d’essere stato tradito lei è distrutta e crolla. C’è tanto sia nella musica sia nelle parole.

Ho anche ascoltato tante registrazioni e ho trovato assieme ai miei colleghi il modo per interpretarla in questa produzione e poi ho acclarato come avrei voluto farla. Mi piace l’idea del fantasma all’inizio, per me è di grande effetto.

 

 

Com’è cantare la scena della pazzia con la glassharmonica?

Quando lo feci la prima volta, durante le prove dello spettacolo, è stata dura per l’intonazione. Poi mi sono concentrata sui miei pensieri e sulla mia consapevolezza musicale e ho preso tutto ciò che l’orchestra mi dava sfruttando il suono dello strumento. Funziona bene, è come un effetto speciale! Mi piace perché nella scena della pazzia Lucia non è aggressiva o enfatica, ma solo in preda a un malessere profondo. Non è un’adolescente triste che pensa d’avere un problema, è una vera follia ed è ciò che la rende particolare tra tutte le scene simili che ci sono nelle opere, è molto realistica.

 

 

Ci può dire qualcosa in merito i suoi impegni futuri in teatro e in sala d’incisione?

Quest’anno è pieno di debutti: Marie nella Fille du Régiment (una produzione di Laurent Pelly) a San Francisco e al Met (Febbraio 2010), la mia prima Donna Anna a Ginevra e poi, nel 2010, Manon con Ramon Vargas a Vienna. Sto progettando di cantare con lui! Inoltre ho cantato Rosina nel Barbiere di Siviglia al Met, Konstanze a Barcellona, Ophélie nell’Hamlet alla Washington Opera, Elvira nei Puritani a Ginevra, la Contessa Adele nel Le Comte Ory al Met nel 2011, tutti i tre ruoli in Les Contes d’Hoffmann a Monaco entro un paio d’anni e nel prossimo futuro vorrei cantare La Traviata.

Parlando d’incisioni, ho registrato L’Ercole sur Termodonte di Vivaldi, che sarà pubblicato alla fine di quest’anno, il mio CD Coloraturas con il mio repertorio d’elezione di arie italiane, francesi, tedesche ed inglesi. Poi ancora i Lieder di Strauss che dovrebbero uscire l’anno prossimo. Non ho voluto fare i Vier Letze Lieder , è un album totalmente dedicato ai Lieder meno noti.

 

 

Grazie infinite per la bellissima intervista, Signora Damrau, aspettiamo con ansia qualsiasi cosa lei faccia in futuro. E grazie per essere un’artista così grande!

Grazie a lei per l’intervista.

 

 

Ingrid Haas

traduzione di Paolo Bullo

 10 novembre 2009

 

 

 

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