Abbiamo incontrato Bruno de Simone in uno dei suoi rarissimi momenti liberi, alla vigilia della partenza per Barcellona, dove canterà il Marchese di Boisfleuri nella Linda di Chamounix.
La prima domanda è “canonica”: ci racconti come e dove tutto iniziò?
Mi ritengo un artista privilegiato: ho potuto iniziare lo studio del canto e della musica parallelamente agli studi umanistici ed universitari, fin da giovanissimo, grazie anche ad una passione coltivata in famiglia. Vidi la prima opera al San Carlo all'età di 10 anni, era La Gioconda con la Tebaldi: un battesimo davvero... speciale!
All'età di 15 anni ebbi occasione di essere ascoltato da Kraus, a casa mia, a Napoli, che mi incoraggiò molto a coltivare la mia voce. Iniziai allora con molta prudenza lo studio, affidandomi ad una docente a Napoli, Marika Rizzo, fino al mio debutto che avvenne all'età di 21 anni. Da allora in poi, mi affidai totalmente alle “cure” di Sesto Bruscantini.
Ovvero il tuo “padre spirituale”…
Bruscantini mi accolse con grande generosità e disponibilità sin da subito.Mi ha guidato e rifinito sul piano tecnico, stilistico ed interpretativo, indirizzandomi pian piano verso il giusto repertorio. Solo dopo ben sei anni che seguivo i suoi preziosi consigli decisi di dichiarare la sua “paternità didattica”, quando fui certo che, nel farlo, non gli avrei fatto fare brutta figura...
Tu sei un vero “animale da palcoscenico”, come ti sei formato?
La mia formazione artistica è maturata gradualmente sulle tavole del palcoscenico.
Ho avuto il grande privilegio di cantare ben presto accanto ad artisti straordinari, come ad esempio Kraus in un Werther, Aragall e la Mauti Nunziata in una Bohème, Bruscantini e Montarsolo in Italiana in Algeri, la Caballé in Händel e la Rinaldi in Mozart nella sua ultima apparizione in teatro (ne ricordo tutt'ora i preziosissimi consigli); per non parlare di colleghi illustri ben più recenti come Nucci, Ghiaurov, Blake, la Gruberova e non ultimo, ovviamente, il povero Licitra che mi impressionò molto per i suoi mezzi vocali e per le sue qualità umane.
Ho cantato numerosi ruoli di opere del '700 di svariati autori che hanno cominciato a forgiare a poco a poco la mia personalità artistica, senza mettere a repentaglio una vocalità ancora giovane ed in via di consolidamento. Trattasi, quello settecentesco, di un repertorio che considero di grande importanza per la cura della parola cantata e l'articolazione che vanno a braccetto con la vocalità. Questo percorso iniziale si è rivelato fondamentale perché mi ha permesso di affrontare il ruolo giusto al momento giusto, rifiutando più volte ruoli prematuri per me, per le armi che avevo a disposizione. Qualche volta ho corso il rischio di non essere compreso ed anzi frainteso perché taluni lo recepivano come uno "snobbare" le loro offerte. Ricordo che tra i grandi artisti che ho avuto la fortuna di incontrare ed essere anche giudicato, Rossi Lemeni mi disse una volta che questa carriera si fa più dicendo “no” che “sì”, se si aveva l'intenzione di non arrivare solamente, ma durare...
È così che, ad esempio, dopo aver interpretato varie volte il ruolo di Figaro del Barbiere, sono poi approdato a Don Bartolo ruolo eseguito tantissime volte, nei principali teatri e festival internazionali, dalla Scala all'Arena , dal ROF a Tokyo, da Vienna a San Francisco. Ora,dopo Belcore, sono interprete di Dulcamara e Don Pasquale dopo vari Malatesta.
Tu sei uno straordinario “buffo”. Che significato ha per te questa definizione?
Il concetto del "buffo", inteso come interprete “buffo”, coniato, nel '700 circa, sulla base della commedia dell'Arte, aveva un'accezione ben specifica e ben lungi dal ridicolo o grottesco, come a volte si è visto nel corso di anni di interpretazioni, non sempre attente alle fonti storico letterarie della Commedia, ma tese soltanto all'effettaccio immediato sul pubblico. I ruoli connessi ad esso abbisognano di una maturità vocale ed equilibrio interpretativo che un giovane cantante difficilmente può avere: anche nel caso del "buffo caricato", Geronimo de Il Matrimonio segreto, ad esempio, vi è bisogno di innumerevoli sfumature che vanno dal comico al malinconico, dal cinico al buffo, dal patetico all'istrionico.
Sesto Bruscantini è stato in tal senso un grande esempio di classe e di misura, ed era maestro nel rifuggire dalla trappola della gag teatrale e mi aveva ben presto “ammonito” : “sappi che con le tue caratteristiche interpretative sicuramente ti affideranno quanto prima i ruoli del Buffo ma –aggiungeva – dovrai essere ben preparato per eseguirli, mantenendo la tua vocalità salda e ben tornita, non solo agile e spedita nel sillabato, e per questo devi prima imparare bene il Canto legato sul fiato,che è la base per una corretta emissione vocale; altrimenti puoi rischiare di divenire solo un… buffo parlante!"
Ecco quindi l'importanza che ha avuto per me, praticare prima i ruoli del baritono brillante o lirico per poi approdare agli altri: in effetti, ruoli del genere buffo è giusto affrontarli con maturità ed esperienza, per rendere un' interpretazione a tutto tondo, nello stile dell'epoca o dell'Autore. Sono estremamente stimolanti, e io stesso per primo mi diverto ad arricchirli di tematiche umane, sociali ed allora approfondisco la ricerca del giusto colore vocale da dare al personaggio che è sempre oggetto di una vera e propria ricerca. L'accento, la giusta inflessione, ma anche lo studio del passo e della gestualità sono stati sempre gli ingredienti da me studiati e ricercati, a volte in modo quasi ossessivo, che mi hanno consentito di definire i personaggi che ho interpretato. Ho avuto anche la fortuna di lavorare con grandi direttori e grandi registi: tra questi ultimi, mi piace ricordare Giancarlo Cobelli – in un paio di opere di Cimarosa – dal cui incontro posso affermare che il mio tasso di "artisticità" è decisamente decollato. E' chiaro che un metodo di studio del genere ed approccio a questi ruoli, per poter essere fruito ed apprezzato necessita di una discreta conoscenza della nostra lingua, e delle fonti storiche, che ti permetta di coglierne le sfumature, le inflessioni ed altro: è per questo che la mia presenza nei paesi anglosassoni, ad esempio, si è limitata un po'.
La concezione del “buffo”, in certi paesi, tarda un po' ad aggiornarsi, cioè a staccarsi dallo stereotipo caricaturale e senescente. Si tratta, invece, di personaggi di totale lucidità, a tal punto da diventare talvolta anche cinici per poi “umanizzarsi” col prosieguo della vicenda: se Don Bartolo fosse solo un vecchio rimbambito, Figaro vedrebbe ridimensionata la sua abilità a scapito della commedia.
Parliamo un po’ dei tuoi ruoli…
Ho eseguito ben sessantotto ruoli, di cui sedici rossiniani e nove opere di Cimarosa. Indubbiamente la “napoletanità”,da non confondere con la… “napoletanitudine”, mi aiutato molto. Negli anni trascorsi nel centro di Napoli ho potuto osservare innumerevoli scene “teatrali” spontanee che, come diceva anche Massimo Troisi, finiscono per arricchire molto il repertorio attoriale.
Come spesso si sente dire, la "Rossini Renaissance" ha apportato enormi ed importantissime riproposte e chiarezze interpretative su tutti i capolavori del compositore pesarese; ma è altrettanto vero che alcuni cantanti, che si sono dedicati quasi esclusivamente a questo repertorio, hanno rischiato di vedere limitate le proprie possibilità di crescita vocale e tecnica. Credo che l'attenzione alla scelta del reperorio sia fondamentale per lo sviluppo di una vocalità e di una carriera: dare un occhiatina al passato, alle "artes maiorum" può senz'altro insegnare qualcosa. Basterebbe guardare a tanti grandi interpreti del passato appunto che si cimentavano in diversi repertori, senza per questo pregiudicare la longevità della loro carriera o, ancor di più, i propri mezzi vocali. E' per questo che intendo sperimentare altre strade compatibili con la mia maturità vocale ed interpretativa pur continuando a considerare un perfetto abito su misura per me il genere “buffo”. Proprio in questa ottica Michonnet, Gianni Schicchi e Kyoto dell'Iris saranno i prossimi ruoli che ho scelto di interpretare. d'altronde, il bello del nostro lavoro... anzi dell’ “arte” sta proprio nella continua ricerca e nel costante riapprofondimento di ciò che si è già eseguito ma si vuole riproporre arricchito o almeno aggiornato. Qualcuno mi ha detto di ritenermi appartenente ad una sorta di “specie protetta”, dato che faccio questo lavoro da più di trenta anni e mi sento di essere ora nel pieno della mia maturità vocale ed artistica. In realtà non ci sono particolari segreti per tale longevità, oltre ad uno studio incessante e ad un'attenta amministrazione delle proprie risorse…oltre che qualche sana rinuncia al momento giusto.
All’attività artistica unisci anche quella didattica…
Talvolta mi dedico, quando posso, a master class che hanno per oggetto una sorta di "regia vocale".
Concetto interessante. Hai voglia di approfondire?
È un lavoro che troppo raramente viene svolto dalle regie. Una sorta di intervento diretto sulle voci che vanno guidate per la ricerca di giusti e vari colori e per l'esatta valorizzazione del testo mediante appropriate inflessioni ed articolazione. Tante volte alle mie richieste rivolte ai giovani per valutarne l'indice di gradimento dei nostri spettacoli d'opera mi viene risposto che a loro piacerebbe anche questa musica, ma trovano molta difficoltà a comprendere il testo per poter seguire la vicenda. Non bastano i sopratitoli, che talvolta distolgono l'attenzione da rivolgere alla scena! È possibilissimo riuscire a far comprendere ogni parola, tanto nel genere brillante quanto nel serio: era uno dei vanti e requisiti della “Vecchia Scuola”, basti ascoltare la maggior parte degli interpreti del passato. Inoltre non possono essere sottovalutate le richieste che provengono dai giovani ascoltatori poiché uno dei problemi del teatro d'opera è quello di vedere "aggiornate" e "rinverdite" anagraficamente le fila del nostro pubblico; quando cantiamo in altri Paesi, constatiamo una presenza di giovani assolutamente superiore alla nostra, soprattutto in Estremo Oriente.
Mi pare di capire che consideri il trasmettere le tue conoscenze alle giovani generazioni di cantanti una sorta di dovere morale.
Sono convinto che l'artista di oggi dovrebbe avere cura di ritagliarsi un piccolo spazio nell'arco del suo anno lavorativo, in un angolo del suo calendario di impegni che debba riservare all'attività didattica: ovviamente quando avesse capacità comunicativa adeguata. In occasione di master class che qualche volta ho avuto il piacere di tenere in Italia ed all'estero, ho rilevato sempre un interesse da parte dei giovani colleghi di apprendere i “segreti” del mestiere anche se comunicati da noi che siamo nel pieno dell'attività.
Ritengo molto importante ciò perché al di là del proliferare, a volte anche in modo insensato, di tante accademie che dovrebbero farsi carico di una formazione professionale giovanile adeguata, penso ci sia bisogno che noi per primi, una volta scesi dalle tavole del palco, si dia la nostra disponibilità a ridurre quell'anacronisticogap che c'è tra noi artisti esperti ed i nostri più giovani colleghi. Essi non hanno avuto, come noi, la fortuna di stare a contatto, visivo e non, con i grandi artisti d'opera del passato ed allora credo che trasmettere ciò che i nostri Maestri ci hanno insegnato sia doveroso ed anche gratificante. Bruscantini si raccomandava sempre in tal senso.
Anche la situazione drammatica in cui versano le nostre Fondazioni e Teatri deve indurci a riflettere. La riduzione drastica dei titoli in cartellone o la chiusura di manifestazioni che potevano costituire una sorta di palestra per le nuove generazioni, connessa alla discutibile qualità di Scuole di Belcanto, di cui una volta andavamo fieri, impone uno sforzo di solidarietà maggiore di prima, affinché tanti insegnamenti non vadano perduti.
Il teatro d’opera è cambiato negli anni, soprattutto per quanto riguarda gli allestimenti e le regie. Come vivi questa “modernizzazione” dell’opera?
Ogni impostazione, classica, moderna o d’avanguardia che sia, può essere valida o no, a seconda che rispetti ciò che la musica ed il teatro in essa contenuto descriva.
Ultima domanda. Quali sono i tuoi prossimi impegni?
Prossimamente sarò a Barcellona per Linda di Chamounix ed Adriana Lecouvreur, a Firenze per Barbiere e Viaggio a Reims, a Bilbao per Elisir d'amore e a Verona per Iris.
Grazie mille Bruno per la tua disponibilità e per la quantità di spunti riflessione che ci hai offerto.
Grazie a voi e un saluto ai lettori di OperaClick.
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La Cenerentola - Festival Mozart - La Coruna 2005 |
Matilde di Shabran - Rossini Opera Festival 2004 Isidoro: Bruno de Simone Direttore: Riccardo Frizza |
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Alessandro Cammarano