ACCESSO ABBONATI


Intervista al Maestro Bruno Bartoletti

La recensione di OperaClick

 Bruno Bartoletti




















































































































Il maestro Bartoletti ci ha concesso un’intervista: domenica 25, subito dopo la recita, ci aspetta in camerino.

Bussiamo alla porta e questo signore, dall’aspetto gentile e che ha appena finito di dirigere due ore e mezzo di musica, ci chiede: "per favore, potete aspettare dieci minuti che io mi cambi?".

Riappare in borghese e fa gli onori di casa, tenendoci aperta la porta per entrare.

Ci presentiamo, spieghiamo che cosa sia Operaclick e lui, in modo già confidenziale, ci dice "scusate, ma io di internet non ne capisco nulla…"  ma quando diciamo che il nostro giornale ha 60.000 accesso unici mensili  - e intanto ci ascolta con curiosità e interesse, seduto mollemente sul divano in pelle e con le gambe accavallate – esce con un’esclamazione toscana e il discorso scivola sulla toscanità di Marilisa e le ascendenze toscane di Davide,  su comuni conoscenze, sul pesce buono e dove lo si può mangiare. La sua inflessione diventa sempre più fiorentina, con le dolci "C" un po’ aspirate, e chiacchierando e  parlando di arte, dei macchiaioli (... chissà se Mascagni si sarà ispirato a loro...?) ecco, quasi inaspettato l’aggancio per iniziare la nostra intervista vera e propria:

Bartoletti: "... ero ad Ancona per il Pirata e c’era una bellissima mostra su Lorenzo Viani..."

Operaclick:  "Maestro, lo sappiamo: c’eravamo anche noi ! "

"Oh davvero?!  Dirigevo io!" e sorride come un bambino


A proposito del Pirata: in questo momento ci è sembrata un’avventura extraconiugale, tutto il repertorio verista e ora il belcanto…

Amo il repertorio verista, ho fatto diverse opere, potrei citare la "Cena delle beffe" di Giordano fatta a Bologna, lo Chénier.  Ma il mio grande amore è Puccini – la voce del maestro si fa intensa - e il melodramma 900, Schoenberg, Kurt Weil, Hindemith, Britten. Però, vedete, queste divagazioni nel belcanto hanno sempre un valore purificatorio, è un reincontrare il canto puro. Il Pirata ha pagine bellissime: l’ouverture, il grande coro della tempesta è il coro del grande Bellini successivo e nella prima aria del soprano si sente in nuce quello che sarà il Bellini dei Puritani, l’ultima aria con cabaletta ha delle invenzioni drammatiche e melodiche che arriveranno nel melodramma italiano.


Vorremmo riportarla con il ricordo agli anni dei studi, nella Firenze dell’immediato dopoguerra, Dallapiccola diceva che Firenze era uno dei centri musicali più importanti del mondo…

...Non so se era uno dei più importanti del mondo, ma certo importante! Io ho iniziato a studiare al conservatorio di Firenze prima della guerra. Nel 1941, non ancora diplomato, vinsi un’audizione come secondo flauto dell’orchestra e feci il mio primo concerto: per me fu la rivelazione di un mondo straordinario... con l’Orchestra del Conservatorio eravamo al Teatro Verdi e come solista... meraviglioso!... c’era un giovane al piano - ci guarda, sorride con gli occhi e pregusta il nostro stupore - e era Arturo Benedetti Michelangeli! Con il concerto in La minore di Schumann... ebbi allora l’idea di cosa fosse il teatro e la musica moderna. Poi, dopo una successiva audizione, eseguii al Comunale il primo concerto di Petrassi - è divertito, è seduto rilassato e gli piace raccontare... e ci furono grandi mormorii di scontento in sala, cominciarono a ridere e a fischiare... Il primo flautista, uomo esperto, mi disse: "Te un ti preoccupare che tanto qui fischiano sempre quando si fa musica moderna"- in questa frase viene fuori l’accento fiorentino e  ci accorgiamo che ama raccontare come se fosse una fiaba, per stupirci, cambiando le intonazioni della voce, imitando i dialetti - io ho studiato anche con Dallapiccola... e sapete?... Dallapiccola fu presente giovanissimo... quasi un bambino, alla prima del Pierrot Lunaire di Schoenberg! Alla Sala Bianca di Palazzo Pitti... e chi c’era a sentire? C’era Giacomo Puccini! – e pare un nonno che racconta e cerca di coinvolgerci nei ricordi con il tono della voce - che veniva da Viareggio in macchina per sentire, perché Puccini, al contrario di Mascagni, era un uomo curiosissimo, curioso di quello che succedeva nella musica nel mondo, era straordinariamente curioso... conosceva Debussy... tutte le novità musicali... e sia chiaro: Puccini non ha copiato nulla ma viveva in quella atmosfera e tutto quello che assimilava diventava "musica di Giacomo Puccini"!


- ha divagato, il maestro, parlando di Puccini, si capisce che lo ama davvero tanto, ma riprende subito il filo del discorso da dove lo aveva lasciato -


Dallapiccola cominciò con l’insegnare le materie più basse:  pianoforte complementare, pensate un po’, ma poi il Ministro della Cultura Bottai lo promosse, per meriti acquisiti, alla cattedra di Alta Composizione, cui però rinunciò a causa delle leggi razziali perché la moglie era ebrea... Lui sarebbe anche tornato a insegnare pianoforte complementare, ma alla fine venne inventata per lui la cattedra di Strumentazione e Orchestrazione, e io ebbi la fortuna di studiare con lui, proprio in questa materia, al Conservatorio Cherubini di Firenze. Ho diretto molte sue opere, tra cui, ad esempio, il "Prigioniero", a Firenze. E’un’opera che ho visto nascere a casa sua, sulla Via Romana, vicino all’ingresso del giardino dei Boboli e quindi, capite, sono molto legato a questi personaggi, Dallapiccola, Frazzi...


E le grandi voci di quegli anni?

... ma sapete: le grandi voci le ricordo poco perché frequentavo di più i musicisti e gli strumentisti che i cantanti. Poi ho avuto modo di dirigere grandissimi cantanti, eh si... Per un certo periodo poi sono stato insegnante in una scuola straordinaria che era il centro d’Avviamento al Teatro Lirico...


... Ecco, avevo appunto una domanda riguardo a questo...
gli dice Davide, e lui:

Vede?! Io anticipo le sue domande! – ride di gusto.


Si parla appunto del centro d’Avviamento al Teatro Lirico questa scuola straordinaria... 

... straordinaria... si straordinaria...


... da cui sono usciti grandissimi cantanti, la Barbieri, Tagliavini…

... e Bechi! E questa è la prima generazione! E dopo ci fu una seconda generazione di splendidi cantanti, di estremo livello!  Penso, ancora nella prima generazione, a Onelia Fineschi, che sfortunatamente non mandò avanti una carriera che si annunciava meravigliosa. La seconda mandata, con Rolando Panerai, Paolo Washington, e nessuno lo sa-  sussurra come per confidarci un segreto -  Franco Corelli, che studiò al centro per due anni...

...condividendo l’appartamento con Ettore Bastianini...

Ah... Bastianini - sorride, quasi commosso - certo... - e diventa, improvvisamente , attento per dirci -... che però studiava come basso! Mi ricordo la sua audizione, ero in commissione ed era composta da musicisti e cantanti affermati e tra questi c’era un basso profondo, grave... grave... specializzato in opere di Mascagni: Ferroni, che disse: "Questo è un baritono, non un basso, io posso dirlo perché io ho la voce di basso" - ridiamo a sentirgli imitare la voce di un basso - e a Bastianini, che non riusciva a sviluppare una carriera importante nella corda del basso, vennero riferite le parole di Ferroni, e andò a trovarlo: "Giovanotto -gli disse Ferroni - smetti di cantare per un anno e studia da baritono... e vedrai!!" – e di nuovo imita la vociona - Lui accettò e poi il resto lo conosciamo, diventò Ettore Bastianini...


Maestro, vede questo giovane - Marilisa lo dice indicando Davide - è un grandissimo esperto su Ettore Bastianini. E Davide: E’ il cantante che amo di più …

Lei ha buon gusto!  Io con Ettore oltretutto ero molto amico, eravamo più o meno coetanei. Aveva un carattere chiuso in apparenza, ma aveva bisogno di avere amici e quando li trovava era molto aperto, molto aperto... Il suo migliore amico a Firenze era un calzolaio, Meo, che aveva bottega vicino al Teatro Comunale, a Porta a Prato e lo veniva sempre a sentire, e Bastianini ricambiò la sua ammirazione con una sincera amicizia. Quando io debuttai a Chicago nel 1956…


...sostituendo Serafin, malato…
Sì, oh bravi, sostituendo Serafin – ridacchia compiaciuto e birichino aggiungendo -... beh, avevano suggerito di pigliare un giovane... Insomma, si faceva il Trovatore e cantavano Gertudre Ribla, Jussi Bjoerling, Claramae Turner  e Bastianini... e Ettore fu straordinario, straordinario... ma sapete che Ettore e io andavamo in America insieme?... ma su due aerei di compagnie diverse, e poi ci s’incontrava sempre in Irlanda, a Shannon per l’ultimo scalo dove gli aerei si rifornivano di benzina per la traversata atlantica, vedete, quanti ricordi... Oh! Lui era appassionatissimo del Palio! E non firmava mai contratti che prevedessero impegni durante il periodo del Palio!... era capitano della sua Contrada quanti ricordi... 


Ma lei, di che millesimo è?

Del ’26! - dice con baldanza e una punta di civetteria.

E quest’anno ha festeggiato i 50 anni con il teatro dell’Opera di Chicago…

…e proprio con il Trovatore, che hanno messo a punto per me ! Una bella compagnia, con Dolora Zajick e questo giovane tenore italiano, Fraccaro, bravissimo! Io pensavo di fare Trovatore senza tagli, sicché questo ragazzo ha dovuto cantare due volte la pira: la prima come scritta, la seconda con i Do acuti d’ordinanza - accenna a cantare - "o tecooo...".  E negli anni ’60 poi l’avevo già fatto con Corelli e la Cossotto, sempre a Chicago …e che differenze trova nel dirigere in America e nei Teatri italiani ? Beh, io rimango sempre lo stesso ! Ogni teatro ha la sua storia.

Ma forse, un tempo,  voi direttori d’orchestra avevate più tempo per preparare gli spettacoli? Ora i tempi per le prove si sono accorciati ?

Mah, non è detto! A Chicago si prova molto, e anche qui a Genova abbiamo tre settimane come sempre. A Chicago poi, sapete, per il Trovatore abbiamo avuto un allestimento molto bello, di McVicar, che mi ha riempito di gioia perché ha sfruttato al massimo i ritrovati della tecnica. Come voi sapete, Trovatore sono sì 4 atti, ma divisi ciascuno in due quadri, il ché comporta molti cambi di scena. A Chicago in media il cambio di scena avveniva in 6/7 secondi, e quello più lungo, tra settimo e ottavo quadro, in 32 secondi - ci guarda attento, come per volerci trasmettere il suo ammirato stupore per la tecnologia - e si prevedeva così un solo intervallo, tra secondo e terzo atto, e NON  s’interrompeva mai la tensione drammatica... e la tensione, ricordate, è molto importante! Ricordo la bellissima regia, curata da Chéreau, del  Wozzeck  dato al Théâtre du Châtelet qualche anno fa, dirigeva Baremboim,  Wozzeck dura un ora e trentacinque, quanto Salomé, e gli atti, piuttosto brevi, erano stati presentati senza soluzione di continuità.


Ma i cantanti sono contenti di questo ?

Beh, i cantanti non protestano. Ma i cantanti sono anche cambiati, sa? Poi si dice che una volta i cantanti erano più bravi, ma io credo che ogni epoca abbia i suoi pregi... mettendo da parte i fenomeni. E obbiettivamente oggi sono più preparati dal punto di vista musicale e, soprattutto, oggi hanno capito che l’opera non è esclusivamente canto, ma anche teatro. Oggi è cambiato l’immaginario, si va al cinema, si guarda la televisione, e quindi il pubblico chiede che il cantante sia anche attore.


E lei vede in maniera positiva questa direzione ?

Sicuramente! Basta che non si stravolga il senso dell’opera. Io amo i registi: ho lavorato con De Filippo, Squarzina, Strehler... Ma non lavorerei mai con quelli che distruggono l’opera, forzandone i contenuti per far passare un messaggio che non c’è. Tanto vale scrivere un’opera nuova... Ma chiacchiero troppo?

... no maestro, non chiacchera troppo ed è bellissimo chiacchierare con lei e la prossima volta chiacchiereremo a lungo, magari al ristorante! La parola "ristorante" gli fa dimenticare l’orario e parliamo di buoni cibi e di buoni ristoranti nella sua toscana, promettendoci futuri pranzi  ma siamo noi stessi a riprendere il filo delle domande.

Lei ha lodato le ricerche di Philipp Gossett applicate alle opere di Rossini, per quanto concerne la prassi. Si può parlare di una prassi "verista" da applicare alle opere del periodo di Mascagni e Leoncavallo ?

Mi avete sentito prima, no? Io non faccio altro che eseguire ciò che è scritto nello spartito. I compositori come Mascagni scrivevano molto di più!... Ma anche molti direttori hanno travisato e a un certo punto il verismo è diventato un bercio: invece bisogna rispettare le note. Ci vuole una ripulitura, che non significa un essiccare l’esecuzione dagli aspetti tradizionali, come il La bemolle alla fine del Prologo. Esulando dal repertorio verista, e tornando al Trovatore: i sovrintendenti dei teatri cercano un Manrico che abbia il Do per coronare la Pira, quando, invece, la parte è scritta per un tenore che abbia dei centri solidi. Nei passi principali non ci sono grandi acuti. Gossett diceva: se trovi un tenore che sappia cantare bene "Deserto sulla terra", "Mal reggendo" e "Ah si ben mio", e in più, ti fa il Do, benissimo... Male invece è quando il tenore canta il Do e fa male tutto il resto...


A proposito di Cavalleria e Pagliacci, è nata l’abitudine di slegare il dittico e di presentare l’uno o l’altro abbinati ad un atto unico moderno o contemporaneo...

... Sì, è un’operazione che condivido e ho già esperimentato a Livorno nel 1990, quando assieme a Cavalleria portai in prima mondiale la Lupa di Tutino – e lo dice con orgoglio -  L’accoppiata Cavalleria e Pagliacci, lo sapete bene, non è nata come tale.


Potrebbe questa soluzione essere un richiamo del pubblico verso le opere contemporanee.

Intanto ci dobbiamo mettere d’accordo sul concetto di "opera contemporanea"... Ad esempio a Torino danno Cavalleria con l’Oedipus Rex di Stravinskij, e sempre a Torino anni fa l’abbinarono all’Edipo Re di Leoncavallo. Parlando, invece, di Prokofiev, una delle sue opere più famose, "L’amore delle Tre Melarance"debuttò a Chicago in uno dei tanti bellissimi auditorium della città, con la direzione di Cleofonte Campanini, la cui carriera fu avversata, alla Scala, da Toscanini perché era parmigiano... oh, ragazzi, chiacchiero troppo: è tardi davvero...


Con la rievocazione di Chicago e della chance data a Prokofiev si chiude l’intervista... Si era partiti da Firenze, dal suo amore per la musica moderna. E il punto d’arrivo non cambia, a ben vedere: sempre di musica moderna si parla, e di un’altra città così importante per lui.

"Ovvia finiamo qui, che ho un altro appuntamento" il  Maestro si alza con energia dal divano, e mentre indossa cappotto e cappello ci chiede, come un professore per vedere se "la sappiamo"... "Ma io ho fatto un debutto importante l’anno scorso a Parma...". Purtroppo non ci sovviene... "Un compositore non italiano... " ci suggerisce sornione. Niente da fare... dobbiamo passare. "Il Giro di Vite di Britten!", e di nuovo quello sguardo tra il compiaciuto e il curioso...  Marilisa chiede "Ma Lei Maestro ha ancora voglia di dirigere?". 

E senza pensarci un attimo risponde: "Eh diamine, cosa ci farei ancora qua!".


Davide Gambino

Marilisa Lazzari

Genova 25 febbraio 2007

 

 

 

© OperaClick Tutti i diritti riservati. È vietato l'utilizzo anche parziale di qualsiasi pagina di questo sito senza autorizzazione

Autorizzazione del tribunale di Milano n° 696 dell’8 ottobre 2004 - P. Iva: 04237170966