Riccardo Chailly, Beethoven 2 e 3, Filarmonica della Scala

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daphnis
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Riccardo Chailly, Beethoven 2 e 3, Filarmonica della Scala

Messaggio da daphnis » 05 nov 2019 12:54

15 secondi di fiacchi applausi, nel gelo mortale della sala, hanno salutato una imbarazzante lettura della Sinfonia nr 2.
Detto questo divido in due il mio resoconto.
a) l’orchestra
b) il direttore

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a) La Filarmonica si è presentata in buon assetto, ha sicuramente ben preparato questo suo concerto inaugurale, e ha offerto in entrambe le sinfonie una prova compatta, stavolta sicura in ogni settore. Siamo contenti di poter dire che l’annoso problema della squadra-corni , dall’arrivo dell’ottimo Monte De Fez ad un riassetto della squadra, ha quasi trovato soluzione. Manca sempre, a questa orchestra, ciò che per natura e nonostante sia stata fondata da uno che faceva del dialogo uno stile esecutivo, non ha mai avuto: il senso di ascolto reciproco che costruisce la grande orchestra internazionale. In Italia lo posseggono Santa Cecilia, il Maggio e ora ad alto livello la nuova Fil. La Filarmonica della Scala non è del livello delle tre nominate, intesa come complesso, pur avendo diverse prime parti e solisti eccezionali. Ma non ha, non ha mai avuto, l’aplomb di una vera grande orchestra sinfonica di livello internazionale. Ciò detto, questo concerto, esecutivamente, è stato piuttosto valido

b) Riccardo Chailly lo ha preparato con il puntiglio e lo studio che sappiamo ma, come al solito, c’è in questo direttore uno scarto netto fra l’erudizione e la (non ) capacità di tradurla in esecuzioni vive, emozionanti, tali per cui chi entri in sala ne esca con qualcosa di nuovo e di unico nell’anima. Questo aspetto d’interpretazione e restituzione al pubblico della musica è precluso, in maniera quasi totale, all’attuale Riccardo Chailly, un direttore giunto al ruolo di stabile alla Scala troppo tardi, perché, si, maturo nelle conoscenze ma avvizzito e invecchiato nella capacità di fare, delle conoscenze, vita. Musicale, interpretativa, comunicativa. Si ascoltano eruditi trattati in musica in cui l’anima è la grande assente. All’atto della lettura-esecuzione della Sinfonia nr 2, è stato come se, nella sala, si fosse manifestato un iceberg raggelante. Il famoso, sbandierato metronomo di Beethoven, che Chailly dichiara come fosse una sua scoperta (peccato che nel frattempo siano vissuti Harnoncourt, Claudio Abbado, Paavo Jarvi cui si deve una memorabile integrale delle Nove di Beethoven su metronomi sicuramente filologici), si traduce in una sorta di rigida velocità inerte. Harnoncourt, Abbado, Jarvi hanno fatto di Beethoven poesia, partendo dallo studio. Chailly si ferma allo studio. Ne risulta una Seconda rapidina, sì, ma poi neanche tanto, nella quale i movimenti sembrano tutti uno solo: allegretto, poi allegretto, poi allegretto, poi ancora allegretto con un po’ di accelerazione. Le dinamiche sono piatte, i colori due: bianco e nero. L’espressività glaclale. Paradossalmente, l’esattezza esecutiva dell’orchestra la rende ancor più tale. E’ una Seconda che non dice nulla, e come tale è stata giustamente accolta dal pubblico.
Aggiungo un dato gestuale fisico che da tempo non mi spiego. A lunghi tratti di musica, Chailly “impone” un dondolamento sulle ginocchia, sul podio, che (mi chiedo se se ne accorgano, lui o gli orchestrali) dà vita a un dondolamento a ritmo uniforme delle frasi musicali. Il che ingenera monotonia.
Non sono stato l’unico a notarlo, da qualche tempo accadeva di meno, in questo concerto il “poin poin” delle ginocchia e della musica è tornato, abbondante. Ma, è proprio necessario?

Molto migliore, indubbiamente, e molto meglio accolta, giustamente, l’esecuzione dell’Eroica. Lo stile di lettura, tuttavia, incorre in una menda propria di alcuni direttori italiani, allorchè affrontino la, forse, sinfonia capolavoro assoluto fra le Nove. Ovvero: gonfiarla di retorica negli spessori e nella resa espressiva. Proprio in questi giorni, prima alla Verdi, poi soprattutto al Conservatorio nella favolosa lettura del grande Jordi Savall abbiamo ascoltato l’Eroica come slancio leggero, dionisiaco. In Chailly, il passo è elefantiaco e, nel finale – ahimè - retorico. In tal senso, era risultato molto più stimolante lo “scultoreo” Barenboim. Qui vorremmo sapere che fine abbia fatto lo sbandierato metronomo beethoveniano a fronte di una Marcia Funebre slentata fino all’impossibile, e anche questa affetta dal dondolio ginocchiesco sul podio (è stato senz'altro carino, peraltro, estrarre dal tessuto orchestrale l'inciso iniziale della Quinta sinfonia, ma resta allo stadio dell'erudizione), e gonfia, tronfia. Plaudiamo ai corni nel trio dello Scherzo, ma nella perorazione del finale il braccio pesante del direttore li ha fatti sforare, in suono (come spesso accade in Chailly) prossimo al boato. Soprattutto, questa Eroica rigonfia e retorica è stilisticamente vecchia. Di un vecchiume che non è parentela con grandi modelli del passato. Perché i grandi modelli del passato sono decisamente superiori all’attuale lettura di Chailly. Alla fine, è un’Eroica fra le tante, dalla quale si esce privi di una luce, di uno svelamento, di un arricchimento rispetto al già noto. E dare e ricevere musica a questa stregua, è l’esatto contrario di ciò per cui frequentiamo i teatri e le sale da concerto. Questo è il problema di fondo delle esecuzioni di Riccardo Chailly, e in senso più lato del Teatro Alla Scala nell’attuale direzione musicale.


marco vizzardelli



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