Gatti alla Scala - Mozart, Shostakovich

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marco_
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Gatti alla Scala - Mozart, Shostakovich

Messaggio da marco_ » 13 mag 2019 22:08

Stasera avevo aspettative alte, non è stato un brutto concerto ma nemmeno entusiasmante. Il demerito è principalmente dell’orchestra, a cui Gatti chiede -implora verso gli ottoni e gli archi gravi- precisione e sensibilità che non sembrano aver voglia di tentare. Danno l’idea affrettare e canticchiare tutto, gigioneggiando nei forte: sono mancate loro la compostezza e la grazia per far musica ad alto livello.

Gatti ha impresso una lettura protoromantica alla sinfonia 29 di Mozart, con un’attenzione nota per nota nei primi tre movimenti. Approccio senz’altro tedesco, ma non scivola nella monotonia di eccessive quadrature.

La Quinta di Shostakovich è stata basata sulla ricerca di fluidità e grandi trasparenze. Con l’eccezione del fortissimo degli archi nel terzo movimento e del finale sostenuto, evita sforzando ed evidenti caratterizzazioni di accenti ed espressione. Preferisce dosare la tensione col gioco delle dinamiche. Emerge così la componente intima e riflessiva del brano, intriso di umanità consapevole. Emblematico il Largo, che in questo contesto trasmette un senso di accettazione serena.

Durante il primo movimento Gatti urta la bacchetta con la mano sinistra e la spezza, proseguendo a mani nude. Prima dell’Allegretto si scusa ed esce per prenderne un’altra. L’episodio mi ha consentito di apprezzarne la tecnica raffinata: con la sua bacchetta ordinaria a impugnatura sferica imprime sottili rotazioni che indagano e sfumano la musica, indicazioni attenuate sia senza bacchetta (dove improvvisa una destra alla Boulez) che con la bacchetta di fortuna a impugnatura ‘verticale’ (che rende più secchi i movimenti).

Buon successo al termine, col pubblico che già si era fatto sentire con un campionario completo di tosse e starnuti.



violamargherita
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Re: Gatti alla Scala - Mozart, Shostakovich

Messaggio da violamargherita » 14 mag 2019 00:31

Difficilmente mi è capitato di sentire due parti di concerto dagli approcci così differenti.
Un Mozart tutto giocato sulla grazia, sulla serenità, dove il secondo movimento assomiglia dappresso a un’episodio arcadico (e chi ci sente echi monteverdiani a mio parere non sbaglia), il terzo ha tratti quasi parodistici, il quarto è allegro in ogni senso. Bello - e così poco frequente - vedere gli strumentisti scaligeri sorridere e palesemente divertirsi.
In Šostakovič la differenza di qualità tra il sommo direttore vivente e un’orchestra che vive un momento di orrenda crisi ha reso impossibile godersi il primo movimento. Gatti (al di là dell’infortunio dello spezzarsi della bacchetta) le tenta tutte per evitare la classica saturazione chaillyana del suono, ma i suonatori proprio non riescono a uscire dalla loro gabbia. È stato certamente il punto meno felice della serata. A partire dal secondo movimento, l’intesa tra le parti è cresciuta e abbiamo avuto un Quinta ottimamente suonata, con fiati e percussioni particolarmente in spolvero. Quel che più mi ha colpito, però è stato il totale cambio di paradigma che Gatti ha impresso al brano: il quarto movimento non appare più come il trionfo risolutore e consolatorio, ma acquisisce tutta la violenza di un’ombra di morte che asfalta ogni speranza. Strepitosa intuizione, benissimo realizzata.
Consuete ovazioni finali.
Da parte mia ribadisco la fortuna che abbiamo noi appassionati di opera e musica classica: poter arrivare a ottantaquattro anni e scoprire che una sinfonia che si credeva di conoscere e dominare intellettualmente invece aveva una ipotesi di interpretazione che nemmeno si immaginava. Diciamocelo, amici: quali altre forme dell’arte umana sono in grado di regalarci novità tanto continue e illuminanti?

daphnis
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Re: Gatti alla Scala - Mozart, Shostakovich

Messaggio da daphnis » 14 mag 2019 00:34

Stavolta sono parecchio distante dalle valutazioni anche interpretative descritte dall'amico Marco su un concerto a mio avviso straordinario, mentre sono più vicino a viola, ma sto cascando dal sonno, ho cenato con amici fino a tardi dopo Scala e per ora vado a nanna. A domani


marco vizzardelli

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Ruan Ji
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Re: Gatti alla Scala - Mozart, Shostakovich

Messaggio da Ruan Ji » 14 mag 2019 08:44

In tutta sincerità ho parecchio faticato con il Mozart, non tanto per la lettura, ricchissima in dettagli E in sfumature spesso, per me, inedite, quanto per i tempi assai lenti e soprattutto per un’orchestra che non mi è sembrata assolutamente a proprio agio con il pulsare mozartiano della musica, poco brio, poche vibrazioni, pochi legato.
Sconvolgente ho trovato invece la seconda parte del concerto, una lettura della sinfonia senza illusioni ma anche senza rimpianti, il dipanarsi di uno splendido film soffuso e intimo quasi fosse un quartetto, anche nei controllatissimi fortissimo. Piuttosto indisciplinati molti elementi della seconda galleria che sono riusciti a compromettere parte della magia della serata, peccato, trovo ormai pubblici più rispettosi a Shanghai. Reduce dalla splendida tre giorni alpina e ancora con il fuoco delle marce nelle gambe, non sono riuscito a sedermi per l’intera sinfonia :)
Is music such a serious business? I always thought it was meant to make people happy.

daphnis
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Re: Gatti alla Scala - Mozart, Shostakovich

Messaggio da daphnis » 15 mag 2019 02:38

Siccome non saprei far meglio, mi permetto di trascrivere qui quanto l'amico Massimiliano Vono ha scritto, su altro forum, su questo concerto di Daniele Gatti e Filarmonica della Scala.
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Il pregio principale dei concerti di Daniele Gatti è che si esce sempre un po’ diversi da come si è entrati in sala. Non è mai scontato, e si è sicuri che in qualche modo si verrà sorpresi. Le sue letture sono sempre originali, ma sempre “dentro” la partitura, scoprendo in essa situazioni, equilibri e talvolta, come in questo caso, che poi diremo, evidenze da far pensare all’ascoltatore le famose parole di Beethoven sullo spartito dell’ op. 135: “Muss es sein? Es muss sein!”.
Un’altra caratteristica di Gatti, che lo differenzia sostanzialmente da tutti gli altri musicisti, è che spesso interpreta lo stesso autore in maniera differente, non solo con riguardo all’ambiente o allo strumento di cui in quel momento si avvantaggia (ad esempio la Mahler Chamber Orchestra rispetto, chessò, alla Filarmonica della Scala), ma anche rispetto al programma che in quel momento presenta.
E’ il caso, ad esempio, di questo Mozart, presentato ieri, molto differente da quello delle ultime sinfonie da lui presentate qualche anno fa a Firenze e nella provincia emiliana, oltre ad esserlo, naturalmente, rispetto alle remote performance con la “Stradivari” alla fine degli anni Ottanta dello scorso secolo. Allora era un Mozart esatto, teso, analitico, fermo, energico, virile, anche quello dalla scrittura più aggraziata delle “serenate” e dei “divertimenti”. Nel concerto di ieri veniva ricreato, al contrario, un Mozart raffinato, serico, come sgorgante da una lontana fontana di luce persa nel fluttuare di un lontano ricordo. Le dinamiche erano ricchissime, ma tutte raccolte nell’ambiente sonoro del “piano”, l’articolazione della frase spumosa e leggera, il fraseggio terso e pieno di grazia. E’ vero che la K201 non è la k183 nè tanto meno la “Praga”, però non avevamo mai sentito da Gatti un approccio a Mozart così pulito ed etereo.
Probabilmente la vicinanza con questo Mozart ha fatto sì che il Shostakovich della Quinta Sinfonia apparisse non solo “classico”, ma anche profondamente europeo. La sinfonia op. 47 è sicuramente fra le quindici del compositore russo (sedici se ci aggiungiamo il capolavoro dell’opera 110 “da camera”, trascrizione dell’Ottavo Quartetto ad opera di Barshai, ma fatta propria dal compositore) quella che più aderisce alla struttura formale del genere sinfonico, unitamente alla Decima e probabilmente non è un caso che siano entrambe le sole che Gatti abitualmente dirige.
Il suo approccio è stato lontano, diremmo all’opposto, dello stilema russo, che vuole ruvidezza, taglienza,accentuazione di qualche carattere grottesco con legni sempre in primo piano e possibilmente dal colore livido, bensì molto pudico, intimo, sottilmente inquieto (i rintocchi dissonanti delle arpe nel primo tempo, leggerissimi e carichi di angoscia, la confessione tragica di quel soliloquio di anima persa che è stato il capolavoro del III tempo) che a noi ha ricordato un mondo misterioso e terribile, più suggerito che gridato, quale quello del Pelleas di Debussy.
La “vexata quaestio” a proposito dell’ottimismo del finale ormai non lo è da decenni. Tutti gli interpreti oramai sanno benissimo che si tratta di un “ottimismo finto”, supportato anche dalle parole di Shostakovich che, morto Stalin, ne rivelò il senso: “è come se ti costringessero ad essere felici bastonandoti”. Quindi il vero problema non è tanto chiudere o non chiudere la sinfonia con “ottimismo”. Nessuno lo fa più: da Mravinsky a Temirkanov, da Kondrashin a Chung a Mitropoulos. E’ piuttosto farlo “originalmente”: dare l’idea di un ottimismo finto, non di una tragedia. E qui, veramente, Gatti ha trovato l’uovo di Colombo, ovvero ha realizzato in maniera compiuta ciò che è effettivamente scritto da Shostakovich, come analogamente aveva proceduto con il Rigoletto di Verdi che tanto apparve nuovo perchè rispettosissimo di ogni indicazione del compositore. Cosa fa Gatti nelle ultime battute della sinfonia? Laddove tutti gli altri trattengono il tempo lui, alla cifra 138 della partitura dove tutto si risolve in re maggiore con il colpo di piatti ed il “la” ribattuto da tutti gli archi che supportano la fanfara degli ottoni intervallata dal “re-la” dei timpani in fortissimo lo riporta alla più veloce scansione originaria come da indicazione di Shostakovich e da lì non lo molla mai, giocando viceversa con una sonorità illividita e non trionfale. In questo modo, tenendo il tempo veloce, le ultimissime battute con l’intervento della grancassa vengono eseguite come è scritto, con la grancassa in unisono con i timpani dando l’idea di un precipitare, di un collasso. Vittoria collassata, decapitata. Ci siamo dilungati su questo passaggio perchè francamente è l’unica volta che abbiamo ascoltato la chiusa della sinfonia in questo modo e abbiamo voluto metterci il naso.


Massimiliano Vono

daphnis
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Re: Gatti alla Scala - Mozart, Shostakovich

Messaggio da daphnis » 15 mag 2019 02:43

E’ stato già detto tutto, non saprei dirlo meglio di quanto abbia fatto Massimiliano Vono, al cui commento, che ho trascritto qui sopra, mi associo.
Aggiungo solo che, se rivado indietro nel tempo, da quasi coetaneo che sono di Daniele Gatti (ho tre anni più di lui) avendolo ascoltato dall’inizio della carriera al Conservatorio di Milano quand’era ragazzo lui e io appena maggiore, posso dire che considero questi 35 anni di ascolto del suo “far musica” una delle migliori ragioni, per me, di stare al mondo. Quel modo di far musica e di porsi “nella” musica con tutta la propria umanità , (cuore mente, corpo, anima) fino a farla rivivere ogni volta come un nuovo viaggio dello spirito e con un senso unico di “verità”, mi ha riempito e mi riempie il cuore, la mente, l’anima, l’esistenza. Tutto questo si rinnova ad ogni ascolto. Questo chiedo alla musica, questo mi arriva da Daniele Gatti.

marco vizzardelli

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