Michele Campanella a Pisa

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mascherpa
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Michele Campanella a Pisa

Messaggio da mascherpa » 13 set 2018 11:35

Nell'ambito del benemerito festival pisano «Anima Mundi», la cui direzione artistica è stata assunta quest'anno da Daniel Harding dopo la splendida "era Gardiner", lunedí 10 sera Michele Campanella ha dato, con il titolo «Liszt a Pisa», un concerto nel Camposanto monumentale di Pisa.

Non sentivo dal vivo il pianista napoletano ormai da parecchi decenni, durante i quali s'è guadagnata la fama d'uno tra i maggiori interpreti lisztiani del nostro tempo. A Pisa m'hanno però sospinto soprattutto, insieme al piacere d'entrare in condizioni di luce insolite e con un affollamento molto ridotto in un hortus conclusus tra i piú belli che abbia mai visto, il desiderio e la curiosità di sentirlo sonare la Fantasia in do minore KV 475 di Mozart, un "pezzo da esame di quinto" che considero (in autorevole compagnia...) uno dei piú grandi capolavori di tutti i tempi.

Perché il titolo «Liszt a Pisa»? Recenti ricerche in loco, di prossima pubblicazione scientifica, hanno concluso che nel 1839 il pianista, già leggendario, abbia dato nella città toscana il primo concerto solistico pubblico con ingresso a pagamento della sua carriera. Se cosí davvero fu, si tratterebbe probabilmente anche d'una "primogenitura" assoluta nel settore, perché il termine di solito riferito come inaugurale di questo genere d'intrattenimeno (9 giugno 1840, Londra, a opera dello stesso Liszt) è posteriore d'un anno. Lo strumento utilizzato nell'occasione sarebbe stato, se si presta fede a un'iscrizione apposta all'interno della sua cassa, un Hammerflügel ("fortepiano") viennese di marca Graf, oggi di propietà privata a Pisa e utilizzato lunedí per la prima mezz'ora scarsa del programma, che dopo Mozart ha visto l'esecuzione dei primi tre Moments musicaux dall'Opus 94 (D 780) di Schubert. Lo strumento, dal quale Campanella è riuscito a trarre una gamma timbrica e dinamica quale solo grandi virtuosi possono ottenere con una meccanica cosí diversa da quelle attuali, ha retto abbastanza bene in Mozart, ma già dopo un quarto d'ora d'utilizzo l'accordatura manifestava sensibili cedimenti. Alla fine lo stesso pianista ha osservato che non gli riesce d'immaginare come potesse sonare sotto le mani d'un Liszt al culmine della sua forza fisica (verissimo, ma si potrebbe anche ricordare che la forma in cui sono giunte a noi e sono oggi eseguite quasi tutte le composizioni di Liszt è posteriore di non pochi anni, se non decenni, al 1839).

Quel Graf degli anni, diciamo, Ottocentotrenta s'è dimostrato, a mio parere, uno strumento ideale per Mozart: come sempre, i grandi autori scrivono per "macchine sonore" che non esistono ancora, immaginando una qualità di suono che solo in seguito sarà stata materialmente realizzabile. Nessuna meraviglia, quindi, che questo strumento, di circa un mezzo secolo posteriore alla composizione di KV 475, ne abbia consentito una fruizione (coadiuvata, ripeto, dall'altissima qualità del pianista, e anche dall'acustica piú che accettabile del luogo) ben migliore di quel che sono le mie esperienze d'ascolto, con diversi esecutori, del Walther (fine anni Settecentottanta) appartenuto a Mozart e poi a sui figlio Carlo, infine donato da questo alla città natale del padre, e anche degli strumenti costruiti a imitazione di esso: esperienze tutte riferibili a diversi luoghi salisburghesi, dal Wiener Saal al Großer Saal del Mozarteum, dal Tanzmeistersaal del Wohnungshaus di Makartplatz, alla Große Aula der Universittät.

Campanella ha dato di questo pezzo un'esecuzione che a mio gusto è stata ideale: sono convinto che le arditezze armoniche ne dovettero fare, per gli ascoltatori contemporanei, qualcosa di paragonabile ai primi pezzi pianistici di Boulez negli anni Novecentoquaranta... Campanella non ha "addolcito" nulla, e ha usato qualche minima attesa all'inizio delle battute nei passi "in sequenza cantabile" dell'Adagio introduttivo e della sua ripresa "ciclica" alla fine. Quando ha concluso ero semplicemente al settimo cielo.

(segue)


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Re: Michele Campanella a Pisa

Messaggio da mascherpa » 15 set 2018 19:09

Già durante l'applauso che ha accolto il pezzo di Mozart, Campanella s'è riseduto allo strumento e immediatamente dopo ha attaccato Schubert. Anche nei notissimi primi tre "Momenti musicali" (Moderato , Andantino e Allegro moderato, tutt'e tre in la bemolle maggiore) m'ha colpito la straordinaria abilità del pianista d'ottenere dal Graf quel che voleva in fatto di timbrica e gradazione dinamica. Più di tutto m'ha meravigliato la sua capacità di "cantare" anche avendo a disposizione una meccanica e una forza di risonanza ben diversa da quelle dei pianoforti moderni.

Scrivevo due giorni fa della mia convinzione, che spesso i grandi compositori abbiano "sentito" la musica per uno strumento che non esisteva ancora (e questo vale a maggior ragione per i compositori d'opera: lo dimostrano non solo le vocalità così innovative di Verdi e Puccini, ma anche quella, rimasta forse senza séguito e quindi dopo due secoli non ancora del tutto ben "digerita", di Beethoven).

Così, durante l'esecuzione di quel quarto d'ora scarso di Schubert, in cui è rimasta per me davvero indimenticabile la ripresa del motivo "dolce" verso la fine dell'Andantino, non potevo non pensare, diversamente da quel che m'era accaduto poco prima con Mozart, che la musica per pianoforte del compositore viennese sia stata in gran parte scritta per uno strumento "ideale", al tempo stesso più robusto e più morbido di quelli disponibili a lui stesso (e questo mi pare in linea anche anche con le sue drastiche critiche ai "virtuosi" del suo tempo). La mia considerazione, sia ben chiaro, non deve essere letta come un giudizio riduttivo dell'esecuzione di Campanella, che anzi ha fatto più dell'impossibile, però resto convinto che con Schubert the result of a desire to create an abstract universe in terms of ordered sound (questa la definizione di "musica" che mi pare migliore tra quante ne ho lette e sentite: la si deve a un tale Rollo H. Myers, 1939) richieda, non meno che con Beethoven, una realizzazione piuttosto diversa da quella che la tecnica costruttiva dei pianoforti poteva offrire ai suoi tempi.

Dopo, il pianista ha, come si dice, "giocato in casa", dimostrando il possesso congiunto della visione musicale d'insieme e quello, intatto e sbalorditivo, del virtuosismo trascendente richiesto da pezzi di Liszt come la Fantasia quasi sonata "dopo una lettura di Dante" e il Totentanz (ovviamente nella versione per pianoforte solo). Usava ora un grande Yamaha, casa della quale è «Artista ufficiale» (come, se non vado errato, lo fu nei suoi ultimi anni Svjatoslav Rihter). Lo strumento (come anche il Graf) era collocato sopra un podio alto a occhio un venticinque centimetri e collocato nell'angolo del Camposanto monumentale dominato da quel che resta del Trionfo della morte di Buffalmacco, uno degl'indiscussi e più emozionanti capolavori della pittura del Trecento. Le capriate in legno e l'alto zoccolo che regge le famose quadrifore del monumento pisano fanno sì che le condizioni acustiche dell'ascolto siano abbastanza buone (ero più o meno a metà del blocco di sedili disposti sul lato lungo verso l'ingresso principale del Camposanto), e non dubito che la meccanica Yamaha debba avere delle qualità particolari, se artisti così illustri hanno legato il proprio nome a questa Casa; eppure certe caratteristiche timbriche di questi strumenti continuano a non piacermi, indipendentemente dal luogo ove li ascolto.

Un intensissimo applauso ha accolto il pianista, che a un certo punto ha accennato di voler dire qualcosa: chiarito subito che non avrebbe fatto alcun bis ("voi capite, dopo un pezzo del genere..."), ha espresso, insieme alle considerazioni che ho già riferito l'altro giorno, la propria gioia per avere sonato in un luogo così suggestivo. Una vera festa della musica, nonostante si fosse in un cimitero: ma di quale sublime bellezza e serenità!
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