Mirella e Nicolai

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Patrizia
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Mirella e Nicolai

Messaggio da Patrizia » 03 giu 2004 08:47

Vorrei rileggere e condividere con voi questa intervista di Paolo Patrizi e Ennio Speranza, ad una bellissima coppia che il destino ha separato ieri.

Intervista a Mirella Freni e Nicolai Ghiaurov

Coppia d'assi
Incontro con Mirella Freni e Nicolai Ghiaurov

di Paolo Patrizi e Ennio Speranza


Nell'opera, si sa, il soprano ama il tenore: mezzosoprani, baritoni e bassi, il più delle volte, fanno da terzo incomodo. E' difficile che Elvira lasci Ernani per Silva (potrebbe essere una bella “pensata” per un regista trasgressivo) o che Margherita, magari dopo un Sabba scostumato, capisca quanto Mefistofele sia più interessante di Faust. Nella vita, però, Mirella Freni ha scelto Nicolai Ghiaurov. E viceversa, anche se, come si vede nel corso dell'intervista, non sono sicurissimi di pensarla allo stesso modo circa l'anno su cui hanno cominciato a fare coppia. Per una fortunata coincidenza, li abbiamo incontrati insieme tra una recita e l'altra di un Evgenij Onegin a Roma: vale a dire una delle poche opere in cui il soprano, alla fine, sposa il basso. Uno spettacolo, ricordiamolo, che fu accolto da un vero e proprio tripudio per questi due artisti, in carriera da oltre quaranta anni, per cui il tempo — hanno detto in molti — sembra essersi fermato. Ma la Freni e Ghiaurov non sembrano essere d'accordo. Non è il tempo a essersi fermato: sono loro ad averlo saputo gestire mentre passava._

A cosa dovete questa grande forma ancora oggi dopo una vita spesa sui palcoscenici d'opera?

MIRELLA FRENI: Probabilmente abbiamo avuto delle basi solide, siamo stati abituati a lavorare duramente. Ma forse questa parola è un po' forte; diciamo allora con abbiamo lavorato, io e Nicolai, con severità e disciplina, stando molto attenti alla tecnica. Forse al giorno d'oggi si vuole tutto troppo presto, sono cambiati i tempi.

Non è che oggi le giovani voci vengono spinte verso una superattività?

MIRELLA FRENI: Devo dire che questo sistema è sempre esistito: mi ricordo che, quando avevo neanche vent'anni, mi volevano scritturare per fare una tournée con la Butterfly. Io risposi assolutamente di no. Non ero mica matta, stavo venendo fuori proprio allora, stavo crescendo, figuriamoci se mi mettevo a fare la Butterfly…

Che poi lei non ha mai fatto in teatro…

MIRELLA FRENI: Mai! Solamente, anni fa, al Metropolitan ho cantato quel ruolo in una serata di gala. Mi ricordo, c'erano le scene e costumi: furono interpretati il secondo atto di Faust — c'era il povero Alfredo Kraus, Nicolai e io; poi la von Stade che ha fatto il Siebel per omaggiarci; quindi, la scena dello studio di Filippo dal Don Carlos e infine l'ultimo atto di Butterfly. Con me c'era Placido Domingo.

Quindi dall'Intermezzo in poi…

MIRELLA FRENI: Sì il terzo atto in scena. L'unica volta in scena. Il pubblico alla fine era tutto in piedi che gridava e allora, in quel momento, ho detto fra me e me che forse avrei potuto essere la Butterfly in teatro. Però, alla fin fine, non ho voluto farla. Mai. Avevo paura che l'emozione mi avrebbe fatto pagare un conto salato, forse troppo caro. Credo di aver avuto ragione. Non ho mai interpretato la Butterfly, la Tosca, ma tante altre cose…

Ruoli che ha rivestito solo in disco…

Sì.

Manon Lescaut però anche in teatro.

Sì, la Manon anche in teatro, ma si tratta di un ruolo un po' diverso…

I maestri di canto hanno, secondo lei, delle responsabilità in queste nuove voci che finiscono dopo pochi di anni?

Sa, purtroppo io non conosco i maestri di canto delle nuove generazioni. Bisogna poi vedere come studiano questi ragazzi, e se ascoltano, e se stanno attenti a quello che fanno o a come impostano la loro carriera.

In quel momento viene a raggiungerci Nicolai Ghiaurov che si scusa per il breve ritardo.

NICOLAI GHIAUROV: Scusatemi, siete stati puntualissimi e mentre scendevo mi hanno chiamato al telefono. L'altro ieri invece abbiamo aspettato un giornalista che…

Siamo romani che non hanno quest'abitudine romana del quarto d'ora.

MIRELLA FRENI: Lui mi chiama la tedesca (sorride divertita)… Se non si fa così non si crea niente, ci vuole la disciplina, il rispetto (ma detto con tono suadente), la puntualità…

Lei non è mai stata tentata dall'insegnamento?

MIRELLA FRENI: Ho fatto… (si rivolge a Nicolai Ghiaurov) abbiamo fatto qualche masterclass, l'anno scorso, all'Università di Bologna. Si voleva mettere in piedi una cattedra, chissà. Ho insegnato per un periodo a dei giovani e mi è piaciuto molto, ma la cosa bella è che loro si sono trovati molto bene, hanno avuto un miglioramento. Nicola è presente e lo può dire, lo hanno detto anche gli altri. Ci hanno chiesto di farne un altro in settembre, sempre a Bologna. Però sono tanto impegnata è non riuscirei in quest'attività come vorrei. Forse, una volta in pensione…

Non mettiamo limiti.

Non dico niente, ma sa… Loro mi aspettano, ma devo dire che in tutto il mondo mi chiedono corsi, solo che non ce la faccio.

Lei signora ha debuttato quarantasei anni fa

Il 3 di febbraio. Facevo Micaela in Carmen.

Dove?

Al _Teatro Comunale di Modena, nella mia città.

Giocava in casa…

Sì, furono molto carini, mi volevano bene.

Com'è cambiato il mondo dell'opera in questi quarantasei anni? Anche lei ha debuttato lo stesso anno, nel '55?

NICOLAI GHIAUROV: Pressappoco sì (sorride).

Dove?

A Sofia. Al Teatro dell'Opera. Facevo Basilio nel Barbiere.

Due ruoli che…

MIRELLA FRENI: Sì, ci hanno accompagnato nella vita.

Ecco, come è cambiato in quarantasei anni il vostro mondo?

NICOLAI GHIAUROV: Non ho frequentato con assiduità il mondo della lirica, mi ci sono un po' trovato, diciamo quasi per caso e ho seguito quel cambiamento mentre cantavo nei più grandi teatri del mondo. Per me, in fin dei conti non è cambiato moltissimo: grazie al cielo ho continuato a lavorare in belle produzioni, con grandi direttori d'orchestra, in situazioni assolutamente privilegiate. Ovviamente, siccome il mondo cambia, cambia anche il mondo dell'opera, non c'è dubbio, ma per me, ripeto, non è stato traumatico. Oggi i cambiamenti accadono con molta fretta, il tempo sembra andare sempre più veloce, in tutti i campi e specialmente nella tecnica. Il problema è che, per quanto ci riguarda, le corde vocali non seguono la tecnologia, il fisico dell'uomo non cambia e non può cambiare, per ora… il corpo umano è quello, il respiro è quello, le corde vocali sono quelle, il cervello è quello. Tutto è comandato dal sistema nervoso centrale.

La voce d'altronde è l'unico strumento che non si vede…

MIRELLA FRENI: È per questo che è così affascinante, perché c'è e non c'è. E ogni sera è, in fin dei conti, uno strumento diverso, basta poco perché ti abbandoni. Se un pianoforte non va bene, lo puoi cambiare, lo puoi accordare e così via. Per noi cantanti basta, che so, una digestione difficile e già cambiano le cose: il fiato non è lo stesso, la muscolatura del diaframma non è la stessa, e vai in scena con una serie di problemi che difficilmente puoi risolvere. Ma forse è bello anche per questo.

Voi avete lavorato con eccelsi direttori d'orchestra, di fatto maggiori degli ultimi quaranta anni. Però, vedendo come cambia il mondo dell'opera, non vi pare che i grandi direttori di una volta, diciamo sino a dieci, dieci quindici anni fa, fossero più collaborativi con i cantanti? Ovviamente a parità di grandezza…

MIRELLA FRENI: Forse un poco sì, è proprio come diceva prima mio marito: essendo cambiato tutto e andando tutto di fretta, non c'è più quella possibilità di lavorare profondamente, così come la voglia o la possibilità di aspettare un giovane, di costruire di aiutare. Si vuole tutto subito…

NICOLAI GHIAUROV: Sa, ci vuole un certo tempo necessario per lo sviluppo di uno strumento umano, che è sempre troppo lento rispetto a tutti i ritmi e ai tempi di programmazione odierni, frenetici, troppo frenetici.

MIRELLA FRENI: Poi non si riesce a capire che le cose nell'arte richiedono tempi giusti. Per esempio, la preparazione di un ruolo nuovo non si può improvvisare: lo puoi cantare, ma bisogna costruirlo, assorbirlo, maturarlo con dei colori, viverlo… Sì, anch'io quand'ero giovane imparavo un'opera intera a memoria in quattro giorni, ma la facevo come un pappagallo. Magari bene, ce l'avevo in gola, d'accordo, ma come puoi dopo far le pennellature che ti danno qualcosa di artistico?

Un cantante, in fin dei conti, è un attore che recita con le note.

MIRELLA FRENI: Certamente. Per questo è affascinante e bellissimo. Però è anche tremendamente difficile perché devi sempre star bene. Hai delle note che devi rispettare. Un attore — io adoro gli attori, mi piace tanto la prosa — dicevo, se un attore una sera si sente un po' così, fuori centro, non proprio al massimo, può calibrare il suo ruolo e la sua parte in maniera differente. Magari fa una pausa, accorpa delle parole… se è bravo, esperto e lo artisticamente, con perizia… nessuno se ne accorge, anzi può anche migliorare la situazione di partenza e il pubblico dirà: “ ah che bravo”. Mentre se noi cantanti facciamo una pausa di troppo o, per esempio, ci dimentichiamo la parte, l'orchestra continua a suonare. Insomma sono due cose diverse, ma il cantante è un attore che non può improvvisare praticamente nulla.

Chi era, di questi grandi direttori il preparatore più bravo? Non necessariamente il direttore più bravo, ma quello che preparava meglio, più a fondo…

MIRELLA FRENI: Questo dipende anche dai maestri che hai, perché quando cominci a preparare un'opera, lo fai col tuo maestro, del quale ti fidi e col quale hai studiato. Poi è naturale che quando si arriva in teatro si cominci a lavorare con il regista e con il direttore e il ruolo viene modellato secondo indicazioni magari diverse che però spesso si sovrappongono al tuo lavoro personale. È un processo di grande integrazione, alle volte riesce, alle volte meno. Spesso un bravo regista ti può far riflettere su cose alle quali, durante la preparazione, non avevi pensato . Quindi, se invece si collabora bene, certe sfumature vengono conservate. Io mi sono sempre fatta trovare pronta ai suggerimenti altrui. Non saprei dirle chi fosse il più bravo…

Voi avete lavorato con Giulini, con Karajan…

MIRELLA FRENI: … con Kleiber, con Abbado Muti, Ozawa, Levine, Pretre e tanti altri. Devo dire che Karajan si fidava molto del maestro Tonini, che era un preparatore della Scala. Era bravissimo, ai suoi tempi fu anche il preparatore della Callas. Quando hai una persona così , ci si può forse fidare. Anche se poi, quando arrivava lui, diciamo che metteva tutti sugli attenti. Mentre invece, che so, Abbado o Kleiber lavoravano sempre personalmente, non volevano mai filtri… è vero? NICOLAI GHIAUROV: Con loro abbiamo sempre lavorato direttamente, anche con Levine e Ozawa… Era solo Karajan che aveva un preparatore come Tonini. Naturalmente discutevano prima delle prove l'impostazione: forse si affidava a Tonini perché era molto impegnato, e facendo tante cose non aveva il tempo sufficiente. Quando si arrivava alle prove, i cantanti erano, grazie a Tonini, già sulla sua linea, sulla strada da lui desiderata. Naturalmente si limavano certe asprezze, si ripuliva tutto il lavoro svolto. Le prove servono a questo… Con Karajan abbiamo sempre lavorato molto bene.

Per questo Onegin quante prove avete fatto?

MIRELLA FRENI: In questo caso ci hanno lasciato arrivare in ritardo: è una produzione che abbiamo fatto dieci anni fa a Bologna per poi portarla a Torino, a Palermo e l'avevamo già fatta anche col maestro Ranzani. Allora, il regista e il direttore hanno ritenuto inutile farci partecipare alla prima parte delle prove. Questo però è un caso un po' particolare: se fosse stata una nuova produzione, noi due siamo i tipi che partecipano sin dall'inizio ala costruzione dello spettacolo. Tra l'altro ci piace molto.

Volevo domandare a tutti e due: voi cantate da quarantasei anni…

MIRELLA FRENI: e NICOLAI GHIAUROV: Purtroppo!

Come si gestisce il tempo che passa? In altre parole: ognuno è certamente fatto in una sua maniera, ma qual è, per un cantante, il modo più saggio di “invecchiare”?

MIRELLA FRENI: Per me è sempre stato importante fare programmi a tavolino, con la mia agendina. Devo vedere cosa canto in un luogo, e se mi hanno chiesto la tale opera, magari pesante, allora dopo voglio avere un periodo di riposo, per portare il mio motore in officina. E poi ho bisogno di pause per stare a casa con la famiglia: ho bisogno di vivere anche una vita normale. Il teatro è bellissimo, stupendo, meraviglioso, ma canti sempre vite altrui, vicende che ti appartengono in quanto artista, ma spesso distanti da te. Allora, dopo un po', sento proprio il bisogno del contatto umano, della famiglia, della realtà quotidiana. per ultimo, una oculata scelta del repertorio.

Lei fu definita dal critico e amico Aldo Nicastro “la Prudentissima”. Adesso riesce a essere un po' meno prudente?

MIRELLA FRENI: No, no. Sono sempre rimasta così e a maggior ragione oggi sto molto attenta a quando mi chiedono certe cose, perché, sa, mi si chiede ancora tutto quello che facevo vent'anni fa, e questo non è proprio possibile. Non voglio cascare in questa trappola.

Quanti ruoli ha ancora attivamente?

MIRELLA FRENI: Alcuni, ma ne ho aggiunti altri. Sono prudente ma non proprio immobile.

In questi anni ha fatto e fa molto verismo.

MIRELLA FRENI: Abbastanza.

Com'è che adesso piace tanto il verismo? C'è questo gioco di mode… prima sembrava una cosa di seconda fila…

Ma non lo so, forse perché nel passato si era abituati più al canto più classico r si metteva troppa enfasi, troppa esasperazione nell'interpretare ruoli veristi. Mi guardo bene dal criticare colleghi e cantanti che hanno canto prima di me certe cose, ma in verità credo che bisogna accostarsi a certi ruoli con la massima naturalezza possibile, ma senza troppa visceralità aggiunta. Certo, qualche accento in più, ma senza contorcersi troppo…

Insomma, la Renaissance del belcanto ha fatto e sta forse facendo bene al Verismo?

Penso di sì. Perché quando canti bene, ma con gli accenti giusti, tutto è più gradito. Inutile fare degli urli, magari da strapparsi i capelli.

Siamo pur sempre in teatro e il teatro è comunque altra cosa dalla vita. Torniamo alla sua prudenza: c'è mai stato qualche ruolo che ripensandoci non avrebbe fatto? E ha mai peccato di troppa prudenza? Rimpiange di avere detto no a qualche ruolo che le hanno proposto?

Questo mai! (categorica, ride). Per quanto riguarda la prima domanda, forse oggi mi pento di due cose che ho fatto. Una, La traviata, quella della Scala, la prima… Ero molto giovane, e dopo il trionfo della Bohème Karajan, Zeffirelli, tutti quanti a dirmi che potevo farla, e in un momento di debolezza ho detto sì… L'ho pagata, ma ho imparato. Allora la Freni è diventata ancora più prudente, perché e mi sono detta: “devi seguire solo il tuo istinto, anche se te lo chiede ancora Karajan, non importa chi, ma se non ti senti dì di no” e difatti… Un secondo ruolo è stato quello dell'Ernani, il risultato fu buono, ma avrei fatto, secondo me, uno sbaglio continuare a cantarlo perché il primo Verdi è abbastanza accentato e scolpito, e duro e il mio istinto mi disse: “Mirella vai a perdere il tuo canto legato da lirico se ti metti su queste strade. Che cosa ti porta un Ernani in più, se poi perdi la tua qualità, quella che ti ha fatto diventare la Freni nel mondo”? Allora avevo un contratto già firmato con Chicago; dopo la Scala, avrei dovuto farlo di lì a due anni. Invece ho chiamato e ho detto: “Signori, vi do due anni di tempo per trovarvi un'altra Elvira” e basta.

NICOLAI GHIAUROV: Difatti a Chicago ci sono andato da solo!

MIRELLA FRENI: E non mi sono mai pentita di quello che ho fatto. Ho sempre seguito l'istinto per non rovinare il mio strumento.

E secondo Nicolai Ghiaurov qual è il modo migliore, per un cantante, di combattere gli anni?

NICOLAI GHIAUROV: È importante conoscere la propria natura e la natura del proprio strumento: la carriera non solo cantare, ci sono tanti elementi da tenere in considerazione. Ci vogliono strategie costruite appositamente per gestire al meglio la voce. Io, ripeto sono stato fortunato: la maggiore parte della mia carriera l'ho passata alla Scala dove ho debuttato in quasi tutti i miei ruoli principali: un bel coraggio, se ci ripenso oggi mi si drizzano i capelli.

MIRELLA FRENI: Lui non è stato affatto prudente. Però aveva anche un altro organo vocale!

NICOLAI GHIAUROV: Ero prudentissimo, invece. Devo dire che dietro di me alla Scala c'era, in quel periodo, una grande direzione musicale: Siciliani. Lui, quando mi ascoltò le prime volte, mi disse che aveva aspettato cinquant'anni per un basso come me. Fui, ovviamente, molto lusingato. Così ho cominciato a cantare un gran numero di ruoli per basso. Ne ho cantati moltissimi e non ho rischiato mai niente. Anzi, devo dire che forse sono stato un poco , se così si può dire, danneggiato perché, per esempio, a lui non piacevano certe opere come il Don Chisciotte di Massenet, un'opera che infatti ho interpretato in altri teatri, ma non alla Scala. Secondo me è un'opera meravigliosa…

È bellissima.

NICOLAI GHIAUROV: Ma lui la considerava… non degna della Scala. Strano, no? Probabilmente era molto prudente lui. Siciliani era meticolosissimo, in dubbio per ogni passo che doveva fare: trovare il giusto cantante, il giusto direttore d'orchestra, il giusto soprano…

MIRELLA FRENI: Era veramente un direttore artistico innamorato del proprio ruolo, oltre che a essere competente.

NICOLAI GHIAUROV: Perché in fondo la Scala, più che per i grandi maestri e registi, era il teatro che metteva in mostra i grandi cantanti. La Scala era, e dovrebbe essere, il teatro delle grandi voci. Non significa che il resto debba essere di secondo piano, ma insomma, possiamo dire che un film è un buon film senza la presenza di bravi attori? Così il teatro d'opera è fatto principalmente dai cantanti, credo…

MIRELLA FRENI: Mica solo la Scala, questo è un discorso che vale per tutti i teatri d'opera del mondo!

A me colpisce molto per esempio che un grandissimo direttore come Muti — è cosa degli ultimi anni — tratta i cantanti come i calciatori: c'è una "panchina" e lui decide con minimo anticipo chi canterà alla prima. Non si sa fino all'ultimo chi scenderà in campo. Io credo che il pubblico abbia diritto a pagare il biglietto sapendo prima anche chi canta, non solo chi dirige.

NICOLAI GHIAUROV: La Scala non era mai stata “da panchina”. Grandi artisti in palcoscenico, e poi magari un secondo cast degno.

MIRELLA FRENI: Lo vediamo anche con questo Onegin : senza false modestie, con certi nomi il pubblico è tornato. Lo hanno scritto i critici, io non lo sapevo, è tornato è non è rimasto deluso, anzi, nei nostri confronti c'è stato un grande entusiasmo e un calore enorme… Non solo per noi, è ovvio, si tratta di una bella produzione, il discorso è generale anche se, insomma, bisogna concedere un po' al pubblico che paga un biglietto. Con questo non sia mai detto che non si debbano aiutare i giovani: però non li puoi nemmeno catapultare subito su certi ruoli.

Se non hai proprio nessuno, lo capisco, ma se hai a disposizione ancora qualcuno di quelli che hanno l'esperienza e che sul palco funzionano, si dovrebbe pensarci un po'. È vero che, in generale, il pubblico va educato, ma che sia proprio a terra non direi. La sensibilità ce l'ha. la risposta a questo Onegin è stata sintomatica: un'opera lunga, pur sempre di Ciaikovskij, è vero, ma un'opera che a Roma non si faceva da vent'anni. il pubblico ha risposto benissimo, numeroso, appassionato, e sono rimasta sono rimasta meravigliata e felice.

Una domanda per Ghiaurov: lei, con il tempo, ha inserito molti ruoli nuovi, anche non di grandissimo piano: il Cieco dell'Iris, Sparafucile, il Priore in Le Jongleur de Notre-Dame, Alvise de La Gioconda, Ramfis… È un grande valore aggiunto sentire Nicolai Ghiaurov cantare un ruolo medio o medio piccolo — a parte che Gremin dell'Onegin è un piccolo ruolo solo perché sta in scena dieci minuti, ma è un grande ruolo…

NICOLAI GHIAUROV: Quello è un ruolo che ho cantato spesso, nei palcoscenici di tutto il mondo. È vero, Gremin non appare molto in palcoscenico, però è personaggio di gran peso specifico.

A lei piace molto cimentarsi queste piccole parti?

NICOLAI GHIAUROV: Mi piace perché io sono un uomo di teatro, vivo per il teatro, è la cosa che amo. Oggi certo non mi metterei a cantare Don Giovanni, per tante ragioni — è inutile spiegarle — o Mefistofele nel Faust:. Per questi ruoli ci vuole un'elasticità vocale e così pure fisica e non voglio mettermi in ridicolo. Io cerco, con la mia esperienza, ho cercato e continuo a farlo, di lavorare in ruoli quali oggi, come oggi posso, sento di poter dare qualcosa di importante, di soddisfacente. Inoltre, non voglio fare concorrenza a me stesso.

La concorrenza peggiore.

Certo, il mio più grande concorrente — la pietra di paragone più pericolosa — è Ghiaurov giovane.

Che ruoli avete eliminato definitivamente?

MIRELLA FRENI: NICOLAI GHIAUROV: Parecchi!

Un paio di titoli?

NICOLAI GHIAUROV: L'ho detto prima, Don Giovanni e Faust. Me ne sono rimasti diversi: fino a poco tempo fa ho fatto, e talvolta ancora faccio, Filippo II, ma quei ruoli che richiedono più energia fisica o elasticità o brillantezza della voce li ho abbandonati tranquillamente. Sono realista e faccio solo quello che sono in grado effettivamente di fare. Inoltre ci sono diverse cose a cui posso ancora tendere. Fra qualche giorno andrò a Zurigo dove canterò nel Barbiere di Siviglia. È in programma il ruolo di Dosideij di Kovancina…

È un debutto?

(sorride) Sì, è un debutto!

MIRELLA FRENI: Vede che pazzo! E poi dice che è prudente!…

NICOLAI GHIAUROV: Sì, sono entusiasta perché è questo un ruolo diciamo fisicamente statico, però carico di tensione interna. Quest'opera la metterei sullo stesso piano del Boris Godunov, e io sono veramente entusiasta della musica di Musorgskij: ho cantato tante sue pagine, e dello stesso Boris ho cantato i tre ruoli (Boris, Pimen, Varlaam, ndr. ). Adesso, col Dosideij, spero di poter dire qualcosa che vada oltre le semplici note…

Lei, signora, cosa ha eliminato?

MIRELLA FRENI: Simon Boccanegra, Don Carlos, Requiem…

NICOLAI GHIAUROV: Il Requiem l'ho eliminato anche io…

MIRELLA FRENI: Sa, ci chiamano ancora per il Requiem, ma sono parti pesantissime. Sì, le puoi sostenere, potrei ancora cantarlo, posso farcela, ma non vado a competere con ciò che ho fatto in passato.

Esiste — se esiste — una differenza tra la scuola di canto italiana e quella slava?

NICOLAI GHIAUROV: Non saprei dirle, è difficile per me parlare di scuole, potrei invece parlare di grandi cantanti… Sono le grandi voci che fanno le scuole, forse…

Lei ha studiato con un cantante che non è molto famoso in Italia, ovvero il baritono Branbarov.

NICOLAI GHIAUROV: Sì, era un baritono. Il maestro Tonini, di cui abbiamo parlato prima, lo ha conosciuto e lo ha sentito cantare in Italia. Branbarov studiò e cantò in Italia dal '29 fino al '36. Probabilmente da questo paese raccolse molto, emissione della voce compresa. Io, studiando con lui, appresi molte cose che riguardavano il canto italiano. Per farla breve, è stato lui a farmi entrare nel mondo della lirica e del bel canto. Io ho seguito tutta la vita quel principio, diciamo, di emissione, ascoltando poi tutto quello potevo ascoltare. Dalle registrazioni dei grandi cantanti italiani sento di appreso molto, ma non so se ci siano sostanziali differenze tra le due scuole di canto. Direi che c'è, ovviamente, una grande differenza di lingua e quindi il modo di inserire le vocali e le consonanti, come nella lingua tedesca, è diverso e ciò porta, conseguentemente, a un'altra emissione, altri accenti, forse altri colori. Per quanto mi riguarda, ad esempio, non ho mai toccato il repertorio wagneriano per una questione di lingua e, forse, sotto sotto, di affinità diciamo vocale. Non sono pentito, l'ho fatto in piena coscienza. Karajan insisteva, anche Bohm, Bernstein voleva fare con me Tristano e Isotta, ho cominciato a studiare il ruolo di Marke, ma alla fine non ne feci nulla. Però non mi non rimpiango di non aver cantato opere di Wagner. Adoro diverse sue opere e le ascolto ben volentieri, ma non ho mai voluto entrare in una zona nella quale sentivo che non sarei potuto arrivare allo stesso livello raggiunto nel del repertorio russo, francese e italiano.

MIRELLA FRENI: Avevi anche un altro colore di voce…

NICOLAI GHIAUROV: Sì, ma dicevano che potevo essere un buon Gurnemanz, poteva essere come l'ha fatto, per dire, Siepi. In fondo lui l'ha cantato ed era molto bello. Chissà…

E se si facesse ancora, come si faceva un tempo, in italiano?

NICOLAI GHIAUROV: Non lo so. Io ho cantato Faust in italiano alla Scala, e anche il Boris — il primo — l'ho cantato in italiano. Poi lo feci in originale, per la prima volta sia in Italia, sempre alla Scala, sia a Salisburgo con Karajan. Sono molto orgoglioso di questo.

Quindi lei non vede questa differenza di fondo?

NICOLAI GHIAUROV: Io penso che non si dovrebbe dare peso a molte disquisizioni… In fondo cosa vuol dire bel canto? Canto bello! Questa è la parola giusta.

MIRELLA FRENI: Forse è come dici tu: la lingua ti porta naturalmente verso certi suoni…

NICOLAI GHIAUROV: Certo. Se lo senti in ungherese o in giapponese sicuramente non potrai avere questa vocalità e questa naturale emissione della voce.

Infatti Lei sembra veramente un basso italiano: ha questa rotondità…

MIRELLA FRENI: Lui ha avuto la fortuna di studiare con Branbarov che aveva studiato e cantato in Italia.

NICOLAI GHIAUROV: Non lo so, senza dubbio gli sono molto grato e poi… Beh, sono tante le componenti ed inutile mettersi troppo a pensare. Insomma, mi piaceva il suono e il genere.

Forse è diventato così perché amava questo repertorio, forse è anche una questione di attitudine.

MIRELLA FRENI: Sì, però bisogna avere la sensibilità e i mezzi, perché ci sono tanti cantanti italiani che sono italiani e che alla fine…

E quanto conta la "parola scenica"?

NICOLAI GHIAUROV: È importantissima. Alle volte fa il cantante.

Come mai adesso c'è questa proliferazione di bassi-baritoni? Non esistono più i bassi ovvero è difficile trovarne di veri.

NICOLAI GHIAUROV: Non lo so da cosa può dipendere, se vi sono delle responsabilità oggettive. C'è anche la faccenda del diapason, oggi moltissime orchestre suonano con un diapason altro, troppo alto.

Per esempio, quando canto a Vienna o a Berlino sento questa differenza e non sono solo io. Non è per caso che la Tebaldi non mai ha cantato a Vienna. Quando io e Cappuccilli abbiamo fatto opere come Simon Boccanegra alle volte lui pure si lamentava, dicendomi: “Nicola, io mi sento la voce tirata in su”, in prossimità di certi passaggi. Se nel passaggio di registro c'è un aumento di quasi di mezzo tono, questo può portare delle tensioni non facili da reggere. In quel caso un basso entra nella sonorità baritonale. Se si canta un ruolo come Don Giovanni diventa un problema. Effettivamente ho cantato ruoli da basso cantante, ma il registro del basso è quello , non si può barare più di tanto. Ad esempio, lo stesso Karajan mi disse che mi avrebbe dato sei mesi di tempo per preparare Scarpia, voleva che facessi con lui questo ruolo. Ora, io adoro Scarpia, e un ruolo da sogno, ma risposi: “maestro, le risparmio questi sei mesi di attesa, non lo canto”. Perché è un'altra zona, una altra tendenza e c'è un differente sforzo della voce. Ci si può spaccare

Alla fine lo fece Raimondi…

NICOLAI GHIAUROV: Ecco (sorridendo eloquentemente). Anche Cappuccilli ha cantato pochissime volte nel ruolo di Scarpia. Non mi hanno chiesto molti ruoli baritonali pericolosi, io potevo scegliere e talvolta sceglieva anche la Scala per me.

Ma la sua estensione maestro da dove va?

NICOLAI GHIAUROV: Dal fa al fa. “Dunque il trono che piegar dovrà sempre all'altare” (come la frase di Filippo II nel Don Carlos, dal duetto con l'Inquisitore), questo è il mio biglietto da visita. Basta. Poi magari, ubriaco, avrò cantato anche fa diesis o sol, questo non lo so (ride).

La discesa al mi non l'ha mai fatto nella parte dell'inquisitore?

NICOLAI GHIAUROV: No, non l'ho mai fatta, anche perché è facoltativa. Mi chiedono sempre di fare Filippo, e quel ruolo l'ho fatto per Abbado perché me l'ha chiesto personalmente e con grande passione.

Dove avviene, nel suo caso, il passaggio di registro? Su quale nota avviene.

NICOLAI GHIAUROV: Il mio maestro mi diceva sempre di fare attenzione al do diesis-re. A volte dipende anche dalle vocali. Il cosiddetto passaggio serve a conservare tutte le caratteristiche del nostro “pane quotidiano”, che è il centro della voce: portare dal passaggio in su tutti gli elementi del timbro della voce verso l'acuto, senza stringerlo, senza gridarlo, accompagnarlo verso queste tre o quattro note… quelle che si hanno.

Il suo più celebre collega dell'Ottocento, il basso Lablache, il primo interprete dei Puritani, diceva che il basso non deve mai passare di registro perché la sua voce è troppo possente per fondersi poi con la voce di testa.

Ehhh… (sorridendo)

È solo un paradosso?

MIRELLA FRENI: Torniamo a quel discorso che le orchestre dell'Ottocento erano più basse.

NICOLAI GHIAUROV: Io penso che si possa conservare anche passando alla cosiddetta testa se l'intero corpo risuona. Ma il corpo deve cantare tutto, dalla profondità dell'oceano alle più alte vette del cielo.

Qual è il vostro ruolo del cuore, quello che vi fa dire: sono a casa?

MIRELLA FRENI: È difficile dirlo, perché mi piacciono tutti quelli che ho fatto. Non vorrei ripetere frasi che ho già detto, ma sono tutti figli miei. Ce n'è magari qualcuno che mi assomiglia di più, però li amo tutti. Se mi proponevano ruoli che non mi convincevano, non li cantavo — e non li canto.

Cosa fate quando non cantate, non provate o non studiate?

MIRELLA FRENI: Io mi occupo della casa! Ho figli, nipoti, conduco una vita normale.

NICOLAI GHIAUROV: Al di fuori del canto non si canta ma si studia lo stesso, si pensano a nuovi ruoli, si approfondiscono quelli già in repertorio, si leggono libri.

MIRELLA FRENI: Poi abbiamo le partite di football!

Siete amanti del calcio?

MIRELLA FRENI:, NICOLAI GHIAUROV: (in coro) Sì, moltissimo!

NICOLAI GHIAUROV: Comunque ci piace guardare tutti gli sport, non solo il calcio. Poi, quando ho del tempo, leggo, scrivo.

Lei ha cominciato come attore di prosa. Abbiamo letto che ha fatto Cavaradossi in teatro… nel senso della Tosca di Sardou.

NICOLAI GHIAUROV: Sì, e anche Federico nell'Arlesiana di Daudet. Insomma, ho fatto il tenore in prosa!

La cosa divertente è che quando io ero piccolo — cinque o sei anni — mio fratello mi portava dagli amici e io cantavo arie da soprano di coloratura, prima del cambiamento, facevo addirittura sopracuti. Più tardi lessi da qualche parte che molti bassi avevano cominciato così.

Lei ha una figlia che fa l'attrice.

NICOLAI GHIAUROV: Sì. Elena Ghiaurov. Ha lavorato con Giulio Bosetti

Mentre sua figlia…

MIRELLA FRENI: È avvocato. Però adora la musica.

Ma come vi siete conosciuti, la prima volta che avete cantato insieme?

Il Faust a Genova.

Quindi Margherita che per una volta si innamora di Mefistofele.

MIRELLA FRENI: NICOLAI GHIAUROV: Questa conclusione però ha preso molto tempo.

Che anno era?

MIRELLA FRENI: Il '61.

NICOLAI GHIAUROV: Quando è partito Gagarin!

MIRELLA FRENI: Eravamo a Genova al vecchio Carlo Felice, quello con le tendine rosse.

Invece la vostra vita insieme quando è cominciata?

MIRELLA FRENI: Abbiamo diverse date, io dico un anno lui dice un altro, dobbiamo risolvere la questione. Forse il '76…

NICOLAI GHIAUROV: Sì, probabilmente è il '76.

La conversazione si fa più amena e continua parlando di cucina bulgara e cucina emiliana, dei tortellini di Mirella e del Musakà — timballo di patate, cipolla e pomodori — di Nicolai, dei rapporti con il vino di lei — astemia da sempre — e di lui — che non tocca più vino, ma solo da qualche anno. Nella hall dell'Hotel Quirinale appare anche Elena, la figlia attrice di Ghiaurov, che si unisce alla conversazione che riprende a ruota libera, o meglio: ancor più a ruota libera. Finché, passata un'altra ventina di minuti tra amarcord di vario tipo (i film-opera di Mirella con Ponnelle, il carattere caparbio di Nicolai, i nipotini), gli intervistatori capiscono di aver protratto la chiacchierata per oltre un'ora e mezzo, contro la mezzoretta prevista. La Tatiana e il Gremin dell'Onegin all'Opera di Roma li salutano con un ultimo sorriso, che sembra riecheggiare proprio e parole dell'aria di Gremin "Ogni età soggiace all'amore". È un finale da melodramma, conveniamo, ma in questo caso ci sembra davvero adatto.

(da:www.operaliricaonline.it)


"Where is this rash and most unfortunate man? That's he that was Othello; here I am."

http://www.parmalirica.org/

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