CECHOV COME PRESENTIMENTO

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Aleko
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CECHOV COME PRESENTIMENTO

Messaggio da Aleko » 20 ott 2008 12:16

CECHOV COME PRESENTIMENTO

Vladimir Nabokov disse che «Cechov scriveva i libri tristi per gli uomini allegri». Ecco per noi, «gli uomini allegri», sono scritti questi libri, davvero tristi e a cui noi, «gli uomini allegri», ci rivolgiamo continuamente, li rileggiamo o andiamo a teatro per vedere sulla scena quelle narrazioni che per noi, «agli uomini allegri», diventeranno più tristi.

Le tre pièce di Cechov, «Il Gabbiano», «Le Tre sorelle» e «Il Giardino di Ciliegi» e aggiungemo qui la quarta pièce «Zio Vanja».
Su cosa sono scritte? Di che cosa si tratta? Perché da più di cento anni noi, «gli uomini allegri», non possiamo calmarci e non possiamo capire fino alla fine di che cosa lui, Cechov, scrisse.

Di cosa tratta «Il Gabbiano»? Forse è la più misteriosa pièce e la più enigmatica. Il gabbiano, il bell’uccello, volava sopra il lago, era libero. Ma ecco è arrivato un uomo allegro e così, senza pensarci sopra, tanto per divertirsi, uccide col fucile questo gabbiano per poter, poi, da questo gabbiano farne un animale impagliato. Quest’impagliato lui lo metterà nel suo studio per la decorazione degli interni e dirà sempre a tutti che è un gabbiano che uccise lui stesso.
Ma non è già un gabbiano, è la sua parvenza impagliata …

Le tre sorelle Pròzorov. Vivono in una città provinciale dove non ci sono neppure dei teatri decenti o dei musei. Una città in cui raramente arriva la gente di alta sociertà. Le sorelle ci vivono e soffrono. Loro vogliono partire per Mosca, nella città in cui sono nate e dove è passata la loro infanzia piena di passione e allegria.
Durante tutta la pièce loro ripetono la stessa frase «A Mosca … A Mosca … A Mosca …» ed aspettano con impazienza quel giorno quando potranno partire per Mosca e tornare a quella città dove vivono i loro ricordi. Secondo loro proprio a Mosca tutto cambierà e loro di nuovo saranno felici. È una certa pièce «ferroviaria».
Ma che e chi gli impedisce di andare alla stazione ferroviaria, di comprare i biglietti e di partire per Mosca? È così semplice.
Ma vediamo che non si può tornare lì, dove era bene. Quel «bene» non c'è, lì c'è tutt'altro. È la nostra attesa eterna, che da qualche parte ci stanno aspettando, che lì alla svolta della strada, nell’altra città, nell’altro Paese sarà tutto meglio che qui.
«La banda suona così allegra, così gioiosa, e sembra quasi che tra non molto potremo finalmente sapere perché viviamo, perché soffriamo … Saperlo! Oh, saperlo!»

«Il Giardino dei Ciliegi». Della vendita del podere parlano già
dal primo atto della pièce. L'intreccio del dramma è già contrassegnato, ma lo sviluppo dell’atto è assente.
Si propongono diverse vie per la soluzione del problema: «demolire tutte le vecchie costruzioni, questa casa che non è più utile a nessuno, tagliare gli alberi del giardino dei ciliegi ...» e il terreno concederlo in affitto ai villeggianti. È una «soluzione pratica» proposta da Lopàkhin che viene rispinta subito come triviale.
Nel secondo atto la collisione del soggetto dell’asta futura è come rimandata. Del destino del giardino dei ciliegi, sembra che si ricordi solo Lopàkhin il quale richiama e persuade Ranèvskaja che si deve in via definitiva decidere senza perdere tempo. Ma lo non sente e non vuole sentirlo nessuno. I personaggi principalmente «filosofeggiano». Tutti noi, lettori, sentiamo l’intensità drammatica di quello che non accade. Gli evventi stanno sospesi come le nuvole temporalesche. Si aspetta quello che dovrà accadere fra poco. Scoppia il temporale nel terzo atto, ma fuori il palcoscenico. L’asta si svolge in città. È la scena madre nello sviluppo del soggetto. Il giardino dei ciliegi è venduto e il suo nuovo padrone è Lopàkhin. È in questa scena non vedremo nessuna lotta né qualsiasi disaccordo fra i personaggi. Gàev sventola la mano in risposta alla domanda della sorella, piange, ma udendo il rumore delle palle da biliardo, si calma immediatamente. Vàrja getta il mazzo delle chiavi. Ranèvskaja piange, ma Anja la calma: «Pianteremo un nuovo giardino, più rigoglioso di questo, lo vedrai …».

Nel quarto atto i personaggi dicono addio alla casa dimenticandosi nell’affaccendamento del vecchio servo Firs. E questo finale si può considerare come il punto culminante nello sviluppo del soggetto psicologico. È l’incomprensione degli uomini di se stessi e la loro solitudine infinita nel mondo. «Hanno dimenticato» il modo dell’essiccazione dei ciliegi (nel primo atto), «hanno dimenticato» l’anima umana (nel quarto atto). Quindi hanno perso qualcosa, non hanno fatto in tempo a compiere, a fare. «Senza perdere tempo» più volte ripeteva Lopakhin. È difficile non gli dare il proprio consenso. I personaggi sono conflittuali verso il tempo che spietatamente loro perdono e sprecano come del resto la loro casa e il loro giardino.
Nel terzo atto nel momento dell’attesa dalla città, dall’asta, Charlotte fa giochi di prestigio. Questi giochi sono insensati e spropositati e allo stesso tempo sono tragici. Ci fanno radiografare l’anticipazione o la prevenzione minacciosa dell’asta fatale. Dopo il gioco di mano, prestigio con il plaid Charlotte grida «Fine!» e fugge facendo una riverenza. Così richiamano la grande e la piccola aste, così rimirano i soggetti e micro soggetti. I giochi di mano, di prestigio sono paralleli a quei giochi che fa con i personaggi la vita. Come se cade un’ombra da Charlotte senza casa agli ex padroni del giardino di ciliegi, i quali a dire il vero sono anche senza casa.
C’è il tempo impercettibilmente passato via nel corso del quale sono inclusi tutti. E tutto quello che avviene si deve accettare con saggezza e con umorismo. Di questo ci dice Cechov nella sua commedia d’addio, della circolazione e della successione eterna nella nostra vita.
Il giardino dei ciliegi simboleggia la memoria storica e personale. Il giardino dei ciliegi è legato con il destino della Russia. La sua perdita e la sua distruzione fa meditare sui capovolgimenti drammatici nella storia russa e sul costo dei cambiamenti nel futuro. Questo problema diventò uno dei principali non solo nell’Ottocento ma anche nel Novecento russo.
«Il Giardino dei Ciliegi» è un'opera stupefacente di tutta la letteratura russa. La creò l’autore di una malattia inguaribile che era cosciente del suo momento di uscire. Lui diceva al mondo «Perdona …» e questo stato d'animo si rifletteva nelle battute finali dei suoi personaggi «… addio! … addio!».

MICHELE



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