Nina Dorliak

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mascherpa
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Nina Dorliak

Messaggio da mascherpa » 20 set 2012 10:34

Non ricordo che nel Forum si sia mai parlato di questo soprano russo d'ascendenza francese (Pietroburgo 1908 - Mosca 1998; il cognome si trova traslitterato anche Dorliac, come suppongo fosse in origine).
Ne ho fatto la conoscenza grazie a un cofanetto di tre CD della Cascavelle, che offre circa tre ore e mezza di sue registrazioni, dal vivo e in istudio, la maggiore e piú significativa parte con Sviatoslav Rihter al pianoforte. Il sodalizio tra questi due artisti era cominciato nel 1943, quando Rihter, di sette anni piú giovane, le propose d'accompagnarla in un concerto, il che avvenne per la prima volta un paio d'anni dopo. Una stretta amicizia li legò poi fino alla morte.
Da giovane, a metà degli anni Trenta, la Dorliac cantò anche l'opera, ad esempio Susanna in un'esecuzione oratoriale a Parigi, ma poi si dedicò esclusivamente al repertorio cameristico; per circa mezzo secolo fu professore al Conservatorio di Mosca.

I CD contengono romanze di Glinka, Dargomyžskij, Rahmaninov, Prokof'ev (tra le quali l'impagabile Brutto anitroccolo), il ciclo La Camera dei Bambini di Musorgskij, quello Amor di poeta di Schumann, qualche pagina di Bach, Mozart, Schubert, Liszt (tutto questo cantato in russo) e una decina scarsa di canzoni popolari o popolareggianti francesi (tra le quali il patriottico e rarissimo Noël des enfants qui n'ont plus de maison di Claude Debussy).

Di certo, potrà far storcere il naso a certi "puristi" d'oggi sentire Schubert e Schumann, Heine e Goethe cantati in russo; qualche dubbio appare legittimo sulle trascrizioni bachiane di non meglio identificate "canzoni", ma queste esecuzioni hanno, per merito d'entrambi gl'interpreti, una capacità d'emozionarmi che io, per una voce registrata, non ricordo eguale dopo il mio primissimo ascolto della Tosca Callas-De Sabata all'incirca 55 anni fa.

Lo strumento della Dorliac, raffinatissima liederista, non è ovviamente confrontabile con quello del soprano greco, dominatrice dei grandi palcoscenici d'opera (malignamente si potrebbe dire che le accomuna solo qualche minima e rara imprecisione negli acuti..); ma il suo modo di fraseggiare e di trovare un timbro diverso per ogni sfumatura espressiva del testo trovano, a mio parere d'ascoltatore in questo caso puramente discografico, un paragone possibile solo nella grande Maria. Nella Dorliac, al di là del modo supremo di porgere la parola (qualcuno, con un'ardita sinestèsi, le ha addirittura attribuito una "voce-sguardo"), colpiscono una notevole ricchezza d'armonici nei pianissimi e un ottimo controllo del vibrato nei filati. Degli accompagnamenti di Rihter non si può dire che straordinariamente bene, nonostante le registrazioni privilegino la voce in modo fin troppo netto. Non credo si possa immaginare un'esecuzione piú febbrile, pur nella frequente dilatazione agogica, del grande ciclo schumanniano (ascoltandolo in russo mi viene alla memoria anche il tacitiano Mutuo metu separantur... ma, pur ignaro come sono di questa lingua, mi colpisce la straordinaria bravura del traduttore nel ricalcare la metrica tedesca); né si può rimanere piú affascinati dalla Camera dei Bambini che dopo averla sentita da questi due interpreti. Tra i pezzi meno noti (almeno a me), desidero segnalare le romanze di Glinka (sin troppo facile notare quanto gli dovette Čajkovskij!) e quelle due stupende di Rahmaninov ("Si sta bene qui!" e Frammento di Alfred de Musset).
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P.S. Ringrazio il compagno arch. Roberto Almagioni che m'ha proposto di sostituire il termine sinestèsi al mio confuso e confusionario antisinestesia, usato in precedenza, per descrivere, seppure in modo non del tutto specifico, quella che è indubbiamente un'«associazione invincibile e costante di sensazioni diverse tra loro per qualita' e contenuto le quali si presentano simultaneamente» (cosí il Battaglia per sinestesi, sulla scorta della Piccola Enciclopedia Hoepli). Non risulterebbe invece appropriato il piú comune sinestesía, che, sempre secondo il Battaglia, esprime un «fenomeno di sincronismo funzionale di due organi di senso conseguente alla stimolazione di uno solo di questi»: infatti, non è di certo questo il caso della voce-sguardo, ma quello d'un incremento della relazione emotiva con l’interprete, per cui ci si sente osservati non solo dal suo organo, visibile, della vista, ma anche dal suono, ascoltabile, della sua voce.


Il quartetto è la forma più alta di democrazia (Angelo Zanin, Quartetto di Venezia)

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