Chung e Kavakos alla Scala

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marco_
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Chung e Kavakos alla Scala

Messaggio da marco_ » 05 feb 2018 22:58

Un programma tutto Brahms, il concerto per violino e la seconda sinfonia, con uno dei solisti più bravi oggi e sul podio l’allievo maturo di uno dei più grandi direttori Brahmsiani del ‘900... alte aspettative per questo concerto, purtroppo non realizzate appieno.

Parto dalle note positive. Kavakos è nitido ed elegantissimo. Gioca molto con le modulazioni di volume, ciononostante la proiezione del suono è spettacolare anche nei pianissimo. Ha regalato effetti formidabili come diversi da capo ripresi leggermente più lenti e con una velatura nel suono. E che gusto nel fraseggio; partecipato nell’intimo. Il finale ‘ungherese’ è travolgente e articolato alla grande.

Chung ha un approccio molto classico a Brahms, con intenti di tristezza e durezza che lasciano poco spazio all’abbandono malinconico. Li realizza solo in parte nei due movimenti centrali della sinfonia. Il resto scorre un po’ in superficie, mi dispiace da un concertatore che negli ultimi anni ha infuso un respiro spirituale a tutto quello che ha toccato.

L’orchestra ha tanto volume e un timbro brunito (nove contrabbassi nella seconda parte), è abbastanza precisa a parte qualche stonatura degli ottoni, ma non appare compatta. Specialmente i violini non suonano come una fila: in questo repertorio penso sia una precondizione.

P.S.
Un grande in bocca al lupo all’orchestrale che è collassato durante il bis di Kavakos, ci ha fatto prendere un bello spavento ricordandoci quanto siamo fragili... per fortuna ha poi lasciato il palco sulle sue gambe!



daphnis
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Re: Chung e Kavakos alla Scala

Messaggio da daphnis » 06 feb 2018 02:45

La vita – anche quella parte della vita che è ascoltare musica – ti porta sempre evenienze sorprendenti. A me è accaduto che ho ascoltato solo la prima parte di questo concerto (più tre minuti di sinfonia), che mi ci sono pure arrabbiato sul momento. Ma che alla fine, forse, era giusto – per me – così. Perché ho ascoltato il Concerto per violino di Brahms nelle mani e nell’anima di Leonidas Kavakos.
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Una meravigliosa voce umana che – in intimità poetica – ti entra nell’anima. Questo è il violino di Leonidas Kavakos, questa la sua esecuzione (no, non è la parola, è un “incarnarsi in”) del concerto in re maggiore. Le due identità di Brahms, la costruzione -a volte ardua, tanto più bella quanto più ardua. E l’intimo: l’anima che si svela, pudìca, sottovoce, sussurando a te, amico che ascolti. Ecco il Brahms di Kavakos è così. Al grado zero di esibizione virtuosa (è strumentalmente strepitoso al punto di non aver alcun bisogno di “mostrarsi”). Al grado totale di poesia – pura, pudìca – in musica. Il concerto in re ne esce come una confessione, un dialogo di anime: Brahms (per mezzo di Kavakos) e te che ascolti e – in un silenzio rarefatto: eppure no, è musica! – entri nell’anima di lui. Ti si dà, tutto, ma con quella pudicizia dello spirito (i suoi scritti, i suoi rapporti, ce lo descrivono come un uomo in cui l’understatement copriva, come brace, il fuoco) che te lo fa amico.Ecco, credo di poter spiegare questa esecuzione, ma forse il violinismo stesso di Leonidd Kavakos – nel canto del suo mirabile Stradivari, cui dà vita e arte – così. A usar retorica, credo che chi c’era ha assistito ad una delle massime esecuzioni di sempre, da parte del solista, del concerto brahmsiano. Ma è meglio lasciar la retorica e dire,ancora, che è stato un colloquio di anime. La Filarmonica e Chung (con tratti decisi di fraseggio del direttore, ma - concordo con Marco, anche se lui fa riferimento alla sinfonia - una non totale rifinitura e un volume, forte, non del tutto regolato rispetto agli standard cui Chung ci ha abituato in questi anni) hanno fatto corona: gli strumentisti stessi – di alcuni vedevo gli sguardi, commossi, al solista – hanno suonato come “avvinti”, incantati da Kavakos. E non poteva essere altrimenti.
Della Seconda Sinfonia di Brahms ho capìto – dai tre minuti ascoltati – che è stata un ulteriore esempio dell’attuale (sono anni,ormai, ma sempre di più) stato di “spiritualità in musica” del Maestro Chung. E mi dicono sia stata tutta così. Ma per me, qui, è stata un’altra storia. La Scala, e forse il Cielo, hanno deciso che mi fosse destinato solo il concerto, e solo Kavakos.

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Sono entrato nella prima galleria della Scala venti minuti prima del concerto. Evidente, fin da subito, la temperatura elevatissima dei locali ma, con l’affollamento, il luogo è diventato un inferno (non nascondo che una mia particolare patologia – artrite psoriasica: la sconsiglio a tutti, è una non-malattia, non si cura ma ti affligge la vita – peggiora la situazione). Anche ad esser completamente sani, era roba da mettersi in costume da bagno per resistere. Bastava andare nel foyer e rientrare in galleria per accorgersi, data la differenza di temperatura: a domanda, le maschere e gli ispettori ne sono perfettamente coscienti, è un problema reale e irrisolto, ma tant’è. Mi si dice che – come tante cose, nella nostra vita pubblica – il riscaldamento alla Scala è frutto di un “appalto esterno” (cancro della nostra vita pubblica medesima) ma tant’è. Mi si dice, ancora, che in platea vada un po’ meglio. Nei palchi, no certo. Come gli orchestrali e i direttori e solisti, sul palco, resistano, non si sa, anzi si vede, dalle “mises”: Chung e Kavakos erano in camicia leggera. Molte belle orchestrali piacevolmente (spero non passi per “molestia”, è l’esatto contrario) e abbondantemente scollate, braccia spalle torace schiena: e con piena ragione, salvo doversi fare una colata di sudore durante il concerto.
Fatto sta che, mentre Leonidas Kavakos esalava un sublime Bach come bis del Brahms, con un tonfo secco un orchestrale sia svenuto sulla sedia. Bianco come un cencio (il volto era proprio sotto la mia postazione in galleria), le mani improvvisamente d’avorio. Kavakos, sconvolto, si è fermato, tutto si è interrotto, alcuni orchestrali hanno soccorso come potevano il collega che (per fortuna) è rinvenuto e si è ripreso tanto da poter lasciare il palco sulle sue gambe. Con la stessa umanità che immette nelle sue esecuzioni, Kavakos ha voluto uscire ulteriormente al proscenio per scusarsi d’aver interrotto e di non poter completare il bis, perché giustamente turbato (come tutti) dall’accaduto.
Ora, non vogliamo fare un troppo automatico rapporto causa-effetto: ma che la Scala voglia prender la palla al balzo per equilibrare la temperatura al suo interno, in presenza del pubblico (altra cosa è quando è vuota, non vale la verifica), pare doveroso.Capiamo pure che l’età media dei frequentatori suggerisca che siano tenuti al calduccio…ma, per favore, sia un “calduccio”: non la fucina di Vulcano. Ci auguriamo che i musicisti stessi e le loro rappresentanze se ne facciano portavoce: pur se le orchestrali in body e spalline aggiungono al piacere delle orecchie quello degli occhi, un maggiore, e anche più ecologico, equilibrio termico (alla Scala, ma potremmo citare altre situazioni: treni roventi, ad esempio, o uffici idem come sopra) sarebbe il benvenuto.
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Ho dimenticato di aggiungere quel che s’intuisce: cioé che, causa la temperatura, ho abbandonato la Scala alla seconda parte, dopo tre minuti di Sinfonia nr 2…e che son certo d’essermi perso qualcos’altro di bello. Ma la salute fisica ha le sue esigenze… oppure, a me, questa sera, era destinato il solo, meraviglioso, Leonidas Kavakos.


marco vizzardelli
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Re: Chung e Kavakos alla Scala

Messaggio da notung » 06 feb 2018 09:11

Grazie per la cronaca Marco e auguri per il tuo problema di salute.
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