Un capolavoro del Novecento: "Die tote Stadt" di Korngold alla Scala

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daphnis
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Re: Die Tote Stadt, Teatro alla Scala

Messaggio da daphnis » 30 mag 2019 15:31

Nel foyer, durante gli intervalli, fiorivano i "paragoni", le "icone" d'arte cui la Grigorian, in questo spettacolo, rimanda. C'era chi ricordava Bette Davis giovane, c'era chi nominava Marlene Dietrich. Tutto vero o almeno possibile. La bellezza dell'espressione del volto, la camminata languida, il modo di far del proprio corpo, unito alla voce, uno strumento d'espressione, rendono qualcosa di unico la "presenza" della Asmik Grigorian. Sulla base di una voce bella sì, ma alla fin fine "normale", una sconfinata musicalità e una incredibile sensibilità "corporea" e scenica, la rendono trascendentale.

marco vizzardelli



marcob35
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Re: Un capolavoro del Novecento: "Die tote Stadt" di Korngold alla Scala

Messaggio da marcob35 » 31 mag 2019 12:27

La Tavola rotonda "Die tote Stadt femme fatale fra reincarnazione e desantificazione", che ha avuto luogo il giorno della prima nel ridotto della Scala:

Non leggo mai le critiche degli altri. (Paolo Isotta)

daphnis
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Re: Die Tote Stadt, Teatro alla Scala

Messaggio da daphnis » 31 mag 2019 12:44

Non ho avuto ancora il tempo di dare impressioni capillari su questo formidabile spettacolo, ne ho però per rispondere brevemente alla domanda di fraaa.

Allora, l'attuale stagione scaligera:
a) un Attila ottimo nella messa in scena di Davide Livermore e nella compagnia di canto capeggiata dal formidabile Ildar Abradzakov. Discutibile nell'impostazione datagli da Riccardo Chailly, che a mio avviso lo ha come postdatato dandogli uno spessore anche sonoro "da Don Carlo": detto questo, in termini esecutivi il lavoro di Chailly era notevole, salvo la tendenza costante a far suonare tutto "forte" e la limitata paletta di colori.
b) una Kovantscina eccelsa, direi storica, nella direzione di Valery Gergiev, con cast valido. Non molto supportata dalla messa in scena di Martone, secondo me non la migliore della carriera "operistica" del regista (Cavalleria Rusticana alla Scala, e il famoso Così fan Tutte con Abbado i "vertici" di Martone). Fastidiosa l'impressione che l'apparato scenico di Attila sia stato come riciclato in questo allestimento, che sembrava l'Attila "crollato".
c) una Manon Lescaut francamente desolante, con protagonista femminile corretta e protagonista maschile fuori forma, e una messa in scena (regia è troppo!) infelice sempre e raccapricciante nell'atto conclusivo (e con soluzioni sceniche ancora "di riciclo"), con un Chailly fragoroso (ma perché le sue dinamiche tendono al boato?), ben al di sotto (a parte, lui sì, una buona resa dell'ultimo atto) della sua fama di pucciniano. E le solite inserzioni di parti espunte dallo stesso Puccini non hanno giovato (già tremo al pensiero dei quattro minuti in più di Te Deum in Tosca e delle battute aggiunte al finale)
d) una interessante Arianna a Nasso, con Primadonna eccellente e Zerbinetta ottima, diretta con sapienza da Welser-Moest su una messa in scena magari non rivelatoria ma funzionale e gradevole
e) il primo Idomeneo divertente della mia vita, nella direzione "ruspante" di Fasolis e nella regia drammatica e vivace di Hartmann, con due valide protagoniste femminili e mio apprezzamento particolare ai grandi mezzi vocali nonché presenza scenica di Federica Lombardi
f) Die Tote Stadt, l'allestimento che in toto (musica e scena) "significa" l'era-Pereira alla Scala (l'altro, finora era stato Tamerlano, ma direi che qui siamo andati oltre), con una direzione notevole, una regia geniale e (finalmente, alla Scala) coraggiosa: Vick è il primo regista non "trattenuto" nel suo lavoro, si fa amare e fa discutere ed è bene che sia così. La presenza iconica della Grigorian, che, pervadendo la scena, suggella l'intera realizzazione. Su tutto, la miracolosa bellezza della musica di Korngold: alla Scala, in anticipo rispetto a Monaco di Baviera (e dopo l'allestimento veneziano-palermitano di qualche anno fa), il merito di aver ridato a Korngold ciò che è di Korngold. Lo status di gigante musical-operistico del '900.


Che il medesimo teatro "centri" in pieno Die Tote Stadt, si copra di gloria (orchestra e coro) in Kovantscina, e sostanzialmente fallisca Manon Lescaut dovrebbe, in ogni caso far riflettere. Le maestranze musicali stesse, orchestra e coro, hanno dato il meglio in Musorgskij con Gergiev e in Korngold con Gilbert: in questi due frangenti l'orchestra ha suonato come una delle migliori "in buca" (cioé d'opera) del mondo. Allora: che dire?


marco vizzardelli

marco_
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Re: Die Tote Stadt, Teatro alla Scala

Messaggio da marco_ » 31 mag 2019 22:46

Stasera, dopo il secondo atto, il teatro è scoppiato in un tripudio che raramente succede a metà. Merito della Grigorian: animale da palcoscenico di prima classe. Consente a Vick di plasmare su di sé una regia virtuosistica, non solo per le sue doti di ballerina ma specialmente per dettagli innumerevoli di espressione (a volte piegando il collo, altre coi piedi nudi). Inoltre ha una musicalità elegante, e proietta naturalmente una voce estesa ma senza particolare allure di suo. Ne risulta una Marietta positiva, traboccante di vita, tutt’altro che superficiale, tantomeno a una sola dimensione.

Gilbert privilegia le linee lunghe e le melodie, dando linearità a una scrittura forse discontinua. In parallelo insinua elementi di pulsione che sfocia in nevrosi nelle battute più ritmate. L’orchestra risponde precisa, con velluti e bruniture turgide assai appropriate.

Purtroppo Vogt è in difficoltà con la tessitura, specialmente quando batte in zona medio/alta dove il suo strumento suona stirato e opaco. Werba cesella con finezza il Tanzlied; altrove mi è parso discontinuo e la voce non sempre udibile.

Vick immagina un allestimento di puro teatro: pochi oggetti in scena, orge esplicite e insieme
eleganti, movimenti studiati per far penetrare i personaggi negli interpreti inclusi i comprimari. L’arte della semplicità viene esaltata alla fine, quando le poche suppellettili vengono rimosse, e Paul si avvia a lasciare Bruges fra un pavimento bianco e quinte nere.

Successo convinto di pubblico, curioso e man mano conquistato da questa produzione.

Daniel_b87
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Re: Die Tote Stadt, Teatro alla Scala

Messaggio da Daniel_b87 » 01 giu 2019 00:04

Altrettanto raramente succede che a una replica del turno "scalaperta" si assista a un trionfo, come successo stasera.
Dieci minuti di applausi, continue chiamate e vere e proprie ovazioni per la Grigorian.
Un vicino di poltroncina - appassionato di opera ma non milanese - mi ha chiesto se alla scala sono solite ovazioni del genere per una cantante. A memoria, negli ultimi anni solo la netrebko in traviata ha ricevuto un trattamento del genere.
Se calcoliamo che qui stiamo parlando di una cantante decisamente meno nota e di un'opera che faceva il suo debutto alla scala.....

Condivido la bella e precisa recensione sul sito.

pbialetti
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Re: Die Tote Stadt, Teatro alla Scala

Messaggio da pbialetti » 01 giu 2019 06:22

Condivido l‘entusiasmo per tutti gli aspetti della produzione ad eccezione della regia.
La Grigorian conferma il suo straordinario carisma di attrice cantante, laddove la bravura dell’attrice rischia di mettere in ombra la perizia della cantante, che in un ruolo così pesante non è mai in difficoltà ed è varia e efficace nell’accento. Vogt ha in effetti ha tratti patito la tessitura del ruolo e la sua lunghezza ma ho trovato comunque la sua prestazione apprezzabile perché non si è mai tirato indietro e ha comunque costruito un personaggio vocale molto credibile. Werba genericamente bravo nella canzone del Pierrot. Ottima prestazione dell’orchestra e di Gilbert che si è ben districato in questa complessa partitura portandone ben in superficie gli elementi portanti ed ottenendo timbri sontuosi.
A mio avviso Vick è stato bravo nel determinare la recitazione dei due protagonisti (ma con la Grigorian era come un allenatore che ha a disposizione Ronaldo) mentre ha clamorosamente fallito la scena della prova in teatro al secondo atto, ridotta a coreografie confuse e le solite manciate di sesso gratuito e non sempre bello da vedere, e soprattutto la processione del terzo atto, dove mi chiedo che c.zo centrino i nazisti e gli ebrei (ebbasta, quanti milioni di volte i registi sono ricorsi a questo tema?)
Sono forse nel mio giudizio influenzato dal recente ricordo della messinscena di Robert Carsen vista ad ottobre, che a mio avviso in queste due scene ha ottenuto risultati di molte spanne superiori.

umangialaio
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Re: Die Tote Stadt, Teatro alla Scala

Messaggio da umangialaio » 01 giu 2019 10:20

Siccome non l'ha fatto ancora nessuno, mi permetto di osservare che la vicenda ricorda davvero molto quella del grande capolavoro hitchcockiano Vertigo ovvero La donna che visse due volte, che è del 1958.

Cercando su internet, ho trovato questo interessante contributo sul tema:

https://www.operanews.com/Opera_News_Ma ... adows.html

Ieri sera ho assistito allo spettacolo anche io. Penso che tornerò una seconda volta. Devo dire che mi sarebbe piaciuta una direzione meno "sciolta", più "strutturale", bouleziana o esapekkasaloniana, come ha detto un mio amico.

U

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Re: Die Tote Stadt, Teatro alla Scala

Messaggio da marco_ » 01 giu 2019 12:37

umangialaio ha scritto:
01 giu 2019 10:20
la vicenda ricorda davvero molto quella del grande capolavoro hitchcockiano Vertigo ovvero La donna che visse due volte, che è del 1958.
Pensavo alla stessa cosa, anche la musica ha vaghe riminiscenze (la colonna sonora di quando la protagonista esce dal bagno o del convento all’imbrunire).
mi sarebbe piaciuta una direzione meno "sciolta", più "strutturale", bouleziana o esapekkasaloniana
Idem.

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Amfortas_Genova
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Re: Die Tote Stadt, Teatro alla Scala

Messaggio da Amfortas_Genova » 02 giu 2019 08:46

Purtroppo non ho potuto assistere alla Tode Stadt della Scala perché sono in viaggio. Ho cercato di ‘recuperare’ andando a una ripresa alla Semperoper Dresda. Qui Paul tradisce il finale del libretto seppellendosi sotto il tappeto insieme alla polvere e alla inseparabile treccia bionda.
Die Tode Stadt è un’opera di grande interesse drammaturgico, come tante che non trovano spazio in Italia (Rusalka per esempio).
La vicenda sembra ricalcare la storia del melodramma stesso, incapace nel ‘900 di mantenere quel rapporto così spontaneo col sentimento che era possibile ancora pochi anni prima. Le porte della vita si stanno chiudendo, inesorabilmente, ma non per tutti. La musica rimane saldamente legata alla vita, ma è un’altra musica, è Marietta, un intrattenimento leggero e insolente.
Come scriverà pochi anni dopo Thoman Mann, quella stessa musica che tanto a lungo e tanto caldamente si era proposta come mezzo di redenzione (Wagner) è lei ad avere bisogno di essere redenta perché isolata (separata dal popolo, separata dalla vita) chiusa nella compagnia esclusiva di una élite che vive tra le ombre.
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Robertino
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Re: Un capolavoro del Novecento: "Die tote Stadt" di Korngold alla Scala

Messaggio da Robertino » 05 giu 2019 14:42

Mettere insieme una 'squadra' di persone con il giusto 'mix' tra eccellenze e buone professionalità non è mai stata una cosa facile. Quando però ci si riesce (in ambito lavorativo, nella ricerca medico-scientifica, nello sport, nello spettacolo) il risultato finale raggiunge spesso quella 'total quality' a cui tutti aspirano.
E' successo così anche per questa nuova produzione scaligera di DIE TOTE STADT. Ci sono le 'eccellenze' (la straordinaria ricchezza melodica della partitura di Korngold, il regista Vick, il coro e l'orchestra scaligeri, due cantanti come Vogt e la Grigorian) e tante buone professionalità (il direttore Gilbert, il libretto, lo scenografo e costumista, il coreografo, il responsabile delle luci, con i suoi due collaboratori, Werba e gli altri cantanti del 'cast').>
Bruges, la 'città morta' , non è mai in primo piano, appare invece lontana, nei video in bianco e nero e nei 'totem' che ci mostrano acque che scorrono, campane e grandi occhi scrutatori. C'è invece un' ossessiva, sia pur intermittente, presenza religiosa (processioni, chierichetti, inginocchiatoio, la devotissima governante Brigitta) che impedisce al protagonista Paul di uscire dai suoi incubi onirici.
Vick, con lo scenografo Nunn, sceglie una scena fatta di pochi oggetti di arredamento (che richiamano i mobili del Bauhaus) ed un tendone a festoni, sullo sfondo, che trasforma l'interno borghese in una camera ardente, in un obitorio (anche se ci sono ormai solo le 'reliquie' della moglie defunta e non c'è più il suo corpo).
La regia è dinamica, compatta, accompagna bene visivamente canto, parole e musica, sia pure con qualche eccesso che forse si poteva evitare (le scene dell'orgia, il mega-teschio circondato dalle rose, le 'grandi labbra' rosse che si muovono sul 'video-quadro' ) con inutili forzature ' tecnologiche ' (il mini-studio televisivo esterno, completo di luce rossa , telecamera a mano e ' monitor ' di controllo).
Bella invece l'idea della porta girevole, stilizzata, che assume colori diversi a seconda degli sviluppi della vicenda e degli stati d'animo del protagonista Paul, come pure i grandi fari di palcoscenico, bene in evidenza nei momenti più 'teatrali' ( o anche 'meta-teatrali'), con un' illuminazione intensa, fredda, del palcoscenico.
Il direttore Gilbert gestisce bene una partitura ricca, intensa, sottolineando le tante citazioni (Wagner, Strauss, Puccini) e valorizzando tutti gli strumenti solisti (si sentono benissimo le due arpe dell'orchestra, ma non solo loro).
Korngold, quando poi dovrà abbandonare l' Europa e rifugiarsi in America, diventerà a Hollywood un ottimo compositore di colonne sonore cinematografiche, vincendo anche, meritatamente, il premio OSCAR per due classici film in costume girati negli anni Trenta e da lui musicati.
In una recente intervista la Grigorian aveva svelato la sua 'filosofia interpretativa' : " Bisogna mettere insieme voce e corpo, recitazione e canto per esprimersi al meglio " e qui l'ha messa in pratica, con questo suo personalissimo ' metodo Stanislavskij ' applicato all'opera lirica. E' un ' Interpretazione a tutto tondo, la sua, scenica, psicologica e che si accompagna ad una vocalità intensa, viva, esuberante, senza mai nessun timore ad esibire il suo corpo, con movimenti che ricordano le ' femmes fatales ' dei film di von Sternberg, In scena la vediamo con un abbigliamento 'mini', colorato, 'aperto' , che contrasta volutamente con l'impeccabile abito scuro, da vedovo borghese inconsolabile, sempre ' chiuso' , abbottonato, di Vogt (bravo Nunn, anche come costumista) e che la Grigorian non riesce proprio ad 'aprire' in una scena intensa ( dal chiaro significato simbolico, oltre che psicanalitico, più Jung che Freud).
Anche Vogt é molto bravo sul palcoscenico : assume atteggiamenti e gestualità che richiamano James Stewart ( interprete di VERTIGO di Hitchcock ) , ma con un maggiore dinamismo , anche se a volte sembra assumere invece curiose movenze ' brechtiane ' (il regista, tramite Vogt, ha forse voluto 'omaggiare' Strehler ?). Vocalità sempre controllata, dizione chiara, ben valorizzate entrambe nei suoi duetti con la Grigorian o con Werba (bravissimo come Frank, forse un po' meno come Fritz / Pierrot ).
Le voci bianche, dirette da De Gaspari, sono straordinarie, così come risponde benissimo il coro di Casoni, tutti poi molto bravi anche nei movimenti scenici richiesti loro da Vick (e dal coreografo Howell).
Vick (che conosce molto bene la storia della musica) ci ricorda che DIE TOTE STADT è ' teatro musicale', per cui ricostruisce teatralmente, nel finale, l' ultimo movimento della sinfonia op. 45 di Haydn: là c'erano i musicisti che uscivano di scena portandosi dietro i loro strumenti, qui, invece, sono i 'servi di scena' che portano via, uno a uno, tutti i mobili e l'arredamento, lasciando Paul / Vogt solo, sul palcoscenico vuoto e con l'orchestra silente, poco prima della chiusura definitiva del sipario.
Applausi finali, prolungati, per tutti (con il direttore Gilbert che applaudiva calorosamente cantanti e orchestra e si meravigliava poi dei moltissimi applausi, meritatissimi, che riceveva però anche lui, anche dai loggionisti più critici ).
Bellissimo spettacolo, senza dubbio (peccato, però, che nessuna rete televisiva, italiana o straniera, abbia finora pensato di registrarlo, per trasmetterlo in televisione e/o per produrre / mettere in vendita anche il relativo DVD).

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