Don Carlos a Parigi

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albertoemme
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Re: Don Carlos a Parigi

Messaggio da albertoemme » 08 nov 2017 18:07

Il richiamo del Bonazzo mi pare assai pertinente; soprattutto all'indomani dell'esempio di fratellanza che presumo abbiano dato (in francese) Tezier e Kaufmann.-



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mascherpa
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Re: Don Carlos a Parigi

Messaggio da mascherpa » 09 nov 2017 09:29

Visto e ascoltato iersera. Sulla regia di Warlikowski faccio in buona sostanza miei i pareri esposti qui sopra da "biancano" e nella recensione da Capecchi, sebbene trovi inspiegabile definire enfant terrible una persona che ha superato i cinquantacinque anni: per me lo si può meglio dire del Mozart di Lucio Silla, che non ne aveva ancora diciassette...
Non meno disturbato di "paperino", e non «alla lunga» ma sin dall'inizio, sono stato dalla copertura, seppure non continua, del palcoscenico con l'effetto "pellicola deteriorata", che in parole povere m'è sembrata appartenere all'ormai irrinunziabile categoria degli onanismi registici, non meno delle inutilissime proiezioni culminanti all'ultimo atto in una facciazza che ingurgita malcapitati, grand guignol come il Mefistofele di Rapsodia satanica (ascoltata e vista sabato scorso al Concertgebouw) e alle prese con un pranzetto a mezza strada tra il Lucifero dantesco e il Crono della mitologia greca...
La trovata migliore della regia può essere apparsa la presenza in apertura d'atto della Eboli nel "gabinetto del Re": indubbia ripresa –drinks a mezz'asta compresi (meno eleganti, però...), seppure con un tocco nuovo di "gallismo" nel mostrare la donna soddisfatta e beatamente addormentata anziché al neutro termine d'un "sevizio"– della messinscena di Himmelmann a Berlino, che risale a oltre dodici anni fa (e vi compare già l'idea della Eboli capo d'un gruppo di donne "guerriere", seppure Warlikowski la gestisca, anche nei risvolti saffici, con finezza straordinaria e solo sua). Non diversamente, l'aula a teatro in cui s'accomoda la corte per assistere all'incoronazione e all' "atto di fede", trova precedenti quasi altrettanto stagionati nel funerale di Titurel secondo Herheim a Bayreuth, e in piú d'un finale dei Maestri cantori. Insomma, una messinscena "di maniera", che proprio nulla aggiunge alla conoscenza dell'opera cosí come potevano fornirla Margherita Wallmann e Georges Wakhewitch.... Molto condivisibile trovo anche il dubbio finale di Silvano, quanto la recitazione molto curata sia «merito del regista e quanto dei solisti». Del tutto superfluo anche il figurante deforme che all'inizio e alla fine raddoppiava il frate, poi fantasma di Carlo V: forse si può trovare una spiegazione nel desiderio di ricordare agli spettatori che "il sommo imperatore" soffriva pesantemente di gotta...

Il richiamo allo spettacolo scaligero del 1960 mi porta a dire súbito che quello di iersera, dovuto agli stessi interpreti del primo cast, è stato (di certo per colpa grave del Nesterenko 1977...) il migliore duetto Filippo-Inquisitore a cui abbia assistito dalla mitica prima volta che, cinquantasette fa, ascoltai quest'opera in teatro. Forse per merito della mia posizione in sala (molto in alto, terza fila del second balcon), non avrei potuto desiderare di meglio, in questa scena, dal basso Belosselskiy, ma probabilmente proprio per l'impressione di questa riuscita sono poi rimasto molto deluso dal suo intervento nella sommossa alla fine dell'atto. Da ricordare, però che la posizione in cui cantava nei due casi era completamente diversa dal punto di vista acustico: al proscenio, infatti, non disponeva piú dell'eccellente cassa di risonanza offertagli dalla "scatola" aperta sul davanti in cui era stato risolto il "gabinetto del Re". Gran merito della riuscita totale di questa scena e del precedente assolo di Filippo ascriverei anche al direttore Philippe Jordan, che per tutta la serata m'è apparso molto superiore a quel che avevo letto: poiché sarebbe sciocco dubitare di ben tre pareri diversi dal mio, devo supporre che nel corso delle repliche, e forse con il mutamento di tre interpreti principali, Jordan abbia preso una grande confidenza e sicurezza, ben al di là della precisione. Non so, ovviamente se abbia ridotto la durata delle pause-corona nella scena di Filippo, ma a me sono parse perfette. Ammirevole la prestazione del violoncello solista nell'introduzione, ma perlomeno in questo possiamo essere certi che siano state fatte scelte diverse dall'originale...

Sugli scudi, come ogni volta che m'è capitato d'ascoltarlo, Ludovic Tézier; benino il tenore Pavel Černoch, interprete molto "in parte" seppure vittima d'un paio di difficoltà vocali; bene la Eboli di Ekaterina Gubanova, con sporadiche durezze in acuto (ma al personaggio m'è sembrata mancare la tradizionale "sfacciataggine" della versione italiana). Molto bene la Elisabetta di Hibla Gerzmava, senza dubbio, a fianco di Tézier, la piú "musicista" tra gl'interpreti vocali principali, creatrice d'un Tu qui sus le néant ammirevole; evidentemente non è un caso che sia stata finora l'unico artiste lyrique, come scrive il programma di sala, che ha vinto il Grand Prix a un concorso Čajkovskij (nel 1994). Non meno evidentemente, non ho alcun motivo di dubitare che la sua recente Anna Bolena milanese abbia meritato gli "apprezzamenti" che ho letto in questo Forum, ma si sa ormai da un pezzo che la Scala mena gramissimo a quasi tutti e tutte: per me, da anni la lascio ai turisti e me ne vado altrove.

Resterebbe da dire moltissimo sulla musica eseguita in questo importante spettacolo di "centocinquantenario". Dichiara il programma di sala –peraltro infarcito di clamorosi errori: valgano per tutti l'affermazione che il Don Carlos sarebbe stato tradotto in italiano per Napoli nel 1872 (e Londra? e Bologna? e vent'altre appresso???), e quella, non da meno, che l'uso del titolo Don Carlo per la versione italiana risalirebbe a quella data (e non agli anni Trenta del Novecento)– che il testo musicale adottato è quello fornito da Verdi nel 1866, all'inizio delle prove: quindi con anche qualche materiale espunto già prima della generale, ma senza il balletto che fu composto solo in séguito. La musica di quest'ultimo non è ammirata da quasi nessuno, la sua funzione drammaturgica è notoriamente imprecisabile, ma senza di esso il passaggio tra l'inizio originale del terz'atto, con i cori fuori scena e lo scambio di vesti tra Eboli e la regina, e la successiva entrata di don Carlo, non può non dare l'impressione che sia stato effettuato un taglio molto maldestro, aggravata qui a Parigi dalla circostanza che il tenore entra leggendo un biglietto che, nello specifico gioco scenico, è ancora in corso di consegna... Comunque sia, la musica eseguita occupa circa cento minuti per i primi due atti, quaranta per il terzo e novanta per gli ultimi due: compreso il quarto d'ora d'ovazioni finali, cinque ore in teatro dall'inizio all'uscita. "Volate", per merito indubbio del Peppino nazionale, ma, almeno iersera, anche di Philippe Jordan e collaboratori... Come ricorda il sullodato programma di sala, nel 1867 qualcuno attribuí i pochi meriti riscontrati nella nuova opera a Meyerbeer, da cui il "focoso melodista" di Rigoletto e Trovatore avrebbe imparato l'armonia, e ad Halévy, da cui avrebbe imparato la declamazione... Altri "cugini" francesi, invece, già nel Macbeth 2 avevano sentito un demeritante odor di Germania (il che, a saper ben sentire, troppo falso non è, ma l'influsso di Weber e Mendelssohn risaliva a diciott'anni prima, non era di certo una rilucidatura per Parigi). E altri ancora nel Don Carlos sentirono un puzzo ben piú insostenibile, tra i quali il giovane Bizet, che tornato a casa dalla prémière proclamò sicuro nel poscritto a una lettera, buttato giú alle due del mattino come oggi si fa per un post in un Forum, che Verdi «veut faire du Wagner» (a onor del vero, il programma di sala sembra prendere poco sul serio queste ultime opinioni...).

Chiudo quindi con un'altra chicca, ghiottissima, sbandierata dagl'ineffabili maîtres à penser del programma di sala (pag. 38, prime righe): già Rossini, dico il Gioachino mica un altro, per rappresentare opere a Parigi avrebbe dovuto «rendre hommage au grand opéra tel que Meyerbeer l'avait défini», esattamente come quegli altri provinciali incalliti del Busseto e del Lipsia: peccato, però, che l'invito rivoltogli da Carlo X, con l'obbligo di comporre opere, risalisse al 1824, che il Guillaume Tell, precisamente elencato come un siffatto omaggio insieme al Tannhäuser e alle Vêpres siciliennes, fosse stato eseguito nel 1829 e che Meyerbeer abbia presentato il suo primo lavoro del genere, Robert le diable, nel 1831, dopo sei anni trascorsi sí a Parigi, ma in totale silenzio, ad ascoltare proprio Rossini... A quando la "scoperta" che la pizza l'hanno inventata in Rue Cler?
Il quartetto è la forma più alta di democrazia (Angelo Zanin, Quartetto di Venezia)

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