“In un vecchio palco della Scala
nel gennaio del ‘93
spettacolo di gala
signore in décolleté
discese da un romantico coupé
Quanta e quanta gente nella sala
c’è tutta Milano in gran soirée
per ascoltar Tamagno
la Bellingioni, Stagno….”
E’ una canzone di Garinei e Giovannini, musica di Gorni Kramer, che il Quartetto Cetra portò al successo negli anni felici del boom economico. La seconda strofa comincia eguale, tranne che per la data (il ’93 era quello dell’Ottocento, naturalmente!) e per il mezzo di trasporto: “ In un vecchio palco della Scala, nel gennaio del ‘53, signore in décolleté, scese da un moderno cabriolè…” Anche il seguito è lo stesso, a parte la sostituzione di Tamagno e della Bellingioni Stagno con imprecisati e improbabili “autori audaci e innovatori” che aggiornando la canzone diventerebbero i registi, che tali sono per davvero. Ma siamo ormai avanti di oltre mezzo secolo e una terza strofa ci starebbe proprio male, col boom che è diventato default e tanti poveri cristi esplicitamente chiamati a versare lagrime e sangue.
Dopo l’ultimo 7 dicembre s’è letta qualche polemica oltre che sullo spettacolo, anche sugli spettatori: troppo lusso, troppi smoking, a cominciare dal Presidente della Repubblica e dal Primo Ministro, troppe toilettes, troppi brindisi sullo sfondo delle inquadrature televisive. Meritavano d’essere di più e più accese, queste polemiche, ma sulla maggior parte dei giornali hanno prevalso i comunicati stampa che insistevano su una “austerità” che in realtà non c’è stata. Bisognerebbe interrogarsi partendo da più lontano, se l’inizio delle rappresentazioni stagionali di un teatro lirico debbano al giorno d’oggi ancora considerarsi occasione privilegiata d’incontro mondano e classista o soltanto la prima di una serie di serate di musica offerta a chiunque ne senta il richiamo culturale o più semplicemente ne provi diletto. In quest’ultimo modo avviene ormai in tutta Europa, ove far musica è considerata l’attività ordinaria dei Teatri e la "serata di gala" s’incontra di tanto in tanto più avanti, con motivazioni diverse, dalla beneficenza a un’assemblea di sponsors, o altre occasioni anche di calendario, come il Carnevale.
Ma la cadenza assai spesso quotidiana della produzione musicale è uniforme, non c’è dal punto di vista sociologico alcuna differenza tra la prima e l’ultima rappresentazione. Anni addietro l’autore di questa nota incappò in un infortunio, presentandosi in smoking all’Opéra di Parigi per lo spettacolo d’apertura. Fui rimandato precipitosamente in albergo da Massimo Bongiankino, che ne era il sovrintendente, perché mi cambiassi d’abito. Offrendomi la sua macchina perché facessi presto, mi ammonì dicendo: “Così ti prenderebbero per un cameriere!” L’usanza che credevo attuale era invece scomparsa e del tutto dimenticata.
Mi pare che anche nei Teatri italiani un po’ alla volta l’abito da sera sia caduto in desuetudine. Non tanto per mancanza di eleganza o poco rispetto della circostanza, ma piuttosto per il lento convincimento che all’opera non si va più per apparire, ma per vedere ed ascoltare. Una tendenza cui farebbe bene ad adeguarsi il primo dei nostri Teatri, anche perchè più degli altri riceve dai cittadini – tramite lo Stato – parte di quelle lagrime e di quel sangue.
Francesco Canessa